1926, la rivolta di El Hagi. Analisi storica e verifica delle fonti

La causa scatenante della rivolta fu l’assassinio a Dobloi, tra Macaidumes e Bulomererta, il 28 Ottobre, di cinque somali favorevoli al governo italiano, tra cui un capo indigeno. Il tragico evento accadeva proprio mentre il grosso delle truppe italiane era impegnato in Migiurtinia per la campagna di pacificazione dei Sultanati1.
Il maggiore Dell’Era, Commissario dello Scebeli, inviò sul luogo un reparto di zaptiè che venne sorpreso da circa duecento rivoltosi. Durante l’aggressione vennero uccisi due zaptiè e altri quatto feriti, mentre tra gli aggressori le perdite furono conteggiate in trenta morti.
Dalle indagini il Commissario accertò che la rivolta era stata promossa dalla giamia2 di El Hagi3, dove si erano radunati diversi lavoratori fuggiti dalle concessioni agricole di Genale.
“Lavoratori a cui la disciplina richiesta di una fatica quotidiana anche se retribuita e disciplinata dai turni mensili, era troppo contrastante con le loro abitudini, per riuscire gradita”5.
Per avere spiegazioni dell’accaduto il Residente di Brava convocò lo scek Agi Mohamed Nur della giamia El Hagi, che si negò ripetutamente.

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Merca. Il feretro del maresciallo Aldo Fiorina

Con una piccola scorta venne inviato il maresciallo dei Carabinieri Reali Aldo Fiorina, comandante della stazione di Merca, per prendere in consegna lo sceck e quindi tradurlo in città per interrogarlo. Giunto alla moschea il maresciallo e la scorta furono assaliti da un folto gruppo di armati. Mandati a chiamare rinforzi a Merca non arriveranno in tempo che per recuperare i cadaveri del maresciallo, di due gogle e di uno zaptiè e circondare la moschea.
Informato nella notte dell’accaduto, il governatore de Vecchi invierà sul luogo il capitano Camillo Giurati dei Carabinieri Reali con centoventi ascari, centodieci zaptiè e una sezione di artiglieria da montagna da 75 al comando del capitano Giovanni Fiore6, con il compito di ristabilire l’ordine.
Merca e Mogadiscio distano 95 km e la colonna di rinforzo era attesa quindi non prima della mattina del 30 Ottobre.
In questo momento, quando è necessario tenere sotto assedio la moschea e non far fuggire i rivoltosi, il Governatore chiede l’aiuto dei concessionari di Genale. Molti di loro li conosce personalmente. Con alcuni aveva combattuto nella prima guerra mondiale. Sono ufficiali e Arditi, altri sono ex squadristi piemontesi. Circa in cinquanta7, armati di fucili da caccia, da Genale, attraversando la duna a piedi di notte, raggiunsero Merca. Erano due gruppi di concessionari: il primo composto da venti uomini, comandato dal concessionario Carlo Vecco, il secondo composto da trenta uomini ai comandi di Cesare Buffo, segretario politico di Genale.
“Sopraggiunse più tardi il Residente di Merca con un rinforzo di circa venti ascari e costrinse i rivoltosi a rifugiarsi nella moschea, ove li assediò con il concorso di altri cinquanta armati civili giunti da Genale”8. I concessionari cinsero d’assedio la moschea in attesa dei rinforzi da Mogadiscio.

Merca. La lapide per i Caduti Maresciallo Aldo Fiorina, Zaptiè Mohamed Abdalla, Capo Gogle Nur Mussa, Gogle Asci Alì

Il 30 mattina la moschea subirà il fuoco dei cannoni. Intimata la resa, usciranno donne e bambini, circa duecento. Gli uomini resisteranno fino all’alba del 31 quando, finite le munizioni, si arrenderanno.
La moschea venne occupata, ma lo sceck, notte tempo, era fuggito in direzione Merca, verso sud, con settanta9 seguaci.
Il bilancio finale delle perdite fu di 9 morti e 20 feriti10 da parte italiana e 74 morti11 e 170 arresti per quanto riguardava i ribelli.
Il 3 Novembre gli zaptiè inviati all’inseguimento rintracciarono il fuggitivo nella boscaglia. Quattro giorni dopo, il “7 novembre in località Fidarot12 lo scek fu accerchiato e con tutti i suoi ucciso”13.

Ha così fine la rivolta armata del capo santone El Hagi Mohamed Nur, alla quale, in parte presero parte i concessionari di Genale, così come riportato Saccani nel suo romanzo.

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Il tragico evento, scaturito – ricordiamolo – dall’assassinio di cinque somali favorevoli al governo italiano, degenerato con l’uccisione di un maresciallo dei Reali Carabinieri con la sua scorta e culminato con l’assedio della moschea e l’uccisione del santone qualche giorno dopo è riportato, oltre che nel romanzo “I prigionieri del sole” di Dante Saccani, in Orizzonti d’Impero, di Cesare Maria de Vecchi di Val Cismom, edito dalla Mondadori nel 1935.
Angelo Del Boca in Gli italiani in Africa Orientale scrive che i lavoratori erano “sottoposti al lavoro coatto”, nonostante abbia utilizzato tra le sue fonti “Pionieri donne e belve” di Ernesto Quadrone, per riportare un sentito dire sul governatore: “Io vi ho dato i canali per irrigare i vostri bananeti […] ora datemi i vostri fucili”, ove solo alla pagina precedente il Quadrone stesso scrive: “Gli indigeni, con i primi soldi ricevuti dai concessionari, si comprarono…”. Dunque se il Quadrone è affidabile per testimoniare che il de Vecchi chiese i “fucili” dei concessionari allora è legittimo che lo sia anche quando scrive che i lavoratori erano pagati e non sottoposti a lavoro coatto.
La gestione della rivolta non deve stupire oggi. La morale in cento anni è mutata. All’epoca la sicurezza era gestita diversamente e il potere era imposto dai governi con la forza in maniera, diremo oggi, spietata. Basti pensare alla tragica soluzione adottata dal generale Fiorenzo Bava Beccaris durante i moti di Milano del Maggio 1898: prese a cannonate i milanesi. 83 morti e centinaia di feriti. Oppure i 5 operai del cantiere della galleria ferroviaria del San Gottardo uccisi a fucilate durante le proteste del 27 Luglio 1875. Era uno sciopero per richiedere migliori condizioni lavorative. Ecco, si tratta di tragici eventi, durante i quali morirono italiani uccisi da italiani.
Ma sopratutto non dobbiamo scordare che l’Italia di quegli anni si rifaceva agli antichi romani per i quali la romanizzazione dell’impero è sempre stato considerata un processo di civilizzazione: governare e pacificare le nazioni era il destino di Roma, esercitando la clementia verso i sottomessi, ma reagendo con forza contro chi si ribellava: tu regere imperio populos, Romane, memento (hae tibi erunt artes) pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos, «tu, Romano, ricorda di dominare i popoli (questa sarà la tua arte) e fissare regole alla pace, di risparmiare i sottomessi e debellare i superbi»14.
Inoltre il corpo del Maresciallo Fiorina venne rinvenuto con “trentasei pugnalate e i tendini recisi”15. Dettaglio che sconvolse e che fece ricomparire i fantasmi della battaglia di Adua durante la quale gli italiani scoprirono la barbarie delle mutilazioni sui corpi dei caduti e dei prigionieri. Per gli etiopi, gli ascari eritrei inquadrati nelle forze italiane erano considerati traditori e secondo una loro usanza amputarono a 800 prigionieri la mano destra e il piede sinistro.

di Alberto Alpozzi

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NOTE
1. Vedi il libro Dubat – Gli Arditi somali all’alba dell’Impero fascista, di Alberto Alpozzi, Eclettica Edizioni, 2020
2. Giamia o jamia, comunità islamica
3. El Hagi, località alle porte di Merca
5. De Vecchi C.M., Orizzonti d’Impero, Modadori, Milano, 1935
6. Ufficiale di Artiglieria
7. Nel romanzo “I prigionieri del sole” l’autore parla di “soltanto una quarantina” di uomini
8. Stato Maggiore Esercito, Somalia – Vol. II dal 1914 al 1934, Ufficio Storico, Roma 1960
9. Giorgio de Vecchi, figlio del Governatore, riporta nei suoi diari, alla data del 7 novembre 1926, “settantacinque seguaci”. Del Boca in Gli italiani in Africa Orientale riporta “una settantina di seguaci”
10. Cifre fornite da de Vecchi in Orizzonti d’Impero. Del Boca, invece riporta (senza fonte) in Gli italiani in Africa Orientale 21 morti e 16 feriti
11. Sedata la rivolta, il 7 novembre, in totale i morti, riportati dal de Vecchi, saranno più di 200
12. Località tra Audegle e Danane
13. De Vecchi C.M., Orizzonti d’Impero, Modadori, Milano, 1935
14. Virgilio, Eneide VI 851-853
15. Vedi Saccani D., “I prigionieri del Sole”, Eclettica Edizioni, Massa, 2021

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“I prigionieri del sole – Vita dei concessionari di Genale” scritto da Dante Saccani venne pubblicato a puntate nel 1939 sulla rivista L’Italia d’Oltremare. Subì diverse censure e mai venne pubblicato interamente. Oggi per la prima volta questo romanzo coloniale viene editato, a cura di Alberto Alpozzi per Eclettica Edizioni, interamente con tutte le parti tagliate durante il Ventennio e con l’aggiunta di tre capitoli totalmente inediti. Una magnifica edizione illustrata di 236 pagine, con più di 60 immagini e commentata da più di 200 note. Il testo originale, mai pubblicato, è preceduto da un capitolo di analisi, dall’inquadramento storico e geografico. In chiusura l’elenco completo di tutti i concessionari agricoli italiani (150) in Somalia corredato dagli investimenti fatti, i finanziamenti ottenuti e un giudizio sul loro operato.

5 thoughts on “1926, la rivolta di El Hagi. Analisi storica e verifica delle fonti

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