Faccetta Nera”. La canzone che dovrebbe piacere alla sinistra

Il vero significato della canzone dei Legionari “Faccetta Nera”: integrazione, assimilazione, parità, condivisione e cittadinanza italiana. Inno inclusivo.

Faccetta Nera, inno fascista. Fu una delle canzoni più cantante all’epoca della conquista dell’Etiopia insieme a “Giovinezza” e a “Topolino va in Abissinia”. Motivetto ancora fischiettato oggi per la sua musicalità. Fonte di polemiche sempre. MA! C’è un “ma”.

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Analizziamo il testo per fare un po’ di chiarezza e mettere ordine nella storia d’Italia.
Il testo, in romanesco (Se mo dall’artipiano guardi er mare), venne scritto nel 1935 dal poeta romano Renato Micheli ispirandosi agli eventi che l’Italia stava vivendo: la nazione si apprestava a entrare in guerra con l’Abissinia.
Quindi fu una guerra fascista? Non proprio.
Al di là delle reali motivazioni che spinsero l’Italia fascista alla conquista dell’Etiopia ben chiarite da Robert Vansittart già a suo tempo e sostenute anche da George Bernard Shaw, fu un conflitto iniziato quarantanni prima da Crispi, patriota ed esponente della sinistra storica. Fu lui a incitare il Generale Baratieri all’azione: «Codesta è una tisi militare, non una guerra» gli disse per assecondare quel “destino africano” già di Cavour, Mazzini e Bixio…
È come dire che in Libia i gas utilizzati da Graziani per le operazioni di polizia coloniale sono una “macchia” del fascismo quando invece vennero autorizzati dal Regio Decreto del 17 luglio 1922, firmato da Giovanni Amendola, Ministro delle Colonie, durante il Governo Facta. Medesima legislatura che approvò, sempre in Libia, i campi di concentramento.
Ma questa è un’altra storia. In ogni caso le velleità della sinistra di Crispi si fermarono nel 1896 con la disfatta di Adua.
Ecco che quindi il fascismo riprende solamente in mano una questione irrisolta. Inoltre non va dimenticato che l’Etiopia era stata ammessa, pochi anni prima, nella Lega delle Nazioni, a condizione che risolvesse la piaga della schiavitù su cui si reggeva, con pratiche feudali, l’intero paese.
L’Europa intera denunciava tale disumana pratica che l’Imperatore Hailè Selassiè non aveva accennato a debellare. Sarà l’Italia, con l’intera conquista del paese a bandire per sempre la schiavitù in Etiopia.

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Ma torniamo alla storia della canzone. “Faccetta Nera” venne composta per partecipare al Festival della canzone romana.
Il brano non venne ammesso ma raggiunse comunque il successo dopo essere stato musicato da Mario Ruccione grazie all’interpretazione di Carlo Buti.
La prima rappresentazione fu al teatro Quattro Fontane di Roma, dove la diva Anna Fougez, avvolta in un Tricolore, liberava a colpi di spada una donna in catene.
“Faccetta Nera” infatti riprendeva il tema della guerra di liberazione: “ti porteremo a Roma, liberata” auspicando anche una vera a propria integrazione: “sarai Romana” e assimilazione: “sarai in Camicia Nera pure tu”, parità: “Noi marceremo insieme a te”, condivisione: “sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!” e cittadinanza italiana: “la tua bandiera sarà sol quella italiana!”
Dichiarò il Ministro Lessona nell’ottobre 1936 in visita in Etiopia: «Pari diritti per tutti: nessuna preferenza, nessuna esclusione, diversità di razza, di lingua e di religione non deve impedire che tutti quanti gli etiopi siano uniti sotto la sovranità dell’Augusto Re Imperatore».
Il testo della canzone più nota del fascismo parlava quindi di immigrazione, integrazione e cittadinanza per le popolazioni dell’Africa (italiana). Non certo di razzismo.
“Faccetta Nera”, pare quindi ovvio, dovrebbe diventare il nuovo inno della sinistra italiana immigrazionista, magari per sancire – finalmente – un passato condiviso nel nostro paese.

di Alberto Alpozzi

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