“Aiutare l’Africa, con passione” la lettera del 2018 di Amedeo d’Aosta al Corriere della Sera

Il Duca Amedeo di Aosta, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi, scrisse il 25 giugno 2018 una lettera al Corriere della sera dove narra le vicissitudini della sepoltura di suo prozio Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi, morto nel 1933 e sepolto secondo le sue volontà in Somalia. Una riflessione interessante anche sulla sua opera in quelle terre come la costituzione del Villaggio che porta il suo nome.

Ecco l’articolo “Aiutare l’Africa, con passione” grazie alla pagina Facebook Il Duca Amedeo di Aosta, l’eroe dell’Amba Alagi

Caro direttore, il tema dell’immigrazione riempie quotidianamente le prime pagine con toni che definire accesi sarebbe un eufemismo. Quelli di noi che hanno conservato almeno una parvenza di memoria storica, assistono preoccupati alla deriva di un’Europa che sembra aver dimenticato il proprio passato prossimo. Ancora una volta viene riproposto un copione tragico, in cui il nemico è l’altro, lo straniero, causa di ogni disagio e problema. La stessa viscerale paura che tante sciagure ha prodotto nel secolo passato. Questa volta il grande nemico è un intero continente, l’Africa, con la sua popolazione in marcia. Sono uomini, donne, bambini che fuggono spinti dalla legittima aspirazione ad una vita migliore e, in molti casi, a una vita, semplicemente. Che sia una fuga dalla guerra, dalle dittature o soltanto (soltanto!) da fame, siccità, malattie, non è più rilevante. L’Europa non li vuole, non li accetta. La stessa Europa che ha esercitato sul continente africano una colonizzazione rapace, ha appoggiato regimi crudeli e corrotti quando le conveniva, ha condannato, non controllando il cambiamento climatico, intere popolazioni alla fame e alla sete. Un’Europa che pure aveva la cultura, le conoscenze e le tecnologie per fare ben altre scelte. Quella stessa Europa che oggi invece di ragionare e di concordare un piano efficace e condiviso per risolvere non una «emergenza», ma un processo epocale, è soltanto capace di ripetere, come una formula salvifica «aiutiamoli a casa loro», senza sapere come fare e da dove cominciare.

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Bene, qualcuno lo ha già fatto, un secolo fa. Era un esploratore, un ammiraglio, un imprenditore, un’esperto agronomo. Era anche un principe ed era mio zio. Luigi Amedeo di Savoia Aosta Duca degli Abruzzi era innamorato dell’Africa e in Somalia, sottolineo innamorato, ed ha realizzato un sogno. Il villaggio da lui fondato e al quale ha dato il suo nome, è uno dei rari esempi, forse l’unico, di colonia agricola in terra africana che diventa azienda, un centro produttivo di tutto rispetto. Una comunità dove convivevano italiani e somali, la moschea e la chiesa, servizi sociali, scuole, ospedali, telegrafo, telefono pubblico, ufficio postale. Intorno la campagna irrigata e resa fertile grazie alla costruzione di una diga che alimentava una vasta rete di canali e chiuse. Il tutto realizzato con un’attenzione per l’ambiente davvero inedita ai tempi. E poi oltre 100 chilometri di strade asfaltate, una ferrovia che consentiva di raggiungere Mogadiscio, la capitale, in poco più di tre ore. Insomma dove prima esisteva solo un modesto villaggio chiamato Giohar, all’inizio degli anni ’30 al Villabruzzi vivevano oltre 200 italiani e 8000 somali, impegnati nella produzione di zucchero, cotone, banane destinati in gran parte all’esportazione. Lavoro, dunque, con tutta la dignità che comporta il lavoro: 8200 posti di lavoro creati con una sola azienda.

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Appena in tempo per vedere il suo sogno realizzato, le condizioni di salute di Luigi Amedeo, già compromesse, si aggravano. Torna in Italia, ma non appena si rende conto che la fine è vicina, affronta di nuovo il lungo viaggio per la Somalia. Il suo desiderio è di poter riposare per sempre laggiù. Una tomba semplice, un monolite appena sbozzato nel granito rosa locale, con il bassorilievo di una croce.
Nel 1992, ultimo anno della missione Onu Restor Hope, con mia moglie ci siamo recati a visitarla e a far celebrare una funzione. Un luogo struggente. Il Villaggio Duca degli Abruzzi non esisteva più, anche il nome cancellato, tutte le opere intorno erano in stato di abbandono, la scarsa vegetazione della savana copriva ogni cosa, tuttavia il cimitero era ancora ben tenuto e la memoria di mio zio ben presente nel cuore degli abitanti del posto.
Vista la precarietà politica e la pericolosità della regione ci ponemmo il problema di traslare in Italia la salma, ma furono proprio i somali ad opporsi, ci tenevano a rispettare le ultime volontà di quello che consideravano il «loro» principe. Lasciammo perdere, purtroppo. Nel 2006, in piena sanguinosa guerra civile, le milizie islamiche entrarono a Giohar, distrussero ogni traccia della presenza italiana e si accanirono contro la tomba profanandola* ferocemente, il monolite fu abbattuto*, i resti del mio povero congiunto dispersi*. Non credo sapessero minimamente di chi si trattava, probabilmente è stata sufficiente la presenza della croce ad esasperare animi già esaltati. Le forze governative hanno successivamente riconquistato quei luoghi, ma ormai il danno era stato fatto.

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Ho voluto ricordare la vicenda di mio zio perché, a mio avviso, ciò che lui ha fatto, quasi un secolo fa, significa realmente «aiutarli a casa loro». Per poterlo realizzare non basta un investimento economico, servono sacrificio, determinazione, generosità, capacità imprenditoriali. Serve avere un progetto, di più, una visione. Ma ancora non basta. Perché non si tratta di far partire un motore, di avviare un meccanismo: serve un sogno, serve almeno un po’ di amore per la gente e la terra che si vuole aiutare. Qualità che tendono a latitare nell’Europa attuale, ma che non facevano difetto al Duca degli Abruzzi. L’hanno dimenticato, due volte. Come se la savana avesse inghiottito insieme la sua opera e il suo ricordo.
Ho un grande rammarico, aver avuto notizia della distruzione* della tomba soltanto dalla lettura del libro di Vincenzo Meleca, Italiani in Africa Orientale. Nessuno dalla Somalia (neppure il piccolo contingente italiano che mi risulta ancora presente a Mogadiscio,) ha avvertito l’obbligo morale, o almeno la delicatezza, di informarci, come famiglia, di quanto era accaduto. Devo ritenere che non ne sapessero niente?
Il ricordo, è vero, si conserva nel cuore, ma è altrettanto vero che la «damnatio memoriae» passa attraverso la distruzione dei simboli e la devastazione dei luoghi. Nell’eccidio dell’11 gennaio 1948 a Mogadiscio furono uccisi 54 italiani e 14 somali che avevano preso le loro difese, altri cento italiani e somali furono gravemente feriti. Le loro case furono saccheggiate e distrutte con l’obiettivo di cancellare ogni traccia della loro presenza. Il tutto mentre l’Europa, rappresentata in quel caso dal contingente inglese, restava a guardare in silenzio. Lo cito ad esempio perché è un eccidio di cui «semplicemente» abbiamo perso la memoria. Ma così si finisce per distruggere la storia, col risultato che non si sa come affrontare il presente e meno che mai il futuro.

NOTA
* Notizie non confermata

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