Il madamato ovvero la consuetudine etiopica della donna in affitto con tanto di TFR

Nel diritto consuetudinario etiopico si distinguono tre diversi tipi di matrimonio.
Il normale matrimonio religioso solenne, il cal-chidan, che se celebrato innanzi ad una autorità politica, poteva essere sciolto per divorzio ma se avveniva innanzi ad una autorità religiosa, il cosiddetto matrimonio per comunione, era indissolubile, non solo, ma in caso di morte di un coniuge l’altro coniuge non aveva più la facoltà di sposarsi. Tale tipo di unione avveniva solo tra persone assai anziane oppure per fini sociali, politici e di opportunismo.

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Per questo motivo esisteva il matrimonio per mercede, il dämòz, in amarico ba’al al dämòz o, anche, qeter che, molto significativamente, vuol dire affitto, che, secondo la più esatta definizione scientifica di Carlo Conti Rossini “consiste in una convenzione per cui la donna passa a convivere con l’uomo per un determinato compenso per un tempo prestabilito1.
Era una forma di unione regolata e retribuita con un assegno annuo pagato dal marito e fissato generalmente innanzi ad un dania (giudice).
In talune regioni poteva anche essere stipulato per un certo tempo, preventivamente fissato.
Vigeva l’obbligo della convivenza ed era ammesso il divorzio con la massima semplicità e sollecitudine in genere previo pagamento di tanti dodicesimi dell’assegno annuo quanti erano stati i mesi di convivenza della donna con il marito. Un TFR in poche parole…
L’istituto, sopravvivenza “di usi importati da antico dall’Arabia” può considerarsi la continuazione o, almeno, l’equivalenza di un tipo antichissimo di matrimonio semitico – il nikäh al-mut’a – che rimonta all’Arabia preislamica2.
I patti contrattuali dovevano essere rispettati pena un indennizzo sborsato da chi vi veniva meno. La prole nata da quel tipo di matrimonio era tanto legittima che spettava al padre mantenerla comunque fino a tre anni di età.
Altra tipologia di unione era il cingheret, la convivenza per concubinato: una unione libera, iniziata senza formalità alcuna, previo accordo fra l’uomo e la donna, raggiunta in presenza di testimoni o di garanti. Naturalmente tale rapporto poteva essere scisso in qualsiasi momento tramite accordi pecuniari.

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Caratteristica comune è che il rapporto coniugale veniva deciso fra i parenti degli sposi per motivi di opportunità, di convenienza politica o finanziaria, e gli sposi, appena giunti alla pubertà, erano posti di fronte al patto conchiuso.
Sempre su questo tema piuttosto spinoso non sarà superfluo ricorrere anche alla definizione di Alberto Pollera: “Altra forma di matrimonio legale è data dal concubinaggio dietro mercede fissa e per tempo indeterminato, il quale patto viene spesso fatto in forma ugualmente solenne che per il matrimonio per berchi”3. Ricordiamo che il Pollera ebbe due mogli abissine e 5 figli meticci, tutti riconosciuti.
Non dissimile l’altra definizione del Moreno per il quale “il matrimonio per mercede corrispondente alla mut’a del diritto antislamico e del diritto islamico sciita, è un contratto a termine nel quale la donna si impegna a coabitare per un tempo stabilito con un uomo, e questo a corrisponderle un determinato compenso. I figli nati da questo matrimonio sono perfettamente legittimi; del resto anche i figli naturali hanno diritto allo stesso trattamento degli altri tranne qualche leggera discriminazione nelle successioni”4.

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Che questo singolare istituto fosse, non di rado, concepito da funzionari e ufficiali coloniali oltre che da privati, come un comodo sistema per instaurare un rapporto di puro e semplice concubinaggio non può negarsi, ma è altrettanto vero che l’ambiente etiopico l’ha sempre considerato un vero e proprio vincolo matrimoniale tanto che le donne allo scadere dei termini prefissati, erano molto ricercate dagli stessi indigeni perché la trascorsa convivenza con un italiano che aveva loro consentito di acquisire un modo di vita molto superiore a quello delle altre donne, costituiva un motivo di speciale preferenza.
In Etiopia dai 12 anni le donne si sposavano, a 20 anni erano vecchie e a 30, nella maggior parte dei casi, morivano. Quella era la tradizione locale, non una violenza. Non esisteva il corteggiamento e tanto meno il fidanzamento. Il matrimonio, come spesso accadeva anche in certi ambienti europei, era combinato dalle rispettive famiglie.
Si faceva così e così, tra gli altri, fece Montanelli. Il cui caso, sempre che fosse vero, desta ancora oggi perplessità e polemiche.
Che fare quindi? Civilizzare i colonizzati che non ci avevano chiesto di essere civilizzati (quanto poi? Considerata l’età media delle donne date in spose in Italia in certe regioni d’Italia ai primi del Novecento??) oppure rispettare usi e costumi indigeni? Aut aut. Ma si sa, la risposta segue solo la necessaria narrazione pregiudiziale dei moralisti a corrente alternata.

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Montanelli, partecipò alla guerra d’Abissinia, come ufficiale. Comandò il XX Battaglione eritreo, del Regio Corpo Truppe Coloniali. Erano tutti soldati indigeni tranne lui, il comandante, unico bianco.
I suoi ascari gli dissero: “Tu sei single, ti devi sposare. E lui, a differenza di altri soldati che semplicemente andavano a prostitute, preferì prendere moglie. Allora c’era anche il cosiddetto “madamato”, questa sorta di sposalizio provvisorio, nato più che altro per evitare la prostituzione e le malattie. Una via di mezzo fra il matrimonio nostro e quello loro. Era del tutto normale, allora, sposarsi a partire dai 12 anni, per le ragazze abissine, come lui stesso ha spiegato diverse volte. È per questo che mi fa sorridere l’accusa di razzismo”5.
Quanto rumore sull’episodio di Montanelli, a distanza di quasi novantanni. A chi giova reiterare un fatto singolo su di un morto?
“Si tratta di una violenta polemica che deforma rozzamente e in modo strumentale una vicenda mai nascosta da Montanelli e che deve essere giudicata nel contesto storico in cui è avvenuta. […] Le testimonianze lasciate da Montanelli e il contesto storico in cui quei fatti avvennero dimostrano che non ci fu alcuna violenza né tanto meno ci furono atteggiamenti razzisti da parte di Indro, che accettò quel ‘matrimonio’ proposto dalla popolazione locale e celebrato pubblicamente secondo gli usi e i costumi abissini”6.
Montanelli ha sempre parlato di Destà come la sua prima moglie. Non stiamo parlando di uno che comprò una schiava. Quando tornò in Africa nel 1952, scoprì che aveva avuto tre figli dal suo secondo marito e che il primogenito lo aveva chiamato Indro, come lui.
Il 19 aprile 1937 il madamato verrà dichiarato illegale e verranno proibiti i matrimoni misti peraltro già vietati in Eritrea nel 1905 dal procuratore Ranieri Falcone e come già dagli inglesi nei nuovi territori conquistati in America nei quali venne sancita la superiorità sociale dei coloni nei riguardi dei neri e degli indiani.

di Alberto Alpozzi

NOTE
1. Conti Rossini C., Principi di diritto consuetudinario dell’Eritrea, Tip. Unione Editrice, Roma, 1916
2. Castro F., Materiali e ricerche sul nikäh al-mut’a, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1974
3. Pollera A., La donna in Etiopia, Industrie Grafiche, Roma, 1922
4. Moreno M.M., Le popolazioni dell’Eritrea, in “L’Italia in Africa – Il territorio e le popolazioni”, Ist. Poligrafico dello Stato, Roman, 1955
5. Marco Travaglio
6. Alberto Malvolti, presidente della Fondazione Montanelli Bassi

La Stanza di Montanelli del 12 febbraio 2000

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