“Quando eravamo noi ad emigrare”. La strumentalizzazione di un luogo comune per giustificare il racket dell’immigrazione

Quante volte abbiamo sentito lo slogan “quando eravamo noi ad emigrare” per giustificare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo? Infinite volte tra un morto e l’altro sulle spiagge. Ma perché “quando eravamo noi ad emigrare” non morivamo sul bagnasciuga?
Forse perché “quando eravamo noi ad emigrare” in cerca di lavoro oltreoceano non ci affidavamo a violenti criminali. Non pagavamo al Caronte di turno cifre esorbitanti per farci poi buttare a mare. Non viaggiavamo su imbarcazioni che a malapena galleggiavano. Non compivano improbabili traversate senza cibo, acqua e servizi igienici.
Perché “quando eravamo noi ad emigrare” è uno slogan infame e criminale?
Per cominciare: “quando eravamo noi ad emigrare” vi erano delle apposite leggi sull’emigrazione. Per chi volesse approfondirle: Legge 30 Dicembre 1888 n. 5866, Regio Decreto 10 Gennaio 1889 n. 5892, Regio Decreto 10 Luglio 1910 n. 375, Regio Decreto 13 Novembre 1919 n. 2205, RR. Decreti 28 Aprile, 18 Giugno e 23 Ottobre 1927 nn. 628, 1036 e 2146. O ancora la legge del 9 aprile 1931 n° 358 Norme per la disciplina e lo sviluppo delle migrazioni e della colonizzazione interna”.

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Le emigrazioni erano regolate. Non si sbarcava di notte su uno spiaggia qualunque. L’Autorità preposta era la Direzione generale degli italiani all’estero facente parte del Ministero degli Affari Esteri con organi periferici come l’Ispettorato dell’emigrazione, istituiti dei porti di imbarco degli emigranti. Inoltre vi erano, nei principali centri di emigrazione, non improvvisati lager, funzionari e personale consolare. Regi Commissari, scelti tra gli ufficiali della Regia Marina, erano imbarcati a tutela degli emigranti, non aguzzini senza scrupoli.
Quindi lo slogan “quando eravamo noi ad emigrare” va completato con: “vi erano delle leggi a nostra tutela”. Cosa che, sfortuna loro, oggi non hanno i disperati che attraversano il Mediterraneo: nessuna legge e nessun commissario a bordo.
Inoltre nessuno poteva vendere biglietti d’imbarco senza possedere la patente di vettore di emigranti, cioè non era sufficiente essere uno spregiudicato trafficante di uomini. Tale patente veniva concessa solamente agli armatori che disponevano di piroscafi aventi le qualità prescritte dalla legge a tutela della sicurezza, dell’igiene e del buon ordine, non natanti in grado di percorre appena poche miglia prima di affondare. La patente era vincolata ad una cauzione per garanzia dell’adempimento degli obblighi del vettore, non imbarcazioni di ONG inadatte al trasporto di persone.

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I vettori non potevano rilasciare biglietti d’imbarco ad emigranti italiani non forniti di passaporto e non potevano effettuare l’imbarco se non nei porti nei quali non fosse presente l’Ispettorato dell’emigrazione. I prezzi dei biglietti di terza classe dovevano essere approvati dal Governo ogni quattro mesi, il 1° Gennaio, il 1° Maggio e il 1° Settembre e pubblicati entro 15 giorni prima della loro applicazione. I vettori non potevano modificarli o percepire dagli emigranti compensi di qualunque genere per eventuali favoritismi. Quindi gli emigranti non si dovevano indebitare per viaggiare, fare collette nel loro paese di origine e lasciare in cauzione/riscatto la famiglia in balia di organizzazioni criminali.
Lo Stato si faceva carico degli accertamenti di carattere sanitario e nella determinazione delle provvidenze igieniche relative agli emigranti, che comunque non potevano ottenere il passaporto senza presentare il certificato di un ufficiale sanitario che attestasse la loro sana costituzione fisica e l’immunità da malattie contagiose. Dunque insieme agli emigranti non vi erano portatori di malattie e nuove epidemie.
Giunti al porto d’imbarco tutti gli emigranti dovevano passare una duplice visita medica e compiere obbligatoriamente una serie di pratiche igieniche e profilattiche: bagno, vaccinazione, disinfezione del bagaglio, ecc. Queste cautele servivano a ridurre al minimo la reiezione degli emigranti nei porti di arrivo per cause d’ordine sanitario che, oltre ad evitare danni agli interessati, costituiva un punto d’onore per l’organizzazione del servizio di emigrazione italiano.
A bordo dei piroscafi venivano distribuiti gratuitamente dei manualetti relativi ai più comuni mestieri (falegname, muratore, cementista, scalpellino, ecc.) e per gli interessati vi erano anche dei brevi corsi pratici. Non vi erano quindi disperati in cerca di fortuna o di qualche reddito di cittadinanza.

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Ai datori di lavoro che intendevano assumere gli emigranti occorreva avere ottenuto una speciale autorizzazione, alla quale doveva essere allegato il contratto di lavoro sottoscritto dalla persona per conto della quale si compiva l’assunzione. Il contratto doveva contenere l’obbligo per l’imprenditore di provvedere all’assicurazione contro gli infortuni secondo la legge italiana, anche se in paesi nei quali l’assicurazione non era obbligatoria. Non quindi lavoratori in nero schiavizzati a 3 Euro al giorno nelle piantagioni di pomodori.
L’Ente preposto all’emigrazione poteva rifiutare o ritirare le patenti e le licenze per evitare l’afflusso di emigranti in luoghi dove non vi fossero condizioni eque e soddisfacenti o dove ripetutamente fossero state violate le leggi in materia di emigrazione. Non afflussi continuativi e incontrollati di uomini per i quali il paese di arrivo non ha nemmeno i posti letto per farli soggiornare prima di una “collocazione”.
Non dimentichiamo nel 1933 l’intervento del senatore prof. Emanuele De Cillis, all’inaugurazione del IX Corso di coltura coloniale indetto dalla “Società africana d’Italia”: «Chi va in Colonia per cimentare la propria attività nella industria agraria, come in qualsiasi altra, deve essere provvisto di mezzi pecuniari adeguati: nulla è più pericoloso per un Governo seguire la politica diretta ad una colonizzazione di Stato, nulla è meno propizio per una fortuna economica dell’agricoltore che una mancanza di mezzi».
Ecco quindi “quando eravamo noi ad emigrare” erano tutelati gli esseri umani, la loro vita, la loro dignità, il loro lavoro. Auguriamo quindi agli emigranti di oggi che presto sia per loro come fu “quando eravamo noi ad emigrare”.

di Alberto Alpozzi

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One thought on ““Quando eravamo noi ad emigrare”. La strumentalizzazione di un luogo comune per giustificare il racket dell’immigrazione

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