Lavoro a 15.000 eritrei nella colonia italiana gestita dalle donne

QUELLO CHE SI E’ VOLUTO DIMENTICARE.

Chi sfoglia la “GUIDA COMMERCIALE DELL’ERITREA” che appare per la prima volta ad Asmara nel 1946, per iniziativa dell’editore Angelo Gnarini,si trova dinnanzi ad un bilancio ricco e inatteso.
“Non appena la tormenta bellica che sconvolse il mondo si è allontanata da queste terre – si legge nella presentazione – gli uomini di buona volontà hanno ripreso una vita di intenso lavoro produttivo.
Lavoro diuturno che non ha mancato di dare i suoi frutti, ottenuti a prezzo di grandi difficoltà di ogni genere, superato in mille modi, senza nessun limite di sacrificio individuale e collettivo.
Questi risultati si sono potuti raggiungere anche per il fatto che i 9/10 degli italiani che risiedono in Eritrea sono formati da tecnici, operai specializzati, artigiani ed esperti lavoratori agricoli”.

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Dotata sin dal 1940 di poche imprese industriali (mulini, pastifici, segherie, concerie, stabilimenti tessili, stamperie, cementifici, impianti per la produzione di energia elettrica), l’Eritrea dipendeva quasi interamente dalla Madrepatria.
Per cui, quando la guerra provoca l’immediato arresto delle importazioni dall’Italia e dai paesi confinanti, l’economia dell’Eritrea subisce sostanziali modifiche di struttura.
E’ in questo processo di trasformazione e riadattamento che emergono le grandi qualità di ingegno e di fantasia degli italiani.
Spesso le nuove industrie nascono dagli impianti di quelle già esistenti, grazie alle loro scorte.
Sorgono così fabbriche di calzature, cartiere, saponifici, stabilimenti per la produzione di birra, alcool, liquori,vini, prodotti chimici e farmaceutici, terraglie, porcellane, vetrerie, industrie per la lavorazione del legno, con produzione di compensati, mobili, stuzzicadenti, fiammiferi, pipe.
Se la Fiat semidistrutta dalla guerra, non può ancora inviare pezzi di ricambio agli autocarri 634, non si fermeranno per questo, poichè Agostino Carletti provvede alle bronzine, Luigi Audisio ai pistoni e alle fasce elastiche e Giorgio Gintili è in grado di rifare le cabine.
Manca il macchinario industriale per l’agricoltura? Il romagnolo Vincenzo Costa non si arrende e grazie al materiale di recupero, costruisce pompe, motopompe, aratri.
Mancano i fiammiferi? A questo pensa con mezzi autarchici Agostino Borrello, ricavando il clorato di potassio dalla carnallite della Dancalia e il fosforo da ossa calcinate in forno elettrico.

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Mancano alcuni medicinali di largo consumo? Nessun timore: provvedono alla loro preparazione i chimici Michele Floris e Riccardo De Murtas.
Sono finiti i vini e l’Eritrea non produce uva? A questo inconveniente si rimedia con le uva passite dello Yemen o di Cipro e con l’abilità di vinificatori come Umberto Bernasconi, Gino Degano, Giuseppe Fenili.
Non ci sono giocattoli per i bimbi? Alle bambole ci pensano Romero Carlucci e Italo Montanari,mentre al “Paese dei balocchi” su Corso del Re, si possono trovare vecchi giocattoli ricostruiti.
Nella sola Asmara in quel periodo furono costruite 1.000 case per cinquemila vani, mentre nello stesso centro sono attive 500 officine meccaniche, 100 industrie chimiche, 150 ditte per la lavorazione del legno, 70 fra concerie e fabbriche di calzature, 20 fonderie.
Anche il bilancio delle industrie estrattive presenta aspetti interessanti. Sono in funzione 33 miniere d’oro mentre il lavoro è ripreso anche nelle saline di Assab, Massaua e Uachirò e nelle miniere di ferro e manganese del Monte Ghedem.
Ad Asmara sul finire del 1943 quando ancora in Europa infuriava la guerra, venne organizzata la “Mostra delle attività produttrici dell’Eritrea” e gli stessi inglesi riconobbero, sia pure a denti stretti, che: “in ogni campo è tale lo sviluppo creativo italiano che lasciano al visitatore la possibilità di giudicare da se stesso lo sviluppo raggiunto dalla città di Asmara e dei suoi concittadini”.
Secondo lo studio del MAE avevamo 5.074 imprese commerciali, di cui 1.154 per la vendita all’ingrosso e 3.920 al dettaglio mentre, quelle industriali ammontavano a 2.769. C’erano 653 imprese di servizi (agenzie di assicurazioni, commissionari, agenti marittimi, spedizionieri, banche, ecc) e 1.737 aziende artigianali. Davano lavoro ad oltre 15.000 eritrei.
Degno di nota era il fatto che a condurre le imprese erano in maggioranza donne perchè gli uomini erano prigionieri degli inglesi. Fu attraverso il lavoro che le italiane di Eritrea guadagnarono l’emancipazione precocemente rispetto alla madrepatria, modificando anche lo stile e i clichet dell’educazione familiare. Al punto che quando le studentesse borghesi di Asmara e Massaua, dopo la maturità, ritornavano in Italia per iscriversi all’Università, generavano scandalo fra parenti e amici per il loro stile di vita piuttosto americano che latino.
Il miracolo economico degli italiani d’Eritrea anticipa così di oltre 15 anni quello della Madrepatria. Non è stato poco, proprio per niente.

di Pasquale Santoro

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