18 ottobre 1927. Il Sultano Osman Mahamud si consegna agli italiani. L’intera Somalia in pace sotto il Tricolore

La campagna di pacificazione dei sultanati del nord Somalia si è conclusa. Tutte le armi da fuoco sono state ritirate. I Dubat, istituiti dal governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, hanno svolto il loro lavoro egregiamente: tutti i clan sono passati dalla parte dell’Italia e l’intera Somalia è sotto il Tricolore. Il de Vecchi era riuscito a creare una “colonia modello”.
Il Sultano Osman Mahamud non cedette e scappò nel Somaliland inglese, dove non fu accolto con piacere, insieme ad un nucleo di armati.

Ciò che segue è estratto dal cap. 34 (pagg. 212-219) del libro “Dubat – Gli Arditi somali all’alba dell’Impero fascista”.

L’ex Sultano dei Migiurtini, Osman Mahamud, si arrende senza condizioni alle autorità italiane di confine. Da La Tribuna Illustrata del 6 Novembre 1927 (quarta di copertina)

Il Governatore tramite i Commissari, i tenenti colonnelli degli alpini Alessandro Croce e Arturo Bertello, dei Residenti e dei Comandanti delle bande armate aveva fatto svolgere un’incessante opera politica di persuasione per il rientro del nucleo espatriato.
Poco alla volta piccoli gruppi avevano fatto ritorno fino a che le defezioni1 convinsero anche il Sultano a chiedere di poter rientrare, forse anche perché non gradito dalle autorità britanniche.
Il 2 Ottobre 1927, inviò al posto di banda di El Donfar due suoi emissari per avvertire del suo prossimo rientro per “sottomettersi a quelle condizioni che al Governo piacerà di imporre”2.
Dobbiamo considerare che per i somali “il primato della violenza (hoog) e il potere conferito dalla forza numerica sono temi costanti. L’acquisizione e la preservazione dei diritti in genere dipendono, in ultima istanza, dalla capacità di difenderli, combattendo se necessario contro la possibile usurpazione”3.
Il Sultano si era reso conto di non poter sostenere oltre il confronto con le truppe italiane e conservare la sua posizione di dominio in Migiurtinia, aveva perduto quella forza che è sempre stata alla base di qualunque occupazione territoriale. Sapeva bene che il suo potere derivava dalla capacità di occupazione bellica del territorio e che questa capacità derivava dalla forza, ora venuta meno, e che la forza avrebbe dovuto conservare.
Il 15 sera, partito da Erigavo, passava il 49° parallelo nella località di Hidda per accamparsi insieme ad altri fuoriusciti sull’altipiano del Sohl. Qui fu raggiunto, la mattina del 17, dal tenente Alessandro Annoni4, comandante delle bande della Migiurtinia. Gli spiegò che avrebbe dovuto seguirlo ad Hanghei dove avrebbe trovato il Commissario al quale avrebbe dovuto consegnare le armi di tutti i suoi armati. La mattina successiva avveniva la consegna delle armi, “evidentemente persuaso della inutilità di ogni ulteriore tentativo armato e di ogni manovra politica”5.
Questa la versione storica6. In una relazione del tenente Annoni non corrispondono le date, c’è qualche disparità, ma poco cambia nella sostanza. Cambiano invece alcuni dettagli non di poco conto.

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Osman Mahamud a bordo della Regia Nave Lussin verso Mogadiscio

Ecco cosa scrisse l’ufficiale: “Nel pomeriggio del 18 Ottobre 1927, mentre mi trovavo ad El Donfar (vallata del Darror), da una mia pattuglia in perlustrazione sull’altipiano del Sohl venni informato che il ribelle e fuoriuscito ex Sultano Osman Mahamud, dal territorio del British Somaliland era rientrato il giorno precedente nella Somalia Italiana in località Hidda-Uahia (un centinaio di km. a sud di El Donfar). Poiché vi era pericolo che l’ex Sultano cercasse con gli armati che aveva seco di raggiungere l’alto Nogal e di là l’Abissinia e potesse così congiungersi al figlio Ersi là rifugiatosi, così partii immediatamente con una quarantina di uomini e senza impacci di carovana, come era consuetudine delle Bande; un po’ di scatolette di carne e di frutta sciroppata ed un po’ di the e di zucchero messi nelle bisacce della sella dovevano bastarmi.
Marciai sino al pomeriggio del giorno 19 e mi fermai in località Hanghei onde compiere l’ultima parte del percorso di notte ed arrivare così di sorpresa al mattino, nel campo dell’ex Sultano.
Quel giorno 19, dopo l’imbrunire mangiai una scatoletta di carne, poi arrivarono lì due squadroni inglesi del Camel Corps (erano stati anche loro alla ricerca di Osman Mahamud, ma non lo avevano trovato nell’accampamento e dopo avergli bucato tutti i recipienti dell’acqua se ne erano andati via) ed io mi misi a discorrere con gli ufficiali inglesi […] e dopo aver rifiutato un rinforzo di cavalleria da loro gentilmente offertomi, ripartii alle ore 22 […]
Al mattino del giorno 20, poco dopo l’alba, entrai nel campo dell’ex Sultano; siccome non c’era, gli andai incontro e per un paio di giorni rimasi lì sul posto a parlare con lui – subito arresosi – e con i capi migiurtini che erano con lui, a disarmare gli armati della guardia del corpo sultanale ed a fare propaganda per un sollecito e pacifico rientro delle tribù fuoriuscite […]
Il giorno 22 Ottobre portai l’ex Sultano ad Hanghei dove lo consegnai al Commissario della Migiurtinia, là giunto nel frattempo”7.
Continua a leggere la storia sul libro “Dubat – Gli Arditi somali all’alba dell’Impero fascista”.

di Alberto Alpozzi

NOTE
1. Meregazzi nell’articolo Migiurtinia nostra pubblicato su La Rivista illustrata del Popolo d’Italia del Dicembre 1927 parla di “più di diecimila migiurtini […] con centinaia di migliaia di capi di bestiame”
2. L’opera del Governo Fascista – Ministero delle Colonie – Eritrea e Somalia, La Stampa, 13 Ottobre 1927
3. Lewis I.M., Una democrazia pastorale, Franco Angeli, Milano, 1983
4. Futura medaglia d’oro alla memoria nella seconda guerra mondiale cadrà in Jugoslavia in azione presso Djbra l’11 aprile 1941. Così lo ricorderà Camillo Bechis in un discorso del 19 maggio: Fu brillante ufficiale delle bande in Somalia; laggiù prodigò, le sue molteplici e spiccate attività di comandante di dubat, intelligentissimo, infaticabile ed intrepido. Prese parte alla campagna della Somalia Settentrionale e a quella successiva per la conquista dell’Impero. Fu il primo a raggiungere con i suoi dubat la posizione fortificata di Dagabur, appena vinta la nota aspra battaglia dell’Ogaden. E quindi, continuò, all’avanguardia, nella marcia vittoriosa su Harrar. In seguito rimase ancora vari anni nelle terre dell’Impero, per partecipare alle operazioni di assestamento e di assorbimento di quel le genti; ed in tale compito di non lieve responsabilità profuse le sue elettissime doti di soldato valoroso, dedito al dovere fino al sacrificio. Da poco più di un anno era ritornato in patria per formarsi una famiglia. Lascia ora la giovane sposa, che in questi giorni sarà madre. Il destino che l’ha voluto nel Paradiso dei forti fra le schiere di Cantore non gli ha concesso di conoscere la propria creatura. Insignito di sei ricompense al valor militare, era una bella, maschia figura di alpino, con alcuni tratti di fine delicatezza tutta particolare, che lo rendevano amabilissimo. Nel petto gli batteva il cuore di un eroe. Vive e vivrà nella memoria di quanti l’hanno conosciuto.
5. La resa senza condizioni degli ultimi ribelli migiurtini. L’ex sultano Osman Mahamud a Mogadiscio, La Stampa, 24 Ottobre 1927
6. Le date riportate sono estratte da La formazione de l’Impero Coloniale Italiano di Varo Varanini. Il de Vecchi in Orizzonti d’Impero non fa riferimento alla data della resa del Sultano probabilmente perché in quei giorni si trovava a bordo del “Mazzini” di ritorno in colonia. Era salpato il 7 Ottobre da Napoli
7. Relazione del 19 Gennaio 1935 indirizzata al Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Addestramento

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IL LIBRO “DUBAT”:
I dubat, bande armate di confine, furono un corpo militare coloniale d’élite formato dai migliori uomini dei clan somali di tradizione guerriera. Ammirati e temuti per le loro imprese al fianco dell’Italia segnarono la storia della Somalia. Vennero istituiti nel 1924 dal Quadrumviro Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, governatore della Somalia italiana, per proteggere gli incerti confini dalle razzie abissine e per sequestrare le armi da fuoco che rendevano instabili e insicuri i protettorati nel nord. Comandati e organizzati dal maggiore degli Alpini Camillo Bechis i dubat fronteggiarono i clan riottosi in epiche battaglie che assunsero tutti i caratteri di una vera e propria guerra coloniale, supportata in alcune fasi da una divisione navale e una squadriglia aerea. Il testo ripercorre i combattimenti e le azioni dei dubat narrando l’epopea che portò per la prima volta alla pace e all’unificazione di genti e territori conosciuti oggi come Somalia, un tempo divisi tra clan rivali in costante lotta per la supremazia. Attraverso la voce dei protagonisti ci ritroviamo a vivere nella più lontana colonia italiana seguendo in diretta le operazioni militari. A parlare sono i telegrammi, le relazioni militari e ministeriali, i diari personali, le lettere private e i giornalisti dell’epoca. Centinaia di immagini fotografiche inedite completano il quadro storico minuziosamente ricostruito giorno per giorno. L’analisi dei documenti d’archivio ha portato alla luce trattati coloniali e convenzioni internazionali che non solo hanno ricomposto il contesto socioculturale nel quale maturarono gli eventi ma hanno anche svelato intrighi e traditori, i cui nomi, dopo quasi cento anni possono essere resi noti. Nel libro vengono forniti strumenti e tracce per un’analisi storica della politica coloniale italiana in Somalia e degli obiettivi imperiali nei primi anni del fascismo.

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