La sceriffa di Massaua e la premonizione della caduta dell’Impero

Sin dal primo arrivo degli italiani in Eritrea, fu evidente la necessità di mantenere buoni rapporti con i Mussulmani.
Un ruolo di primo piano in Eritrea, con l’Amministrazione coloniale Italiana ed i Mussulmani l’ebbe la potente famiglia islamica Sitti di Alawiyya-al-Morgani. Il prestigio della famiglia Morgani in Eritrea è sostenuto storicamente dal loro titolo di “Asraf”, attribuito a coloro che si reclamano, e sono riconosciuti, come discendenti del Profeta Maometto. La stessa origine della parola Morgani significherebbe “ricco discendente del profeta”.
Nel 1885 allorchè gli italiani occuparono Massaua, un discendente della famiglia Morgani, tale Seied Hasim, si trovava a Massaua ove si era rifugiato per sfuggire al movimento mahadista sudanese presente nel bassopiano occidentale. Egli fu messo sul libro paga degli italiani per aiutarli a combattere i mahadisti e mettere pace tra i Beni Amer e le autorità coloniali.

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Per questo motivo si spostò varie volte tra Cheren e Agordat dove sposò una donna dei Beni Amer da cui ebbe due figlie: Maryana e Sarifa Alayiyya il cui ruolo tra la popolazione mussulmana del paese assunse una posizione di primo piano.
Nel 1898 Ferdinando Martini cercò di trasferire Sidi Hasim a Cheren ma egli si rifiutò. Alla sua morte venne a mancare un rappresentante della famiglia Morgani sul territorio eritreo. La trasmissione della Leadership religiosa a questo punto poteva rappresentare un momento di rottura con lo status precedente. Era una fase critica e le autorità coloniali si preoccuparono di sorvegliare e controllare la successione alla morte di El-Morgani di Massaua. Iniziò così una fase di studio, sorveglianza e manipolazione dei possibili eredi alla rappresentanza religiosa in territorio eritreo.
Ferdinando Martini diede incarico al tenente Alberto Pollera di interessarsi della questione. Nel suo diario Pollera annota: “essendosi estinto nel 1902, con Sidi Hasim il ramo maschile dei Morgani, che aveva giurisdizione in Eritrea, il Governo si interessò affinchè la sua opera venisse continuata da un suo cugino, Seied Giafer Bakri, che era diventato il capo di questa casata in Eritrea.”
Ferdinando Martini dichiara che: “E’ fuori dubbio che l’avere in Eritrea un’altra autorità religiosa mussulmana, varrà meglio di qualsiasi prescrizione per gli eritrei, che si ripeta, come in passato, l’esodo oltre confine di intere tribù con le loro mandrie. Basterebbe una sola parola del Santone per impedirlo”.
Questo era necessario perché le tribù islamiche del bassopiano erano essenziali per fermare l’avanzata dei mahadisti del Sudan verso l’Eritrea. Fu così che Seied Giafer si trasferì a Cheren da Massaua dal Gennaio 1910 e di fatto riuscì a trattenere entro i confini dell’Eritrea le tribù nomadi islamiche di quei territori. Da quel momento egli venne presentato come Leader ufficiale dell’Islam in Eritrea.
Intanto una delle figlie di Sitti di Alawiyya-al –Morgani, Sarifa Alawiyya era cresciuta e la sua autorità religiosa in Eritrea venne messa in discussione sulla base di una discriminazione di genere condotta dall’elite islamica rivale, con il beneplacito delle autorità italiane. La principale accusa rivoltole riguardava la mancanza di “ortodossia” delle sue pratiche religiose e una conseguente illegittimità a rappresentare un modello spirituale per la popolazione mussulmana della Colonia Italiana. Sitti Alawiyya affermò la propria autorità appellandosi all’Islam e riconfermando così la legittimità della propria leadership, oltre che a quella di essere l’erede diretta di El-Morgani.

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Dopo di che si rivolse alle autorità italiane reclamando una residenza permanente a Cheren. Richiese inoltre lo stesso trattamento riservato a Seied Giafan, vale a dire la partecipazione alla vita religiosa della città e un assegno mensile. Questo determinò un conflitto tra le due fazioni religiose dei Morgani sino a quando, nel 1919, la Sarifa si allontanò da Cheren trasferendosi in Sudan, a Suachin, dove viveva l’altra sorella Maryana che era diventata un capo religioso molto seguito e corteggiata dagli inglesi.
La Sarifa rimase in Sudan sino al 1923 quando rientrò definitivamente in Eritrea. La Sarifa da quel momento iniziò a coprirsi con il velo e divenne man mano una figura di primo piano che assunse ufficialmente forte visibilità durante il periodo del fascismo, diventandone un interlocutrice privilegiata per affrontare diverse questioni coloniali, concernenti le popolazioni mussulmane del bassopiano eritreo. La Sarifa iniziò ad indossare abiti militari e pantaloni sotto i vestiti tradizionali, come la “galabiyya! E ciò nel rispetto del Corano, potendo così avere accesso ai luoghi pubblici e politici. Gli fu assegnata un autovettura e delle armi, tra cui una pistola completamente d’oro ed un assegno mensile. Diventa una personalità di potere, fedele all’Italia, il cui ruolo a Massaua era per gli italiani funzionale al mantenimento dell’ordine coloniale. Sarifa Alawiyya venne chiamata dagli italiani “la sceriffa”, storpiando il titolo islamico “sarifa”, che indica invece una discendenza dal Profeta.

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L’epiteto “regina senza corona” comunemente utilizzato quando ci si rivolgeva alla Sceriffa è tutt’oggi menzionata nelle memorie orali dell’Eritrea.
Il palazzo fuori Massaua, ad Otmulo in cui viveva, era stato costruito dagli italiani unitamente ad un atrio ed un altro edificio adibito appositamente per gli incontri e i ricevimenti. La residenza comprendeva anche una moschea con un patio dove c’era la tomba del padre Hasim el-Morgani.
Nel 1936 la Sarifa dietro invito delle autorità italiane visitò l’Etiopia alla testa di una missione di capi e notabili eritrei. In quell’occasione incontrò esponenti mussulmani di Gimma e Harar. Nel contesto di questa sua visita di propaganda filo islamica, gli italiani condussero una serie di politiche richieste dalla stessa Sarifa, come la costruzione di 50 nuove moschee, l’insegnamento dell’arabo nelle scuole, il finanziamento di pellegrinaggi alla Mecca. Un grande successo per la Sarifa in quanto, tra l’altro, in Etiopia era proibito costruire moschee. In suo onore ad Harar fu costruita la moschea Sitti Alawiyya, nella piazza del mercato, inaugurata dalla stessa Sarifa. Durante quella visita la Sarifa fece una predizione e che cioè gli italiani non sarebbero stati più di cinque anni in Etiopia e avrebbero perso la guerra contro gli inglesi.
La morte della Sceriffa di Massaua avvenne alla vigila della fine dell’occupazione italiana tanto è che a Cheren si ricorda ancora oggi che il suo cuore si spense per il dolore di quella fine imminente che lei aveva previsto in quel viaggio ad Addis Abeba. La Sceriffa di Massaua è diventata così una leggenda, storicamente documentata.

di Pasquale Santoro

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