Somalia-Etiopia, il confine che non c’è

Il confine tra Somalia ed Etiopia è ancora oggi inesistente. L’unico tratto di 80 km, su circa 1.000, segnato sulla carta risale ai tempi del colonialismo italiano.

Territorialmente l’indefinito confine tra la Somalia e l’Etiopia, derivava ancora dal vecchio accordo italo-etiopico del 16 maggio 19081 che costituiva un confine “non precisato nella definitiva delimitazione sul terreno, dava inizialmente alle nostre cabile la possibilità di poter tornare a pascolare nei luoghi, dove il loro diritto discendeva da antiche tradizioni e consuetudini”. Precisa Domenico Quirico in “Squadrone bianco”: “a dire la verità il confine con l’Etiopia non esisteva neppure sulla carta perché nessuno aveva mai provveduto a segnarlo e perché l’impero etiopico rivendicava come suo tutto il territorio dell’Ogaden, considerato una specie di riserva di caccia dei ras dell’Harar che vi conducevano, con lodevole frequenza, razzie alla ricerca soprattutto di bestiame e di schiavi” e di acqua.
Fu proprio a causa di un territorio triangolare di non più di un chilometro di lato, dove si trovavano i pozzi di Ual Ual presidiati dai dubat somali, che nel dicembre 1934 avvenne l’incidente storico poi passato alla cronaca come il casus belli della guerra d’Etiopia.
“Le così dette spedizioni abissine per levar tributi sono vere e proprie spedizioni di obbrobriosa guerra, e i capi ne traggono promozioni o premi come per atti di guerra, ove il bottino che recano all’Imperatore sia cospicuo. […] si imprigionano i capi (si legano – dicono gli Abissini molto esattamente poiché non si accontentano di rinchiudere i prigionieri, ma li legano mani e piedi) per estorcere dalle famiglie loro e dalle loro cabile altro bottino; chi non è fuggito in tempo e resiste, viene massacrato; e mai ritornano le spedizioni all’Harar o ad Addis Abeba – questa è la cosa più orribile – senza trarre in schiavitù donne molto giovani e bambini”2.

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L’Italia per ovviare a queste razzie cercò di delimitare il confine della Somalia italiana con l’Etiopia. In seguito appunto della convenzione del maggio 1908 una commissione italo-etiopica fu incaricata di delineare in modo definitivo la frontiera tra i possedimenti italiani della Somalia e le province dell’Impero Etiopico.
Il 2 settembre 1910 partì da Napoli la missione per i lavori necessari sul terreno. Vi fu messo a capo il capitano Carlo Citerni3, coadiuvato dal dottor Brigante-Colonna, medico della Croce Rossa, dal topografo Enrico Grupelli e dal topografo di prima classe Annibale Venturi, dell’Istituto Geografico militare. La missione doveva unirsi, ad Addis Abeba, a quella etiopica da dove avrebbero raggiunto Dolo per stabilire i principi dell’assegnazione dei clan alla giurisdizione italiana ed etiopica.
Il 19 settembre arrivati a Gibuti, capitale della Somalia francese, si diressero ad Addis Abeba, che raggiunta il 1° novembre veniva lasciata il 22 dicembre con una carovana, composta, per la parte italiana, da 180 uomini. Il 15 marzo la spedizione giunse a Dolo, dove il Citerni venne raggiunto dal tenente Costa che vi si era recato con una scorta di 200 ascari del Benadir come protezione per la missione italiana durante i lavori.

Il confine tracciato fino a Dolo. Estratto dalla veduta panoramica dell’Africa Orientale, A. Vallardi Editore, Milano

“E così la nostra influenza, mediante una azione perseverante e continuativa, si è sparsa in tutta la regione, come se ne è avuta conferma dal tenente Costa, comandante della scorta che il Governo della Colonia mandò ad accompagnare la missione di delimitazione dei confini, nell’agosto-settembre 1911, il quale ebbe a riferirmi come tutte le genti Rahanuin si mostrassero desiderose di una nostra occupazione che li difendesse dalle scorrerie degli Ogaden (Abissini), e facesse ritornare pace e giustizia nelle loro terre”4.
Le operazioni geodetiche ufficiali poterono iniziare solamente i primi di agosto, a causa dei continui ritardi e difficoltà poste dalla commissione etiope, comandata dal degiac5 Nado.
In agosto si delimitarono i confini a Dolo e Goriale, a settembre Lugh6 e Iet e a ottobre ad Ato. Qui si interruppero i lavori, definitivamente, per la poca sicurezza della regione e i sempre più frequenti scontri tra le popolazioni locali e le truppe abissine di Menelik che ripresero la via della capitale.
La commissione riuscì quindi a stabilire una linea di appena 80 km tra i pozzi di Rabodi e di Dolo, lungo il corso del fiume Giuba, peraltro sempre contestata dal governo di Addis Abeba.
Nell’ottobre del 1921, il Governatore Carlo Riveri, nella sua relazione sulla Somalia italiana suggeriva ancora di “iniziare negoziati col Governo di Addis Abeba onde addivenire al tracciamento del confine […] si dovrebbe per lo meno tentare di ottenere un esplicito riconoscimento del tracciato eseguito nel 1911 dalla Missione Citerni-Nado”.
Successivamente al trattato di amicizia del 1928 con il nuovo Imperatore d’Etiopia Hailè Selassiè, italiani e inglesi nel 1930 sentirono necessaria la definizione dei confini dei propri possedimenti.
Nel mese di settembre una prima commissione iniziò i lavori per le frontiere del nord, tra la Somalia italiana e quella inglese. L’esploratore ed etnografo Enrico Cerulli rappresentava l’Italia, mentre il colonnello Clifford l’Inghilterra. Il confine, corrispondente perfettamente alla linea del 49° meridiano, fu ratificato con un accordo anglo-italiano nel 1931.

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Il confine perfettamente aderente al 49° meridiano tra il Somaliland e la Somalia italiana. Estratto dalla carta fisico-dimostrativa del 1935 redatta da A. Dardano

Nel 1932 il colonnello Clifford fu nuovamente membro della Commissione per la definizione dei confini anglo-etiopici. Il rappresentante etiope fu Lorenzo Taezaz “e anche se i lavori si protrassero a lungo, date le assenze e i ritardi da parte etiope, l’atmosfera era molto amichevole. I dirigenti locali italiani, sul cui territorio la commissione doveva passare, furono altrettanto gentili ad offrire l’uso dei loro pozzi – il capitano Cimmaruta si distinse in modo particolare per la sua cortesia. Solo i clan locali la boicottarono e fecero resistenza”7.
La questione dei confini fu ripresa in mano solamente durante l’A.F.I.S., l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia durata dal 1950 al 1960 su mandato Onu. Negoziati con l’Etiopia vennero aperti dall’Italia nel 1955, ma dopo ripetuti incontri, nel 1957 nulla era ancora stato fatto e venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica solo nel 1958. Terminato il mandato, 1° luglio 1960, l’Italia lasciava la Somalia, dichiarata indipendente, e la controversia dei confini non era ancora stata risolta.
Infatti come spiega Ioan Lewis in “Democrazia Pastorale” per i pastori di fatto non esisteva il concetto di proprietà delle terre e “non è detto che su di esse si facciano valere, salvo in tempo di guerra e in ogni caso in conseguenza della scarsità di acqua e pascolo, diritti di prescrizione acquisita. In definitiva, i diritti di pascolo e all’acqua si preservano efficacemente solo grazie alla forza di cui si dispone. I diritti del gruppo numericamente egemone in una data area sono sempre riconosciuti, indipendentemente dalla loro contestazione con un ricorso reale alla forza. Il criterio dell’occupazione effettiva produce quindi diritti di pascolo, poiché il loro godimento stabile dipende dall’abilità che gli occupanti di un’area hanno di mantenere la loro posizione. Parimenti, i diritti dei gruppi agricoli in questa regione di terre coltivabili dipendono dalla loro effettiva occupazione”.
Importante a tal proposito è anche comprendere l’ambiente nomade nel quale “la cooperazione, ancorata rigidamente al contratto e all’identità agnatica, è soprattutto connessa con la competizione antagonista per le scarse risorse disponibili favorita dalle avverse condizioni ecologiche […] La coesione sociale nell’ambiente pastorale la si concepisce generalmente, ed in realtà di solito appare, in rapporto alla minaccia di guerra e di faida. Infatti, se si prescinde dall’unione nella lotta, sono poche le situazioni nelle quali l’allevamento dei cammelli richiede una cooperazione intensa e continuata”8.

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Somalia-Etiopia, il confine che non c’è

Inoltre “data l’incostanza delle piogge e la variabilità delle zone di precipitazione, ogni rigidità di confine si sarebbe risolta in un grave pregiudizio per gli armenti delle nostre cabile e opportunamente detto accordo tenne conto, nella elasticità della linea confinaria, di questa circostanza di fatto”9.
Negli anni però furono svariate le reciproche pretese e contese, soprattutto da parte degli etiopi che “non di rado compivano razzie a danno di nostri protetti. Da tutto ciò conseguiva la necessità di dar soluzione definitiva ai problemi di confine coll’Etiopia e col Somaliland, e a quello della sistemazione politica ed amministrativa dei due sultanati”10, opera poi iniziata il 1° Ottobre 1925 da El-Bur nel Sultanato di Obbia e conclusa a Bender Ziada il 7 febbraio 1927.
Problematica, quella dei sultanati del nord, già evidenziata dal Governatore Riveri: “le nuove condizioni createsi in conseguenza della caduta del Mullah, hanno esercitato e dovranno esercitare in avvenire, un’influenza decisiva sulla nostra linea di condotta, riguardo ai due sultanati protetti”11.
“Esigenze e necessità nuove dunque richiedevano definitiva soluzione al confine con l’Etiopia e con il Governo inglese, e una nuova impostazione dei nostri rapporti con le popolazioni protette dei Sultanati […] Ciò avrebbe aumentato la popolazione somala ed avrebbe di conseguenza influito beneficamente sullo sviluppo agricolo e industriale della Colonia”12 perché “riattivare i commerci al più presto è il modo migliore di ispirare fiducia nelle popolazioni e di allearsele contro i residui di brigantaggio, poiché popolazioni che lavorano e guadagnano non vogliono saperne di essere disturbate, tanto più quando sono attaccate all’interesse personale13.
Va notato che un irrigidimento del confine sarebbe stato ben accolto dalle autorità abissine perché avrebbe evitato alla cabile loro soggette di rifugiarsi nei territori della colonia italiana per sottrarsi al pagamento dei tributi imposti dall’imperialismo del governo di Addis Abeba.

di Alberto Alpozzi
Il testo dell’articolo è una rielaborazione di alcuni contenuti del libro “Dubat – Gli Arditi somali all’alba dell’Impero fascista” di Alberto Alpozzi, prefazione Mario Mori, Eclettica Edizioni

NOTE
1. Atto C.1076 del 28 giugno 1908 – Approvazione: 1° della Convenzione fra Italia e Etiopia in data di Addis Abeba 16 maggio 1908 per la delimitazione della frontiera tra la Somalia italiana e l’Etiopia. 2° della Convenzione fra Italia e Etiopia in data di Addis Abeba 16 maggio 1908 per la delimitazione della frontiera tra la Eritrea e la Etiopia verso la Dancalia. 3° dell’atto addizionale italo-etiopico in data di Addis Abeba 16 maggio 1908, alla Convenzione della stessa data relativa al confine tra Somalia italiana e Etiopia pel pagamento di tre milioni di lire italiane all’Imperatore di Etiopia
2. Rava M., Parole ai coloniali, Mondadori, Milano,1935
3. Carlo Citerni. Nacque a Scarlino (Grosseto) nel 1873 e morì a Roma nel 1918. Come sotto tenente fu compagno di Bottego nella spedizione dell’Omo dove scampò miracolosamente all’eccidio cadendo prigioniero degli scioani. Dopo quattro mesi fu liberato dal Nerazzini. Con Vannutelli stese la descrizione della campagna di esplorazione documentandola poi nel volume L’Omo. Nel 1910-11, da capitano, dirige la missione di delimitazione dei confini tra la Somalia e l’Etiopia, lavoro però interrotto dal malvolere abissino
4. De Martino G., La Somalia italiana nei tre anni del mio governo, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma, 1912
5. Il degiàsmacc, abbreviato in degiàc, è il più antico titolo dignitario militare e uno dei titoli più antichi della corte degli imperatori dell’Etiopia, equivalente al titolo di conte, che ricopriva l’incarico di governatore della provincia. Dal 1930, il titolo di degiasmacc usato dall’esercito imperiale etiopico fu equiparato al grado militare di colonnello generale, con il ruolo di comandante del corpo centrale dell’esercito.
6. Vedi nota 25, punto 3°. Con l’atto addizionale poi della stessa data, 16 Maggio 1908, si stabiliva in 3 milioni di lire italiane il compenso pecuniario dell’Italia all’Etiopia per la rinuncia di questa al territorio di Lugh
7. Mockler A., Il mito dell’Impero, Rizzoli, Milano, 1977
8. Lewis I.M., Una democrazia pastorale, Franco Angeli, Milano, 1983
9. Corni G., Somalia italiana – Vol. II, Editoriale Arte e Storia, Milano, 1937
10. Bollati A., Somalia Italiana, Unione Editoriale d’Italia, Roma, 1937
11. Riveri C., Relazione al Ministero delle Colonie, Sindacato Arti Grafiche, Roma, 1930
12. De Vecchi di Val Cismon C. M., Orizzonti d’Impero, Mondadori, Milano, 1935
13. Vecchi B. V., Nel Sud dell’Impero, Fratelli Bocca, Milano,1937

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Il testo prende le mosse dalle gesta dei Dubat, letteralmente “turbante bianco”, guerrieri somali che proteggevano gli incerti confini della Somalia dalle razzie abissine. Si tratta di una ricerca volta ad approfondire la storia coloniale della Somalia e del nuovo assetto politico negli anni Venti del 900. I dubat vennero fondati nel 1924 dal Quadrumviro Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, Governatore della Somalia (1923-1928) e organizzati dal maggiore degli Alpini Camillo Bechis, entrambi piemontesi. I dubat, o bande armate di confine secondo la denominazione militare, costituirono un nuovo corpo di soldati coloniali d’élite alle dirette dipendenze del Governatore totalmente slegato da Roma e dal comando del Regio Corpo Truppe Coloniali. Furono protagonisti ed eroi delle operazioni militari per la pacificazione dei Sultanati del Nord Somalia (1925-1927) contribuendo alla prima creazione della nazione che oggi conosciamo con il nome di Somalia. Prima di allora la “Somalia”, come entità statale, non esisteva. Frammentata in regioni e clan in guerra costante tra loro non aveva mai conosciuta la pace. Attraverso le imprese dei dubat e della politica coloniale e “romana” del Governatore de Vecchi di Val Cismon approfondendo il panorama sociale, politico e militare si restituisce un capitolo storico poco noto. La lettura storica, basata esclusivamente su documenti, risulta un completamento del periodo esaminato. Vengono poste in luce le motivazioni sociali, storiche e politiche del colonialismo italiano per comprendere come e perché questi guerrieri somali lavorarono e combatterono spalla a spalla con gli italiani.

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