Analisi del dipinto “La battaglia di Dogali” di Michele Cammarano

Battaglia vera, disperata e crudele, dove bianchi e neri, vincitori e perdenti, intricati in una lotta decisiva, ma non ancora conchiusa, non sono mai esenti dagli umani sentimenti del furore e della esaltazione, del coraggio e del terrore. 1
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La battaglia di Dogali, olio su tela, cm 550 x 900, 1888-1896, Roma, Galleria Nazionale d_Arte ModernaNel 1888 Michele Cammarano 2, discepolo della scuola di Posillipo 3 e già autore di alcuni dipinti militari (celebri La breccia di Porta Pia e La battaglia di San Martino) ricevette l’incarico dal Ministro dell’Istruzione Paolo Boselli 4 di realizzare un quadro per commemorare la sconfitta di Dogali 5, avvenuta l’anno precedente. 6
Il risultato sarà un gigantesco dipinto (quasi otto metri per quattro!), esito di una lentissima elaborazione tra la patria e l’oltremare. 7 Infatti,
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Cammarano non prese l’incarico come un riconoscimento e neppure pensò di adeguarsi alle fantasiose narrazioni della battaglia [come quella agiografica di Cesare Biseo, conservata nel Palazzo dei Normanni a Palermo N.d.R.]; invece, nel rispetto delle sue convinzioni di pittore naturalista, decise di partire immediatamente per recarsi a studiare la località, la luce, il colore, e i costumi d’Abissinia. 8
Dopo due anni di lavoro sulla grande tela – narra in una lettera alla figlia – si rese conto che il risultato non era convincente, e dopo essere nuovamente tornato sulla collina di Dogali fece un grande bozzetto che riportò in Italia. Di qui, dopo aver riflettuto sul nuovo bozzetto e averlo mostrato ad alcuni amici fidati ripartì e, giunto nuovamente a Massaua, sentì necessario rifare il dipinto […].
Dopo cinque anni di studi il quadro venne riportato a Roma e finito solo nel ‘96, mentre Cammarano era obbligato a dipingere altri quadri per poter vivere. 9
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Tra i tanti, segnaliamo Eritrea, scena di vita quotidiana sulle rive del Mar Rosso;
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Michele Cammarano, Eritrea, olio su tela, cm 92 x 150, 1893, Valdagno, Raccolta Gaetano Marzotto
Il prigionero dell’amba 10, dove attraverso un sapientissimo uso del chiaroscuro viene descritta la terribile sorte di un forzato (forse un ras ribelle);
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M. Cammarano, Il prigioniero dell_amba, olio su tela, dimensioni e data sconosciute, Firenze, Collezione Sibilla Grazzini-Cammarano
E il “verista” Studio di abissino:
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M. Cammarano, Studio di abissino, olio su tela, data e dimensioni sconosciute, Milano, Collezione Lino Pesaro
Ma è nella grandiosa Battaglia di Dogali che l’artista partenopeo riversa tutta l’esperienza di una vita. L’episodio storico viene sezionato da uno sguardo imparziale e attento:
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Nelle lettere all’amata figlia, […] lo stesso pittore puntualizza il significato della scena: “È l’ultimo momento del triste dramma con 500 schiacciati da quell’onda di abissini, vi ho studiato per necessità il loro modo di guerreggiare, maneggiar le armi, i loro fieri tipi, gl’italiani compiono gli ultimi sforzi di una resistenza disperata, la terra è una couche de morts, la località è fedele […]. Ecco quello che c’è sulla tela. 11
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Cammarano_Bozzetti preparatori_Dogali
L’autore si impone quindi l’ascesa a vette di realismo quasi fotografico. Si noti l’incredibile restituzione:
– dell’equipaggiamento dei soldati del Regio Esercito, su cui Cammarano indugia con precisione quasi ossessiva descrivendo le salme scomposte dei caduti (simili ai naufraghi de La zattera della Medusa di Gericault): la fodera interna di un casco, ghette, divise sbottonate, cinturoni, mantelline, baionette, foderi, spade, fucili, ecc.;
– delle armi (guradè, shotel, scudi di pelle d’ippopotamo) e dei tradizionali abiti dei nativi (sciamma, mandil); 12
– dell’arido terreno di scontro, coperto da bassi cespugli e dai caricatori vuoti 13 degli sconfitti. L’albero (freccia viola), già presente ne La battaglia di San Martino, e il turbine di polvere che si alza sopra il cavaliere in entrata sulla sinistra, dividono lo spazio della tela in tre ampie sezioni trasversali: assalto abissino dalla pianura-l’ultima carica di De Cristoforis mentre lo schieramento italiano si sgretola–ulteriore attacco nemico sul fianco.
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Dogali_Le frecce gialle indicano le principali linee di forza dell_immagine. Quelle colorate alcuni dettagli su cui ci si soffermerà in seguito
Un’imponente composizione che
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risulta sorprendentemente coerente e coordinata; la collina di Dogali 14, non la stretta valle dell’agguato leggendario, si sviluppa verso destra e su di essa si dispone il quadrato, […] ordinato in lunghe fila, dei soldati italiani che rimpiccioliscono in prospettiva. In alto, al riparo degli attacchi più immediati, si distingue il raggruppamento degli animali che trasportano munizioni e vettovaglie per il forte di Saati (freccia verde). Il punto di vista, piuttosto basso, consente di dare il necessario rilievo al leggero declivio del colle, ma coincide nello stesso tempo con il centro drammatico della scena: si trova infatti ai piedi della figura del tenente colonnello De Cristoforis, il quale, afferrando con la mano sinistra la lancia di un nemico, cerca di colpirlo con la sciabola (freccia rossa) per avvicinarsi al capo avversario che, contraddistinto da ricchi indumenti e tessuti preziosi, cerca di allontanarsi con la protezione di quattro guerrieri (freccia blu). Genialmente, Cammarano rovescia la logica costruttiva della scena, e mostra i difensori che si lanciano sugli attaccanti abissini: il comandante, a capo scoperto, guida il disperato assalto […]. I quattro caduti italiani che occupano il primissimo piano danno però la misura della tragedia (frecce azzurre), con una scelta che ricorda chiaramente “La libertà che guida il popolo” di Delacroix. 15
Ma in questa tremenda mischia – e su questo concludiamo –, ciò che più balza all’occhio è la straordinaria varietà cromatica:
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Il tono generale del gran quadro è bianco, delle divise italiane d’Africa, azzurro blu delle fasce d’ordinanza, bruno viola degli abissini, con improvvise schiume di rossi bellissimi nel costume indigeno e screziature di ricami nei loro berretti, tonalità chiarissima e neutra sotto il gran cielo azzurro, sereno. 16
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di © Emanuele Marazzini – Tutti i diritti riservati
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NOTE
1. C. MALTESE, Storia dell’arte italiana. 1785-1943, Torino, Einaudi, 1960, pg. 219.
2. Per una rapida, ma completa biografia dell’artista cfr. L. AUTIELLO (a cura di), Michele Cammarano, Napoli, L’Arte Tipografica, 1959, pp. 15-41 e G. AMEDEO, Cammarano, pittore dimenticato, “La Repubblica”, 12 febbraio 2006, disponibile qui
3. «Gruppo di pittori paesisti napoletani, quasi tutti allievi dell’olandese Pitloo, che nel secondo ventennio del XIX secolo, reagendo e combattendo contro i canoni accademici, instaurarono la consuetudine della pittura all’aperto (luogo prediletto dei loro studi erano Posillipo e dintorni) e si posero in diretto contatto con la natura, assumendo di fronte a essa un nuovo atteggiamento ideale, soggettivo e lirico», Enciclopedia Treccani s.v. Posillipo.
4. «[…] raffiguri il glorioso fatto di Dogali e ricordi nella Galleria d’Arte Moderna l’eroica virtù dei soldati italiani», lettera del 14 marzo 1888 a Michele Cammarano.
5. Per un’accurata disamina della battaglia e della sua mitografia si consulti l’imprescindibile A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa Orientale. I. Dall’unità alla marcia su Roma, Milano, Oscar Mondadori, 2001, cap. XI. Ricordiamo soltanto i numeri: 26 gennaio 1887, 540 italiani, partiti in soccorso degli assediati del presidio di Saati, furono sorpresi da quasi dodicimila abissini capitanati dall’abile Ras Alula e annientati; i caduti nostrani furono 430.
6. C. DELVECCHIO, Icone d’Africa. Note sulla pittura coloniale italiana in G. GRESLERI, P. G. MASSARETTI, S. ZAGNONI, Architettura italiana d’oltremare 1870-1940, Venezia, Marsilio, 1993, pg. 70.
7. Le spasmodiche vicende di realizzazione della tela sono ben riassunte in una lettera inviata alla figlia il 23 luglio 1891 da Massaua: «Perché tu capisca, sappi che nel gennaio del Gennaio del ‘90 fui assalito dal fiero dubbio che la visuale del mio quadro non avesse quello sviluppo conveniente da me desiderato, errai molti giorni chiedendo a me stesso la soluzione del problema, ritornai con accanimento a Dogali, frugai studiai e mi convinsi d’aver giustamente dubitato. Feci un largo bozzetto, lo paragonai col quadro che è un’immensa tela che mi costava il lavoro improbo di quindici mesi, e compresi dover disfare il tutto, il sudore mi gocciolò freddo dalla fronte, tanto lavoro invano, ma la speranza di far bene mi sosteneva. […] Risolsi tornar in Roma, saltai a bordo e giunsi in Italia sui primi di Febbraio, senza casa, senza mezzi, mi ammalai, più d’anima che di corpo, lo stacco violento dell’equatore, alla neve che trovai in Italia mi fece comprendere l’imprudenza commessa. […] Tornai l’8 Gennaio di questo 91 e rividi l’opera mia. Ti dirò ch’io portai meco in Italia, il bozzetto grande, a scopo di veder che effetto facesse la pittura eseguita qui in Africa, il qual bozzetto in grande piuttosto, fu visto solamente da tre miei amici, Iacovacci, Tarenghi, ed il Capo del Gabinetto di Crispi. Lo giudicarono bellissimo ed anche delle determinazioni che non oso ripeterle, ma tu sai che il giudizio altrui non mi solletica, io vivo serrato nella mia opinione, e se non mi contento io, non mi vale neppure l’incoraggiamento di Domenidio. Sentii dunque che bisognava rimuovere le mie figure! Quindici mesi di lavoro, un duecento figure disegnate benissimo… Ritornai a Dogali, richiamai Abissini, richiamai soldati, altri disegni, nuovi studi, un nuovo cartone! Ciò fatto mi risovvengo il primo giorno che cancellai un largo pezzo con biacca: mi parve che un rasoio mi tagliasse le carni», M. BIANCALE, Michele Cammarano, Milano-Roma, Arti Grafiche Bertarelli, 1936, pg. 88.
8. Una lettera del 16 dicembre 1892 all’amico maggiore Orioli ci offre un piccolo spaccato del temporaneo soggiorno di Cammarano a Massaua: nonostante alcuni problemi di salute a causa dell’«estate tropicale», il pittore visse serenamente, diventando, tra l’altro, amico del governatore Gandolfi, più volte visitatore del suo atelier. Nel contempo si tenne alla larga dalle questioni politiche: sebbene invitato da alcuni amici, rifiutò infatti di entrare nell’aula di tribunale dove si stava dibattendo l’ultima seduta del processo contro il tenente Livraghi e l’avvocato Cagnassi, entrambi imputati della più celebre inchiesta del nostro primo colonialismo.
9. «L’esecuzione del quadro è faticosa: [il pittore N.d.R.] si rinfranca con dipingere studi dal vero: “Vedendo questo ristagno d’energia son corso a fare degli studi, cioè teste abissine sia di uomini che di donne, più qualche dettaglio d’abituri di questi indigeni che son capanne di verghe e stuoie, con pannacci sgualciti e bucati sì che fanno un bel contrasto di questa miseria sudicia sul cielo d’oriente ricco di sole e d’azzurro”», M. BIANCALE, Michele Cammarano, cit., pg. 85, corsivo nostro.
10. «Nel suo Prigioniero dell’Amba Cammarano ci ha dato più che in Dogali un quadro veramente abissino. È la prima volta che il grande accanimento solare sulla levigatissima amba toglie a Cammarano il gusto dello squadrato, del solido, del duro. Il quadro è rapidamente abbozzato e mai ripreso: e ciò conferisce alla sua levità di colore e di forma», M. BIANCALE, Michele Cammarano, cit., pg. 87.
11. E. CRISPOLTI (a cura di), I colori del tempo. Un percorso nella pittura italiana attraverso venticinque capolavori del XIX e del XX secolo, Torino, SANPAOLO IMI, 2000, pg. 89, corsivo nostro.
12. In una lettera, non datata, alla figlia, il pittore scrive: «Gli abissini vestono un paio di brache larghe molto più logiche dei nostri pantaloni, giacchè permette qualunque movimento delle gambe, una lunga camicia con maniche strettissime e poi un largo pezzo quadrato di 2 metri e mezzo, che ora è uno sciammà, cioè un indumento assolutamente abissino, bianco con una larga banda rosso fuoco […] mettono sul capo un fazzoletto (mandil) ma di colori smaglianti […] con un disegno di un’originalità da meravigliare», M. BIANCALE, Michele Cammarano, cit., pg. 91.
13. «Come rivelerà uno dei feriti, Giovanni De Cristina, si sono sprecate le cartucce buone quando il nemico è ancora è a 1000 metri, fuori tiro; e quando è a tiro, non restano loro che le “cartucce di piazza”, quelle che si frantumano e non producono ferite mortali», A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa Orientale. I. Dall’unità alla marcia su Roma, cit., pg. 242.
14. L’altura sullo sfondo potrebbe richiamare la rinascimentale Battaglia di San Romano di Paolo Uccello.
15. E. CRISPOLTI (a cura di), I colori del tempo. Un percorso nella pittura italiana attraverso venticinque capolavori del XIX e del XX secolo, cit., pp. 89 e 92, corsivo nostro.
16. M. BIANCALE, Michele Cammarano, cit., pp. 90-91.

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