Quando la sinistra italiana sosteneva la politica colonialista italiana nel Mediterraneo

Una volta raggiunta l’unificazione nazionale, con l’intento di trovare soluzione ai problemi interni, rimasti irrisolti sul piano economico e sociale, l’Italia intraprese una politica di espansione coloniale.
Inizialmente l’Italia concentrò le sue attenzioni sulla Tunisia la cui posizione geografica era un obiettivo strategico per l’area del mediterraneo sia italiano che francese e luogo in cui, da alcuni anni, risiedeva già una nutrita comunità di italiani. Tale progetto fu reso irrealizzabile agli inizi del 1881 quando la Francia, profittando dell’isolamento politico dell’Italia in campo internazionale, occupò la Tunisia.
Nel 1882, dopo l’improvvisa invasione della Tunisia, l’Italia intraprese vari contatti diplomatici con la Germania e l’Austria-Ungheria che portarono alla firma del trattato della Triplice Alleanza , determinando la fine del suo isolamento internazionale.(1)
Libia0[1]Intanto i circoli politici italiani iniziarono a spostare il loro interesse sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, quale compenso all’Italia per la rinuncia a Tunisi. Anche il governo guidato da Agostino Depretis, nel novembre del 1884 quando si era profilata la possibilità che la Francia occupasse il Marocco, prese in considerazione l’ipotesi di occupare la Libia in risposta all’azione francese.
Frattanto continuano i progressi in politica estera e nell’ottobre 1885 il Ministro degli Esteri italiano, il conte di Robilant, nelle trattative per il rinnovo della Triplice Alleanza riuscì a porre la condizione del mantenimento dello status quo a Tripoli e ad ottenere l’estensione della Triplice al Nordafrica. In particolare veniva previsto un intervento a favore dell’Italia da parte tedesca ed austroungarica nel caso la Francia avesse occupato Tripoli o il Marocco.
Per arrestare la minaccia francese, il 12 febbraio 1887, vi fu anche uno scambio di note tra l’ambasciatore italiano a Londra, il conte Luigi Corti, e il Primo ministro inglese Lord Salisbury con le quali l’Inghilterra si dichiarava “disposta, in caso d’invadenza da parte di una terza Potenza, ad appoggiare l’azione dell’Italia in Africa e particolarmente nella Tripolitania e Cirenaica” in cambio dell’appoggio italiano in Egitto.
Il complesso disegno diplomatico fu completato dall’intesa italo–spagnola del 4 maggio 1887, con cui la Spagna si impegnava a non concludere con la Francia nessun patto riguardante i territori nordafricani a danno dell’Italia, della Germania e dell’Austria-Ungheria e a collaborare con Roma per il mantenimento dello status quo nel Mediterraneo. L’attività diplomatica posta in essere dal ministro di Robilant riuscì nell’intento di mantenere lo status quo in Africa settentrionale evitando il rischio di un’occupazione della Libia da parte della Francia.
Negli anni successivi la diplomazia del Regno d’Italia continuò a lavorare pazientemente per migliorare le alleanze al fine di conseguire l’obiettivo della politica coloniale cioè la Libia. Il Ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta, dopo aver ricucito lo strappo con la Francia e con uno scambio di note, il 14 e il 16 dicembre del 1900, i due governi conclusero un accordo con il quale l’Italia lasciava mano libera alla Francia sul Marocco e in cambio vedeva riconosciute le sue mire sulla Libia. L’anno seguente il nuovo Ministro degli esteri Giulio Prinetti intraprese le trattative con l’Inghilterra per assicurarsi l’appoggio alle mire libiche. L’accordo fu raggiunto l’11 marzo 1902, l’Inghilterra riconosceva gli intenti italiani circa la Tripolitania e la Cirenaica mentre l’Italia si impegnava a non assumere atteggiamenti ostili agli interessi inglesi nel Mediterraneo.
In occasione della visita dello Zar Nicola II al re d’Italia Vittorio Emanuele III nel castello di Racconigi, il 24 ottobre 1909 si pervenne ad un accordo con il quale l’Italia e la Russia si impegnavano a considerare favorevolmente gli interessi di entrambi gli stati, per i russi nella questione degli Stretti, per gli italiani in Tripolitania e Cirenaica
Nel 1910 l’Italia era ormai attivissima in politica estera, da ormai venti anni aveva allacciato rapporti con la Germania e l’Austria-Ungheria attraverso la Triplice Alleanza nel mentre, per evitare ostacoli all’impresa in Nord Africa, aveva concluso accordi separati anche con la Francia ed il Regno Unito. Con l’accordo di Racconigi il governo Giolitti si assicurò anche l’appoggio della Russia all’espansione italiana in Tripolitania ed in Cirenaica.
Marchese di San GiulianoFu il marchese Antonino Paternò-Castello di San Giuliano, deputato della Sinistra e Ministro degli esteri (dal 1905 al 1906 I mandato e dal 1910 al 1914 II mandato), che, dopo l’inizio dell’emigrazione di massa del 1885 dal Mezzogiorno verso le Americhe, divenne un deciso sostenitore di una politica colonialista italiana indirizzata in aeree vicine del Mediterraneo idonee a sostituire l’America quale valvola di sfogo alla massa di emigranti per lavoro, soprattutto meridionali.
Inizialmente, appoggiò la politica di Francesco Crispi di espansione verso l’Eritrea e l’Abissinia ma a seguito delle sconfitte italiane subite in Etiopia dovute alla scarsa preparazione diplomatica, militare e finanziaria, San Giuliano si persuase che l’Italia avrebbe dovuto rivolgersi a territori a essa più congeniali ad erigere una colonia adatta a ricevere gli emigranti e cioè in primo luogo la Libia.
Nello stesso tempo egli era consapevole che l’espansionismo nel Mediterraneo non sarebbe potuto avvenire con l’opposizione della Francia. Perciò, per realizzare tale obiettivo era necessario far sì che le pretese italiane verso il territorio della Libia venissero riconosciute dai francesi. Tale risultato fu raggiunto con la politica estera di Emilio Visconti Venosta e Giulio Prinetti, sostenuta dal San Giuliano, tendente a valorizzare in ogni modo possibile le relazioni italo-francesi. Si giunse così, tra il 1900 e il 1902, alla cessazione dei contrasti italo-francesi e il conseguente consenso di Parigi alle pretese italiane per il territorio libico.
In occasione della Conferenza di Algeciras, convocata dalle potenze europee per stabilire il destino del Marocco, conteso fra Francia e Germania, il Ministro degli Esteri Italiano di San Giuliano, senza ripudiare la Triplice Alleanza, decise di aiutare la Francia nelle sue pretese in modo da non avere ripensamenti da parte de la République circa gli accordi del 1900-1902 stipulati con l’Italia con i quali era stato completato il quadro dei consensi ai disegni italiani sulla Libia, area allora sotto il controllo del governo ottomano.
Infatti l’Italia, attraverso un lungo lavoro diplomatico, aveva acquisito, negli anni, il benestare della Germania con il trattato italo –tedesco del 1887, dell’impero Austro-Ungarico e Inglese (nel 1902) a cui, con lo scambio di note italo- russe del 1909, si aggiunse il riconoscimento degli interessi italiani sulla Tripolitania e sulla Cirenaica da parte della Russia.
A partire dal 1906, Roma aveva iniziato una “penetrazione pacifica” in Libia, attraverso il Banco di Roma, con l’obiettivo di legittimare sul piano economico le mire italiane. In realtà di San Giuliano riteneva inadeguata tale politica sia per l’insufficienza di forze economiche e finanziarie messe in campo dall’Italia per raggiungere l’obiettivo prefissato, sia per le ostilità delle autorità ottomane nonché, infine, per la concorrenza delle imprese straniere. (2)
Secondo il Ministro degli esteri italiano, occorreva un’azione di politica coloniale più energica che, escludendo l’intervento militare che avrebbe determinato conseguenze imprevedibili e difficilmente gestibili, permettesse di consolidare ed estendere la presenza economica e commerciale dell’Italia in Tripolitania, evitando però di innescare un processo che avrebbe portato al crollo dell’Impero Ottomano con il rischio di una guerra fra le potenze europee.
Intanto incidenti di frontiera tra Tunisia e Tripolitania facevano sorgere il dubbio che la Francia avesse l’intenzione di accaparrarsi nuovi territori lungo il confine, l’Inghilterra intendeva costruire una stazione carbonifera in Cirenaica e la Germania incrementava i propri interessi a Tripoli aprendo banche, aggiudicandosi appalti pubblici e acquistando terreni. Inoltre c’erano forti possibilità che il governo Turco privilegiasse i banchieri tedeschi a scapito del Banco di Roma che operava in Libia da diversi anni.
A fronte di ciò San Giuliano decise che non bisognava perdere più altro tempo e chiese esplicitamente al governo ottomano di escludere dalla Libia qualsiasi influenza politica, economica e diplomatica che non fosse italiana. Il progetto del Ministro Italiano fu però contrastato dal governo di Costantinopoli, da poco in mano al movimento dei giovani-turchi, sicuri di essere spalleggiati dai governi tedesco e austriaco.
Neanche la minaccia dell’uso della forza ebbe un seguito nel senso desiderato dall’Italia.
Il Mediterraneo era largamente dominato dalla Gran Bretagna e il tratto dalla Tunisia all’Atlantico era sotto il controllo francese, situazione che limitava la libertà d’azione italiana. (3)
La Libia però era considerata, per analogia di clima e di colture, uno sbocco naturale per la popolazione italiana eccedente e la politica colonialista riprendeva vigore sia per la spinta dei nazionalisti sia per emulazione geopolitica rispetto alle potenze europee.
Giovanni_Giolitti[1]In Italia la politica imperialista era giudicata favorevolmente dagli ambienti liberali, cattolici e nazionalisti, oltre che per considerazioni di politica interna ed internazionale e per motivi di prestigio, soprattutto per interessi economici. (4) Ma nonostante le pressioni dei nazionalisti che premevano per un’azione italiana in Libia, sia Giolitti che San Giuliano erano dell’idea che, per ragioni internazionali, un intervento armato fosse prematuro.
Intanto le più importanti testate nazionali, da quelle filo giolittiane come “La Stampa” di Frassati e “La Tribuna” di Olindo Malagodi, dietro cui si profilavano gli interessi della Fiat e della Banca Commerciale, a quelle che rappresentavano gli interessi della borghesia e dei latifondisti emiliano-romagnoli come “Il Giornale d’Italia”, “L’idea Nazionale” e “Il Resto del Carlino”, diedero il loro contributo alla campagna a favore dell’impresa dando vita a una “guerra” mediatica su vasta scala sottolineando le eccezionali opportunità che presentava la Libia in termini di grandi ricchezze naturali e di possibile risoluzione del problema dell’emigrazione italiana specie per le genti del Sud, oltre che elemento di sicurezza per le coste italiane. (5)
Il 1° luglio 1911 la situazione precipitò con la seconda crisi marocchina, quando le ambizioni francesi sul Marocco, sostenute dalla comunità internazionale, vennero contrastate dalla Germania con l’invio di una nave cannoniera nelle acque del porto di Agadir.
Dopo alcune settimane di negoziati, i tedeschi accettarono il principio della preminenza degli interessi francesi sul Marocco che diveniva protettorato della Francia ad eccezione della città libera di Tangeri. Nel mentre l’attenzione delle potenze europee era posta sulla vicenda marocchina, l’Italia ne approfittò per programmare ed effettuare una spedizione verso la Libia, eludendo qualsiasi possibile veto da parte delle potenze europee.
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di © Nicola Catalano  – Tutti i diritti riservati
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NOTE
1. A. Biagini, C’era una volta la Libia, Torino, Miraggi Edizioni, 2011, pag.7
2. G.P. Ferraioli, Il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano e l’impresa di Libia, in S. Trinchese (a cura di), La Libia nella Storia d’Italia(1911- 2011), Messina, Mesogena by Gem , 2015, pp.100-111.
3. N. Labanca, La guerra Italiana per la Libia, Bologna, Il Mulino, 2012, pag. 34.
4. V.R. Manca, Italia-Libia, Stranamore, Roma, Koinè, 2011, pag. 16.
5. P. Sensini, Libia 2011, Milano, Jaca Book, 2011, pag. 14.
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