L’annessione della Tripolitania e della Cirenaica al Regno d’Italia

Il Presidente del Consiglio Giolitti inizialmente era titubante nel dare inizio all’impresa militare libica. Soltanto a metà settembre 1911, posto di fronte alla possibilità che i Turchi rafforzassero le difese militari a Tripoli, si decise per l’invasione dei possedimenti ottomani del Nord Africa sostenendo una presunta ostilità nei confronti delle attività economiche italiane in Libia.
Il 24 settembre 1911, Giolitti ottenuto il consenso da Vittorio Emanuele III, inviò l’ultimatum alla Turchia con il quale si chiedeva di permettere entro ventiquattro ore l’occupazione della Tripolitania e della Cirenaica. L’ultimatum fu respinto e il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra e si aprirono le ostilità in Tripolitania e Cirenaica. (1)
Libia2[1]L’opinione pubblica internazionale rimase colpita negativamente dalla notizia di una nuova guerra di conquista d’oltremare dato che ormai l’Europa aveva cessato da più di un decennio l’espansione attraverso l’uso dello strumento militare. Si era nella fase in cui le potenze coloniali avevano intrapreso la valorizzazione dei nuovi territori conquistati e iniziato lo sfruttamento delle loro risorse. Il timore, rilevatosi poi fondato, degli stati europei era che il nuovo conflitto indebolendo ulteriormente l’Impero ottomano, già noto come “il grande malato d’Oriente”, potesse aggravare il rischio di una guerra europea. (2)
Nel 1911 l’Italia, ultima delle potenze europee, era un paese molto popolato, soggetto a una forte migrazione verso l’Europa e le Americhe, con scarse risorse economiche che non garantivano le aspirazioni di politica estera della classe dirigente liberale. Essa ambiva però a essere riconosciuta come una grande potenza e per questo una politica coloniale prestigiosa era indispensabile.
Nonostante il parere non pienamente favorevole delle gerarchie militari, convinte che il principale scopo fosse difendere il paese da minacce esterne o interne senza distogliere fondi per le colonie, i dirigenti italiani erano convinti della facilità dell’impresa, in considerazione dei pochi armamenti a disposizione del sultano di Costantinopoli sul territorio libico e delle informazioni circa le popolazioni autoctone che attendevano trepidanti di essere “liberati” dagli ottomani.
Scaduto l’ultimatum, il 3 ottobre 1911, le navi sotto il comando del vice-ammiraglio Luigi Faravelli, iniziarono il bombardamento di Tripoli. (3)
Nei giorni successivi si concluse lo sbarco dalle unità navali e nelle seguenti due settimane non furono registrati atti ostili nei confronti degli italiani. L’apparente calma venne interrotta il 24 ottobre quando un orda di turchi, supportati dagli arabi, attaccarono a Sciara Sciat i bersaglieri Italiani costringendoli al ripiegamento, i prigionieri italiani furono barbaramente torturati. Identica scena si verificò due giorni dopo a Henni dove perirono circa duecento italiani. (4)
Italian_Taube_aircraft_in_use_against_Ottoman_forces_in_Libya,_1911_or_1912[1]La vicenda convinse gli italiani che la popolazione non li considerava liberatori dal giogo ottomano e che l’esercito non era all’altezza della situazione.
A causa delle difficoltà in cui si trovarono, gli italiani reagirono con una pesante repressione, furono ordinate fucilazioni, molti libici furono deportati in varie isole italiane (Tremiti, Ustica, Ponza, Favignana ecc.). (5)
Le complicazioni incontrate potarono Giolitti ad abbandonare l’idea del protettorato a favore dell’annessione della Libia, cosa che fu dichiarata con decreto reale del 5 novembre 1911 successivamente convertito in legge dal Parlamento il 25 febbraio 1912.
All’inizio del 1912 il comando militare italiano tentò di instaurare un miglior rapporto con gli arabi attraverso diverse iniziative tra le quali l’inizio di grandi lavori pubblici, per i quali si offrì ai tripolini un buon salario, circa cinque volte tanto quello corrisposto dai turchi. La relativa calma si interruppe a fine febbraio quando i turco-arabi attaccarono Bengasi dove furono messi in fuga dal fuoco di sbarramento delle artiglierie e quindi inseguiti dai militari del Generale Giovanni Ameglio fino all’oasi di Suani Abd el-Rani, dove subiranno gravi perdite. (6)
Ma ancora dopo diversi mesi, contrariamente a quanto ottimisticamente previsto, gli italiani si erano attestati soltanto un territorio geograficamente limitato lungo la costa. Le forze arabo-turche in Tripolitania e in Cirenaica, pur male equipaggiate ma potendo contare sugli aiuti del compiacente Egitto, avevano tenuto testa alle forze italiane fino quasi a determinarne la paralisi.
Il governo turco all’inizio dell’autunno del 1912, pressato dalla decisione di Bulgaria, Grecia, Serbia e Montenegro di mobilitare i rispettivi eserciti per regolare una volta per tutte il loro contenzioso storico con l’impero ottomano, si vide costretto a firmare, senza ulteriori tergiversazioni, un trattato di pace a seguito dell’ultimatum inviato da Giolitti, che minacciava altrimenti di muovere guerra su tutti i fronti turchi, terrestri e marittimi. Il 18 ottobre 1912, ad Ouchy, nei pressi di Losanna, fu sottoscritto un accordo preliminare di pace con l’Italia. Ne seguì l’immediata cessazione delle ostilità da parte italiana in Libia. (7)
Il testo del trattato di pace conteneva alcune ambiguità: il governo ottomano, oltre a non riconoscere apertamente la sovranità italiana sulla Libia, si riservava il diritto di nominare la più alta carica religiosa di Tripoli, consentendo così alla popolazione libica di considerare il sultano quale propria guida spirituale e politica, non specificando la data di ritiro dei militari turchi dal territorio libico. (8)
In effetti da parte italiana si era scelto la linea suggerita dal Ministro degli Esteri di fare qualche concessione ai turchi pur di chiudere la partita in quanto era importante che la sovranità italiana sulla Libia fosse riconosciuta dalle grandi potenze, più che dalla Turchia. Riconoscimento che non tardò ad arrivare a partire dalla Russia a cui seguirono l’Austria, la Germania, la Gran Bretagna e la Francia. (9)
Anche se in realtà la guerra era stata dichiarata finita senza che gli italiani l’avessero vinta e senza che la pace fosse davvero arrivata, in Italia la propaganda liberale, in particolare quella nazionalista, esaltò l’impresa libica e le ragioni italiane contro la Turchia. (10)
5330888772_e198083f93[1]Dopo la firma del trattato le truppe italiane estesero l’occupazione in Tripolitania e nel 1913 avanzarono anche in Cirenaica dove era presente una forte resistenza da parte della Senussia.
A fine estate del 1913 i militari controllavano, oltre alla zona costiera, anche alcuni territori degli altopiani libici e dichiararono conclusa la guerra italo-turca. Ma la tensione non tardò a riacuirsi con lo scoppio della prima guerra mondiale nel luglio del 1914. L’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915 con le potenze della Triplice Intesa (Inghilterra, Francia e Russia) e non con le alleate Germania e Austria-Ungheria, dopo aver stipulato in segreto il patto di Londra, determinò la necessità di spostare le truppe italiane verso il confine Austro-Ungarico mentre iniziavano nuove agitazioni in Tripolitania e Cirenaica e si diffondevano i primi ideali del nazionalismo arabo. (11)
La Turchia e gli Imperi centrali alimentarono la rivolta in Libia anche con una serie di rifornimenti alla Senussia che costrinse alla ritirata delle forze italiane verso la costa.
Al termine della guerra l’Italia controllava solo le principali città della costa mentre il resto del paese era controllato dalla resistenza anticoloniale. Il governo italiano, a causa delle disastrate condizioni economiche, sociali e politiche in cui si trovava, nonostante fosse stata riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia con il patto di Londra del 1915, non era certo in grado di proseguire la propria avanzata nel resto del territorio. Così negli anni 1919- 1920, per mitigare le ostilità, iniziò la “politica degli Statuti” orientata verso l’apertura al compromesso con i governi libici. Furono stipulati accordi con i capi arabi e successivamente emanate due leggi fondamentali rispettivamente per la Tripolitania prima e poi per la Cirenaica, che prevedevano l’istituzione di un parlamento e di un consiglio amministrativo ed anche una speciale cittadinanza italo-libica che consentiva agli abitanti della Libia di concorrere al governo della cosa pubblica. Queste norme provocarono numerose faide interne tra i vari capi locali libici per conquistarsi gli incarichi di governo. (12)
Nel 1921 fu nominato governatore della Tripolitania Giovanni Volpi sotto la cui guida il Generale Rodolfo Graziani iniziò la riconquista della Tripolitania. Nel periodo 1921-1923 gli italiani riconquistarono Misurata, Zuara, lo sbocco di el-Azizia e il Gebel Nefusa. In Cirenaica, però, l’espansione territoriale veniva ostacolata dalla presenza della resistenza araba guidata dalla Senussia.
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di © Nicola Catalano  – Tutti i diritti riservati
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NOTE
1. V.R. Manca, Italia-Libia, Stranamore, op.cit., pag. 17.
2. N. Labanca, La guerra Italiana per la Libia,Il Mulino, op.cit., pag. 27.
3. Il bombardamento delle città costiere, da sempre effettuato nelle precedenti guerre coloniali, non era più consentito nel 1911 dall’art. 1 della IX convenzione dell’Aja del 18 ottobre 1907 che proibisce di bombardare, con forze navali, porti, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi.
4. Le informazioni dell’attacco e della successiva sconfitta passeranno per una rigida censura prima di farle pervenire all’ opinione pubblica italiana e addirittura non fu permesso alla stampa di accedere in Cirenaica, dove la “guerra diventò sempre di più un conflitto italo-senusso piuttosto che italo-turco, e finì con una lotta dei beduini sotto la guida della “ Senussiya” capeggiata da Sayyd Ahmad ash-Sharif.La Senussiya è una confraternita ( tarikha) mistico-missionario-militante dell’Islam sunnita, di “scuola” malikita ( scuola che si riconosceva negli insegnamenti del teologo arabo Malik ibn Anas) che venne fondata nel 1837 da un berbero della tribù algerina dei Walad Sidi Abdallah di nome Muhammad bin ʿAlī al-Sanūsī (1787?-1859) noto in Libia col nome al- Sanūsī al-Kabir (“il gran Senusso”) che costituì uno Stato molto vasto con capitale Girabub in Cirenaica con regole ispirate ai dettami dell’islam. I suoi seguaci,chiamati ikhwan (“fratelli”), diffondevano la visione del fondatore della confraternita.
5. N. Labanca, La guerra Italiana per la Libia, op. cit., pag 70.
6. P .Sensini, Libia 2011, op.cit., pag 24
7. G.P. Ferraioli, Il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano e l’impresa di Libia, in S. Trinchese (a cura di), La Libia nella Storia d’Italia(1911- 2011),op cit, pp. 121-122.
8. A. Varvelli, La Libia e l’Italia, op.cit., pag 42.
9. P. Sensini, Libia 2011, op.cit., pag. 25.
10. N. Labanca, La guerra Italiana per la Libia,op.cit., pag.99.
11. A. Varvelli, , La Libia e l’Italia, op. cit., pag 42.
12. A. Varvelli, , La Libia e l’Italia, op. cit., pag 43.
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2 thoughts on “L’annessione della Tripolitania e della Cirenaica al Regno d’Italia

  1. Pingback: Quando la sinistra italiana sosteneva la politica colonialista italiana nel Mediterraneo | L'ITALIA COLONIALE

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