La toponomastica dell’Africa Coloniale nelle vie della Capitale

A Roma, forse più che in altre città, c’è sempre stata l’abitudine di assegnare in blocco alle strade dei nuovi quartieri nomi relativi allo stesso gruppo di località, fatti storici o altro. Abbiamo così un quartiere in cui tutte le vie hanno nomi di piante o fiori, un altro con tutti i nomi di antichi personaggi romani e così via.
Non mancò anche il cosiddetto “Quartiere Africano” dove una ricorrente toponomastica ricorda le nostre colonie e gli eventi che vi si svolsero.

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Piazza Amba Alagi

Il tutto prende le mosse nel 1920 quando il previsto e sempre più tumultuoso sviluppo della città, già iniziatosi prima della Grande Guerra, rese necessario prevedere delle nuove aree di espansione edilizia e di conseguenza razionalizzare, anche se ancora sulla carta, lo scheletro delle strade attorno a cui sarebbero nati i nuovi quartieri.
Il gruppo delle strade della zona a nord est, dove si trovava l’antica Piazza d’armi, costituì il “Quartiere delle Vittorie” (Peraltro chiamato Ponte Milvio fino al 1935) con i nomi delle località ormai familiari agli italiani: Oslavia, Sabotino, Carso, Asiago, mentre per il nuovo quartiere fra le vie Nomentana e la Salaria fu previsto di intitolare le strade alle nostre colonie africane dell’Eritrea, Libia e Somalia. Va però notato che mentre il quartiere Delle Vittorie fu rapidamente urbanizzato in pochi anni, per quello “africano” si dovettero attendere decenni così che, come vedremo, intervennero fatti nuovi sia dal punto di vista storico che urbanistico.
Alla base di tutto vi fu la deliberazione n. 249 del 6 giugno 1922 del Comune di Roma che, fra l’altro, recitava: “Premesso che, con deliberazione consiliare 21 luglio 1920 si stabilì che la nomenclatura delle strade comprese tra il vicolo di S. Agnese, la via Nomentana, il fosso di S. Agnese e l’Aniene, sia intesa a ricordare le città e le regioni coloniali, si propongono per le undici strade di nuova costruzione i seguenti nomi:

Piazza Elio Callisto (unica eccezione alla toponomastica “africana” della zona) prima e dopo l’urbanizzazione selvaggia

-Viale Eritrea
-Viale Libia
-Via Cirenaica
-Via Homs
-Via Derna
-Vi Bengasi
-Via Tripoli
-Via Misurata
-Via Tobruk
-Via del Giuba
-Via Mogadiscio

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I lavori di costruzione di viale Eritrea terminarono per primi nel 1932 e il 21 aprile la strada fu inaugurata da Mussolini, ma l’urbanizzazione iniziò sostanzialmente solo nel 1935 e anche in questo caso fu limitata a pochi edifici, tanto che anche la chiesa di Sant’Emerenziana fu consacrata solo a fine 1942.
Nel frattempo vi fu la guerra d’Etiopia e le strade complementari del quartiere che, ripetiamo, era lontanissimo dall’essere completato e che quindi non erano neppure tracciate, nel 1937 ricevettero una nuova serie di nomi di luoghi dell’Etiopia o di località dove si erano svolte importanti battaglie: Etiopia, Tembien, Endertà, Lago Tana, Amba Alagi, Addis Abeba, Dessiè, Dire Daua, Galla e Sidama ed altre che forse oggi dicono ben poco agli attuali abitanti.
L’urbanizzazione fu completata solo negli anni ’60, insistendo su strade che rievocavano fatti di trent’anni prima ed alle quali, poiché non si ravvisò un diretto collegamento con il passato regime, si ritenne inutile cambiare il nome.
Un ultimo, curioso, scampolo d’Africa fu l’insediamento di numerosi italiani espulsi dalla Libia nel 1970: poiché erano in gran parte famiglie di commercianti, trovarono conveniente riaprire le loro aziende in questa zona, dalla spinta vocazione commerciale e, naturalmente, risiedervi vicino.

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Viale Eritrea. Esempio di architettura razionalista

Fin qui la storia di ieri, ma a tutto quanto abbiamo appena detto bisogna aggiungere che il Quartiere Africano NON ESISTE.
Qualunque romano e a maggior ragione chi vi risiede ha ben chiari i suoi confini, la sua estensione e le sue caratteristiche, ma nonostante la convinzione dei più si tratta soltanto di un nome tradizionale che riconosce solo una situazione di fatto perché esso fa legalmente parte del quartiere Trieste (fino al 1946 quartiere Savoia) e nei documenti del comune di Roma di questa denominazione non si trova alcuna traccia.
Se i nomi storici di ogni tipo possono evocare dei ricordi a chi ha vissuto certi momenti, ricordi che l’accompagnano per tutta la vita, dopo 80 anni e più per i residenti di oggi rappresentano solo luoghi africani dalla geografia indeterminata e delle vicende ancora più indeterminate.
Purtroppo va anche aggiunto che dal punto di vista architettonico è una delle zone più brutte di Roma.
A differenza della parte del quartiere Trieste più vicina al centro della città che è più antica ed è ricca di villini e palazzi di qualche pregio, l’urbanizzazione della zona si è avuta nel momento della massima speculazione edilizia del dopoguerra: vi sono condomini di molti piani spesso privi di luce, e le soffocanti strade, ridotte alla larghezza minima perché sottraevano spazio alle lottizzazioni, rappresentano un tormento per chi deve spostarsi e per i residenti che avrebbero diritto a trovarvi un parcheggio.
Anche se si tratta di un quartiere destinato a far rivivere nella capitale i fasti coloniali, non si può certo pretendere che fosse stato progettato con un’architettura caratteristica o con qualche angolo dove riprodurre le foreste o le savane, ma forse qualche giardino con essenze esotiche, qualche monumento celebrativo o ai caduti, un’impostazione visiva che richiamasse i grandi spazi aperti dell’Africa si poteva immaginare, ma in questo fu latitante anche il fascismo che dell’Impero fece il suo fiore all’occhiello. Un’occasione perduta.

di Guglielmo Evangelista

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