Il Peking Syndicate e l’avventurismo industriale italiano in Cina tra la crisi di San Mun e la rivolta del Boxer

Una teoria ormai consolidata della storiografia coloniale relativa ai tentativi di penetrazione italiana nel Celeste Impero alla fine del XIX Secolo è che in gioco vi fossero interessi industriali del nostro Paese all’apparenza sostanziosi ma che, di fatto, si rivelarono essere un fuoco di paglia.
Non si può dire che la tesi sia infondata, le alterne vicende con cui i “sindacati industriali” italiani tentarono di fare fortuna in Cina e di come il governo Pelloux li abbia appoggiati sembrano confermare proprio questo.
In tal senso la storia del “Peking Syndicate” italo-britannico, attivo tra il 1896 ed il 1899 nello Shansi e nell’Honan, è emblematica e si inserisce perfettamente nell’ambito della trasformazione del colonialismo italiano dalla forma “tradizionale” crispina all’imperialismo difensivo tipico di una fetta della grande industria nazionale.
Il “Peking Syndicate” fu costituito qualche mese dopo la sconfitta di Adua e con Crispi ormai relegato ai margini della vita politica ad opera del cavalier Angelo Luzzatti – parente del futuro ministro del Tesoro Luigi Luzzatti – e del deputato Carlo Starabba di Rudinì, figlio del presidente del Consiglio Antonio, esponente conservatore e convinto anti-africanista. L’obiettivo dei due soci fondatori era quello di ottenere concessioni dal governo di Pechino per ambiziosi progetti come la fondazione di un istituto bancario (affaire Banca Tartara), la costruzione di ferrovie e la fornitura di fucili all’esercito cinese all’epoca impegnato in una grande opera di modernizzazione degli armamenti.
Antonio Starabba di Rudinì, Presidente del Consiglio nel 1896 e padre del fondatore del Peking Syndicate Carlo

Antonio Starabba di Rudinì, Presidente del Consiglio nel 1896 e padre del fondatore del Peking Syndicate

Il nuovo corso della politica coloniale del governo, fortemente osteggiato dal Re Umberto I, puntava a distanziarsi, per condotta e fini, dal “crispismo”: fine dell’espansione nel Corno d’Africa e divieto assoluto di sponsorizzare nuove avventure oltremare. Questa la teoria; la prassi racconta ben altro: il Ministero degli Esteri, retto dal moderato conservatore Onorato Caetani di Sermoneta, appoggiò senza battere ciglio il progetto di Luzzatti e Rudinì dando alle ambizioni dei due una parvenza di ufficialità. Dopotutto Luzzatti non era nuovo agli ambienti della Consulta: nel 1890 aveva ottenuto in Siam la concessione su una miniera di rubini per poi vendere rapidamente le azioni della società concessionaria e ricavarne una cospicua fortuna. I buoni rapporti stretti con il governo del Siam lo spinsero l’anno seguente a proporre al ministro degli Esteri, che a quel tempo era Antonio di Rudinì, di stipulare un trattato con quel lontano Paese così da garantirne l’integrità territoriale ed ottenere delle concessioni sui giacimenti di pietre preziose. Rudinì concesse a Luzzatti la commenda dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro con l’autorizzazione ad indossarne l’uniforme e lo nominò ministro onorario d’Italia nel Siam invitando anche l’ambasciatore a Pechino, Alberto Pansa, a relazione sulla possibilità di stipulare un trattato nei termini indicati da Luzzatti.

L’operazione naufragò per la netta opposizione di Pansa, esperto diplomatico di carriera ostile alle manovre degli avventurieri contagiati dal fascino esotico dell’Estremo Oriente, ma Luzzatti aveva già lanciato la società sul mercato e venduto le sue azioni replicando l’azione portata avanti con successo l’anno prima.
Di Luzzatti non si parlò più finché nel 1895-1896, durante un viaggio in Cina, entrò in contatto con un ambiguo funzionario dello Yamen (il Ministero degli Esteri del Celeste Impero), Ma Kien-chang. Egli era cresciuto come cristiano ma aveva poi rotto i rapporti con i suoi correligionari per entrare nell’amministrazione imperiale con la protezione del vicerè Li Hung-chang, potentissimo generale ed ammiraglio, nonché leader del partito modernista in seno alla corte imperiale. Prima rappresentante del governo cinese in Corea e poi responsabile della “China Merchant’s”, una società parastatale incaricata dei rapporti e del commercio con le Potenze europee, Kien-chang era stato poi rimosso con l’accusa di corruzione e peculato ma conservando l’amicizia di Li Hung-chang. Riabilitato grazie all’influenza del suo protettore, Ma Kien-chang teneva i contatti con Luzzatti a cui garantì l’appoggio sostanziale di investitori inglesi per la fondazione del “Peking Syndicate” e dunque il denaro liquido per lo squeeze societario. La società venne fondata non in Italia ma a Londra con un capitale di 40.000 sterline (suddiviso in 30.000 azioni da 1 sterlina e 10.000 da 1 scellino convertibili in altrettante azioni da 1 sterlina quando la società fosse stata lanciata sul mercato cinese).
Il “Peking Syndicate” era nato con una sostanziosa immissione di capitale privato britannico in una fase in cui Londra sembrava ben disposta verso il progetto italiano di ottenere una concessione nella baia di San Mun e con Hung-chang a capo del partito filoinglese alla corte di Pechino. L’operazione acquistò così le sembianze di un non nocet di Londra alle aspirazioni di Roma in Cina; la realtà dei fatti indicava invece che il governo di Sua Maestà Britannica non si fidava affatto delle oscure manovre italiane in Asia, a maggior ragione perché Li Hung-chang aveva fatto notare a Whitehall quanto fossero inconsistenti gli interessi economici dell’Italia in Cina. Gli inglesi si erano limitati a dare una dubbia solidarietà agli italiani ed avevano promesso di appoggiare le richieste di questi ultimi per l’ottenimento di una concessione a patto che non si utilizzasse la forza per ottenerla.
La situazione precipitò nel novembre 1897 quando la Germania, prendendo a pretesto l’uccisione di missionari della Missione Steyler protetti da Berlino, occupò militarmente la baia di Kiao-Ciao e se la fece assegnare dal governo cinese nel gennaio successivo. La piccola ma fruttuosa colonia era gestita direttamente dal Reichsmarineamt (Ufficio Navale Imperiale) e non dal Kolonialamt (Ufficio Coloniale) vista la grande importanza commerciale e militare – era sede di una stazione carbonifera di rifornimento della Kaiserliche Marine – che la baia rivestiva nella più ampia strategia tedesca di politica mondiale. Ad ottobre del 1898 il ministro degli Esteri italiano Felice Napoleone Canevaro – di professione ammiraglio della Regia Marina – diede ordini al ministro plenipotenziario a Pechino Renato De Martino di fare pratiche preliminari per l’acquisto di una baia. De Martino, convinto delle potenzialità del “Peking Syndicate” visto come apripista per futuri massicci investimenti italiani nel Celeste Impero, fece pressioni sul governo Pelloux per l’occupazione militare della baia di San Mun, da adibire a “stazione carbonifera” della Regia Marina. Anche il comandante della Regia Nave “Marco Polo”, il capitano di vascello Edoardo Incoronato, era un acceso sostenitore della gestione diretta, da parte della Regia Marina, della baia sul modello tedesco.
L’incaricato d’affari a Pechino, Giuseppe Salvago Raggi, invece ammoniva il Ministero degli Esteri sulla pericolosità dell’operazione mettendo in risalto la pianificazione pluriennale dell’operazione tedesca con la presenza capillare di agenti commerciali, agenti segreti e funzionari diplomatici del Kaiser in ogni angolo del Celeste Impero e le navi da guerra della Flotta d’Asia costantemente schierate lungo le coste cinesi. Tutto ciò mancava all’Italia; nessuna linea di navigazione italiana arrivava in Cina, i porti non venivano lambiti dalla Marina Mercantile e la Regia Marina non aveva mai approntato studi sui fondali dei mari dell’Estremo Oriente.
Giuseppe Salvago Raggi in Cina con la moglie ed il figlio

Giuseppe Salvago Raggi in Cina con la moglie ed il figlio

Le tesi di Salvago Raggi a Roma incontrarono il sostegno dello Stato Maggiore del Regio Esercito, intenzionato a mettere in risalto le difficoltà politiche e strategiche insite nelle strategie “cinesi” della Regia Marina, rinnovando il sempreverde contrasto tra le due forze armate nell’ambito del “colonialismo militare”, dopotutto era ancora fresco il ricordo dei contrasti scaturiti dalle operazioni militari italiane nel Benadir. De Martino, che fu costretto dai cinesi – con il vivo compiacimento dei britannici – ad un umiliante show down che fece naufragare i progetti italiani sulla baia di San Mun.

Quando Luzzatti si recò alla Legazione italiana di Pechino, Salvago Raggi gli chiese cosa avrebbe dovuto fare questo “Peking Syndicate” in Cina sentendosi rispondere che gli obiettivi erano molteplici: dalla richiesta della concessione di una banca di Stato con diritto di emettere biglietti alla concessione di una ferrovia Pechino-Shangai, fino all’ottenimento delle miniere di Shantung. Il tutto per soddisfare il desiderio del governo italiano di accedere ai ricchi mercati minerari dello Zhèijang, regione famosa anche per la produzione di seta, materia prima che le manifatture lombarde importavano a costi elevatissimi che avrebbero voluto abbattere tramite il controllo governativo o di società di comodo degli allevamenti dei bachi.
Salvago Raggi, che diffidava non poco delle possibilità del “Peking Syndicate”, chiese a Luzzatti se riteneva che il governo cinese avesse intenzione realmente di creare una banca di Stato – dato che alla Legazione italiana non erano giunte notizie in tal senso – e se fosse disposto ad accettare biglietti, cosa improbabile dato che non esisteva una moneta cinese (nei porti correvano il dollaro statunitense e quello di Hong Kong; nellinterno del Paese l’oncia d’argento, tael, che bisognava pesare volta per volta) ed infine se la concessione di monopoli ad una società italiana non avrebbe sollevato insormontabili difficoltà internazionali. I dubbi di Salvago Raggi spinsero Luzzatti a tornare alla Legazione italiana assieme a Ma Kien-chang e ad un socio inglese del “Peking Syndicate”che si rivelò essere il rappresentante dei finanziatori britannici della società. In quel nuovo incontro Salvago Raggi venne a conoscenza dell’inconsistenza della presenza italiana, finanziaria ed operativa, in seno al “Peking Syndicate”: il gruppo italiano, del quale Luzzatti era rappresentante, disponeva di 1/4 del capitale sociale in azioni affidato allo stesso Luzzatti per l’apporto intellettuale. Inoltre il sindacato aveva messo a disposizione dell’investitore italiano 10.000 sterline per le spese di viaggio ed il soggiorno in Cina, i regali da fare ai mandarini ed un fondo sostanzioso per le “mance” utili ad oliare la corrotta macchina amministrativa del Celeste Impero.
Una azione del Peking Syndicate datata 1918 (2)

Una azione del Peking Syndicate datata 1918

In autunno Luzzatti riuscì a far firmare al governatore dello Shan-si un contratto con il quale venivano concesse al “Peking Syndicate” tutte le miniere della regione e la costruzione della ferrovia. L’amicizia di Kien-chang aveva aiutato non poco l’italiano ma il suo comportamento lo aveva reso antipatico ai circoli europei di Pechino e, soprattutto, alla Legazione d’Inghilterra che non vedeva di buon occhio l’azione di Luzzatti, visto come una sorta di “quinta colonna” dietro cui si celavano gli interessi politici del governo italiano in Cina.

Da parte sua Salvago Raggi scrisse al Ministero degli Esteri una lettera contenente tutti i suoi dubbi sulla reale utilità di appoggiare le manovre di Luzzatti senza che fossero chiari gli interessi del governo nella vicenda; perché bisognasse appoggiare un’impresa a cui mancava totalmente il sostegno dei “capitali nazionali” non era affatto chiaro ed il giovane incaricato d’affari pretese dai suoi capi delle spiegazioni. La missiva di Salvago Raggi non passò inosservata a Roma, anzi, spinse più di qualcuno sia alla Consulta che al Ministero del Commercio a scrivere una circolare ai prefetti affinché spingessero gli industriali italiani ad impegnarsi nell’iniziativa acquistando azioni del “Peking Syndicate”. Nonostante tutti gli sforzi per ottenere il sostegno della grande industria nazionale, il governo non riuscì a sostenere Luzzatti che dovette annunciare a Salvago Raggi la “assoluta mancanza di capitali italiani” in seno al “Peking Syndicate”; il ministro degli Esteri Canevaro riconobbe comunque a Luzzatti il particolare mandato di tutelare gli interessi industriali italiani in seno al sindacato che avrebbe dovuto assumere, ironia della sorte, il nome di Compagnia anglo-italiana. A quel punto Luzzatti annunciò di aver stretto rapporti con il Credito Italiano e con il Gruppo Rotschild per finanziare le iniziative del “Peking Syndicate”. A gennaio del 1900 Salvago Raggi espresse al Ministero degli Esteri tutta la sua rassegnazione per la verificata impossibilità di una partecipazione dell’industria italiana al sindacato che era ormai “italiano” solo nel nome ma interamente controllato dai britannici. Nelle sue memorie Salvago Raggi scrisse che l’Italia in Cina più che “fare diplomazia” avesse “teso la mano agli avventurieri” con chiaro riferimento a Luzzatti.
Bersaglieri italiani alla Grande Muraglia (Rivolta dei boxer)

Bersaglieri italiani alla Grande Muraglia (Rivolta dei boxer)

Scoppiata la rivolta dei Boxer i lavori di prospezione mineraria si interruppero ed i giacimenti furono, dietro compenso, nazionalizzati nel 1908; di pari passo anche la concessione mineraria ottenuta da Luzzatti – e la Legazione italiana faticò non poco a capire se si trattasse di una concessione personale del fiorentino o ottenuta per conto del “Peking Syndicate” – nel Pekiang subì la stessa sorte a causa del conflitto. Quando, dopo la fine della guerra, il governo cinese decise di riaprire le trattative con il sindacato per le miniere del Pekiang, ormai la società era interamente controllata da capitale britannico.

Solo nel 1903 il Ministero degli Esteri, conscio della poca serietà mostrata da Angelo Luzzatti, si rese conto dell’inopportunità di appoggiare le manovre finanziarie dei privati in Cina che non avessero garantito la posizione del capitale nazionale in seno ai nuovi sindacati industriali in formazione. Il console a Pechino Cesare Nerazzini dichiarò che sulle richieste degli “avventurieri” avrebbe esercitato la massima riserva poiché essi non avevano fornito garanzia alcuna al governo italiano e tale scelta fu condivisa dal ministro degli Esteri Enrico Costantino Morin, viceammiraglio della Regia Marina, e fautore di una svolta “neo-crispina” della politica coloniale italiana.
Le vicende del “Peking Syndicate” mostrano come queste operazioni, giudicate da una fetta della storiografia coloniale come la vera causa dell’espansionismo italiano in Cina, non fossero appoggiate dal grande capitalismo industriale nazionale e che non sortirono risultati pratici; che, anzi, furono utilizzate come “cavallo di Troia” da gruppi stranieri per fare gli interessi dei propri governi a danno di Roma. Le reali motivazioni dietro al colonialismo italiano nel Celeste Impero rispondevano ai canoni tradizionali della “dottrina coloniale” nazionale legata alle necessità di prestigio politico ed a questioni d’ordine strategico-militare.
.
di Filippo Del Monte
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...