Missione scientifica italiana nell’Oltregiuba per studiare l’eclissi totale di sole del 1926

Sommario
Lo scienziato triestino Guido Horn-D’Arturo organizza nel 1925 un’ardita spedizione scientifica nella lontana colonia a sud della Somalia. Scopo della missione: osservare una eclisse totale sulla linea dell’Equatore e le conseguenti misteriose «ombre volanti». Irredentista e volontario nella guerra 15-18, Horn verrà epurato in seguito alle leggi razziali varate nel 1938.
di Raffaele Laurenzi

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Il 9 dicembre 1925 una spedizione astronomica, partita da Napoli 25 giorni prima, sbarca a Chisimaio, Oltregiuba, la colonia italiana più lontana dalla madrepatria.
Il 14 gennaio del 1926, infatti, un’eclissi totale di sole proietterà il suo cono d’ombra sull’Oltregiuba, lembo dell’Africa equatoriale incastrato tra Somalia e Kenia.
L’Italia ne ha preso possesso alla fine di giugno, soltanto cinque mesi prima, in parziale adempimento dei Patti di Londra del 1915, con i quali le potenze dell’Intesa promettevano all’Italia importanti compensi territoriali in caso di vittoria sugli Imperi Centrali.
Guida la missione l’astronomo triestino Guido Horn-D’Arturo (1879-1967), direttore dell’Osservatorio dell’Università di Bologna. Secondo i suoi calcoli, l’eclissi si potrà osservare in condizioni favorevoli da una località costiera che la carta nautica 1:250.000 dell’Ammiragliato britannico indica come Punta Sherwood, promontorio sabbioso attraversato dall’Equatore, 120 chilometri a sud-ovest di Chisimaio: è là che la spedizione italiana pianterà le tende. 

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14 gennaio 1926. La missione scientifica a Punta Sherwood

Tra gli scopi della missione, lo studio delle misteriose «ombre volanti», bande di luce e ombra che percorrono velocemente il terreno durante la fase iniziale e finale di un’eclissi di sole. Vi sono varie teorie al riguardo, nessuna delle quali suffragata da prove convincenti. 
L’impresa presenta fin dall’inizio enormi difficoltà organizzative e finanziarie. Ma Guido Horn, oltre a essere uno scienziato stimato in Italia e all’estero, è anche uomo d’azione. Basti dire che, allo scoppio della guerra 1915-18, lui cittadino asburgico si arruola volontario nell’esercito italiano come artigliere e combatte eroicamente sul Carso. Se cadesse prigioniero, gli austriaci lo manderebbero dritto sulla forca.
Un uomo con queste credenziali non molla la presa. A maggior ragione di fronte a un’occasione come questa: uno straordinario fenomeno astronomico che può essere osservato da un territorio italiano. 

Arrivano i finanziamenti
Il solo ostacolo, alla fine, sono i soldi. Ma Horn è un cattedratico, ha conoscenze ad alto livello, può raggiungere ministri e parlamentari; intuisce che il governo dell’Oltregiuba ha interesse a favorire la spedizione e a propagandarla: aiuterebbe a rendere la «conquista» di quella povera colonia meno sgradita all’opinione pubblica italiana, delusa del magro compenso per il nostro contributo alla vittoria nella guerra 1915-18. 
L’aiuto più importante gli arriva infatti dal Commissario dell’Oltregiuba Corrado Zoli, che promette appoggio logistico sul territorio, materiali e una trentina di armati indigeni cui è affidata la sicurezza degli uomini e dei materiali. 
Il ministro delle Colonie, principe Pietro Lanza di Scalea, non è da meno. Al riguardo, Horn scrive: «Sua eccellenza accolse molto benevolmente una rappresentanza della missione, presentatagli dal senatore Mengarini, e, fatta sua l’idea espostagli della missione, che l’Oltregiuba non potesse lasciar passare con indifferenza il rarissimo avvenimento, promise tutto il suo appoggio.»
Aiuti giungono perfino dal ministero della Pubblica Istruzione, che finanzia Horn con 50.000 lire: non poco, considerato che la Fiat 509 costa nel 1925 Lire 18.500. 

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Punta Sherwood, strumenti per le rilevazioni atmosferiche

Dal canto loro, università, osservatòri astronomici, aziende private e la Regia Marina Militare contribuiscono con la fornitura in prestito di apparecchiature, strumenti di rilevazione, attrezzature necessarie per allestire il campo-base.
Fin dall’inizio, Horn trova un «complice» pieno di entusiasmo nel collega Luigi Taffara (Catania, 1881-1961), dal 1924 direttore dell’osservatorio di Collurania, presso Teramo. Ottiene poi che si aggreghino alla missione due stimati uomini di scienza: il fisico Guglielmo Mengarini e il professor Luigi Palazzo
Mengarini (1856-1927), docente di elettrotecnica a Roma, è Senatore del Regno, funzione che, come abbiamo visto, apre a Horn la porta del ministero delle Colonie. La sua esperienza in materia di fotografia astronomica è preziosa: Mengarini ha approntato allo scopo uno speciale apparecchio, la «quadruplice camera», costituita da quattro obiettivi da 80 millimetri, che consente la perfetta documentazone del fenomeno celeste. Non solo, Mengarini è il maggior esperto italiano di misurazioni magnetiche terrestri; ha al suo attivo approfonditi studi sulle relazioni fra radiazione solare, magnetismo terrestre e «radiazioni penetranti». 
Mengarini è benestante, non vuole gravare sul bilancio risicato della missione: sosterrà di tasca propria tutte le spese che lo riguardano, dimostrando una signorilità che oggi difficilmente troverebbe imitatori.

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Punta Sherwood. Il sestante

Il quarto uomo, il professor Palazzo, è direttore del Regio Ufficio Centrale di Meteorologia e Geofisica di Roma. Il 30 settembre 1925 Horn gli scrive una lunga lettera con la quale lo aggiorna sui preparativi della spedizione scientifica e lo informa del generoso finanziamento concesso dal Rettore dell’Università di Bologna Pasquale Sfameni, viatico definitivo alla missione in Oltregiuba. 
Uomini e materiali salpano da Napoli il 14 novembre 1925 a bordo del piroscafo Firenze, lo stesso che pochi mesi prima, con il nome di Roma, ha trasportato a Chisimaio il corpo di spedizione che avrebbe preso possesso della colonia dell’Oltregiuba.

Campo a Punta Sherwood
L’11 dicembre il Corriere della Sera pubblica un lungo articolo,  corredato da disegni al tratto e da una cartina che illustra il percorso del cono d’ombra sulla superficie terrestre. Firma l’articolo Uranio, pseudonimo di Isidoro Baroni (1863-1930), divulgatore scientifico del giornale milanese, astrofilo a sua volta e autore di trattati di astronomia. Scrive Uranio: «L’annunziata spedizione italiana (…) è giunta a Mogadiscio (Somalia) il 5 dicembre ed a Chisimajo (Transgiuba) il 9, per poi proseguire ancora per via di mare, se i monsoni lo permetteranno, o per via di terra, con carovane, fino alla desertica Punta Sherwood, a circa 150 chilometri sud ovest di Chisimajo, dove sarà stabilita la Stazione astronomica.»
In realtà le autorità di Chisimaio hanno già scartato l’idea di accompagnare la missione scientifica via terra. La missione potrà proseguire soltanto via mare, a bordo di battelli di dislocamento modesto, in grado di navigare sotto costa. Il piroscafo Firenze, 110 metri di lunghezza, non potrebbe infatti avvicinarsi al promontorio di Punta Sherwood, ribattezzato per l’occasione Baia dell’Eclisse, a causa del suo alto pescaggio, ben sette metri e mezzo. Perciò nella rada di Chisimaio, tutto il materiale della spedizione, 130 casse, deve essere scaricato sulla spiaggia. 
L’operazione si svolge sotto lo sguardo preoccupato di Aurelio Laurenzi (1898-1964), padre dello scrivente, a cui si deve il salvataggio delle foto che corredano questo servizio. Aurelio è un giovane impiegato del ministero delle Colonie, sbarcato a Chisimaio il 28 giugno 1925 al seguito del corpo di spedizione italiano inviato a prendere possesso dell’Oltregiuba. Il suo incarico è di «Addetto alla Direzione Affari Politici Civili Economici e Finanziari» della colonia, ma ora il suo compito è di reclutare decine di facchini indigeni e di sovrintendere alla delicata operazione di sbarco dei materiali. 

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Punta Sherwood. Campo della missione astronomica

In realtà i rischi sono minimi: Guido Horn ha curato personalmente gli imballaggi, prevedendo, per le apparecchiature più preziose, una doppia cassa di zinco stagnato. Perciò, se una cassa dovesse finire in acqua, resterebbe a galla e potrebbe essere facilmente recuperata.
Alle casse scaricate dal Firenze si aggiungono a Chisimaio 70 casse di acqua e viveri, messi a disposizione dal Commissario Zoli. Totale: dieci tonnellate di materiale che, sempre a braccia, dovrà essere caricato a bordo di quattro agili sambuchi e di un rimorchiatore, il Tuna, destinazione Punta Sherwood. Finalmente il 20 dicembre 1925 i sambuchi prendono il largo trainati dal Tuna, sul quale si imbarcano i componenti della spedizione. 
Il giorno seguente il Tuna getta l’ancora a Punta Sherwood. Prima di scendere a terra, Horn effettua i rilevamenti della latitudine, avendo per riferimento l’orizzonte naturale, e registra -1° 28’ 26’’. Comprende di essersi spinto troppo a sud rispetto alla meta fissata (latitudine -1° 28’ 40’’), perciò dirige i sambuchi a terra con rotta verso nord, avendo come riferimento un albero che si erge solitario presso la spiaggia.
Osservazioni ripetute a terra con l’orizzonte artificiale ad olio indicano che ora la posizione risulta spostata dalla meta soltanto 400 metri di latitudine e 1200 di longitudine: un’inezia rispetto agli spazi siderali, che tuttavia può influire sulle rilevazioni. Ma portarsi più a oriente, verso la battigia, sarebbe impossibile per il pericolo di essere raggiunti dalla marea.

Condizioni meteo favorevoli
Il diario di Horn ci fornisce importanti informazioni sulle condizioni di vita nel campo base: «Il lavoro della missione fu agevolato dalla bontà del clima; in quel mese successivo al solstizio, la temperatura oscillò tra i 25 e 32 gradi centigradi all’ombra e riuscì sopportabilissima anche per lo spirare perpetuo del mite monsone di Nord Est (20 km all’ora); la mancanza assoluta di precipitazioni, e la conseguente siccità del terreno, aveva fugato gl’insetti nocivi, abbondantissimi, come dicono, nella stagione delle piogge. L’umidità relativa si mantenne invece piuttosto elevata (80-100 %) e mentre poco danno derivò agli strumenti dalle sabbie mosse dal vento, si dovette lottare contro il pericolo di arrugginimento dei metalli. (…) Il contegno della scorta, costituita in parte dalla classe un tempo dominante, in parte da liberti, fu sempre tranquillissimo e nessuna molestia ebbe a subire la missione da parte delle tribù litoranee, il cui capo Ogadèn percorreva ogni tanto le molte miglia che lo separavano dall’accampamento per venire a ossequiare la missione. Anche il giorno dell’eclisse, la scorta, allontanata dal campo, in previsione dell’inquietudine che la straordinarietà del fenomeno suole provocare in gente primitiva, fu invece, al sopravvenire della totalità, piuttosto abbattuta che eccitata, e rimase raccolta e orante sulla spiaggia.»

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14 gennaio 1926. Il prof Palazzo. Tenda marchio Moretti

Una corrispondenza da Chisimaio dell’agenzia Stefani, che il Corriere della Sera riporta il 16 gennaio 1926 sotto il titolo «L’eclissi solare felicemente osservata dalla missione italiana nell’Oltre Giuba», informa gli italiani sull’esito della spedizione:
«La missione inviata dal Governo italiano per l’osservazione dell’eclissi totale di sole attesa per questa mattina alle 8, ha potuto esplicare il compito ad essa affidato con pieno successo.»
Verso la metà di gennaio, il Laurenzi si imbarca a Chisimaio sul Tuna, destinazione Punta Sherwood: suo compito organizzare il recupero dei membri della spedizione e degli strumenti scientifici.
Non ha modo di avvicinare il professor Horn: la differenza di ruolo e di rango non prevede che vi sia una presentazione.
Ciò non gli impedisce di provare ammirazione per quest’uomo maturo, che emana fascino per la sua cultura e per il suo aspetto sacerdotale, sottolineato dalla folta barba che si è fatto crescere durante la missione. 

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Guido Horn, patriota tradito
La vita di Guido Horn D’Arturo è un romanzo. Quando la sua Trieste diventa italiana, lui italianizza il cognome aggiungendo Arturo, nome del padre, morto quando lui aveva due anni. Della sua educazione si occupa il nonno Raffaele Sabàto, rabbino della città istriana. Il giovane Guido cresce in quel terreno fertile della cultura mitteleuropea che ha il suo epicentro a Trieste, la città di Italo Svevo e Umberto Saba, dei fratelli Slataper e dei fratelli Stuparich. 
Una volta, a Firenze, in occasione della visita di un vecchio collega del periodo coloniale, mio padre Aurelio parlò a lungo della missione astronomica. Lo ascoltai con attenzione; alla fine mi colpì una sua esclamazione riferita al professor Horn: «Quando seppi che era stato epurato, non ci volevo credere.»
La sua sorpresa era autentica, tanto gli appariva assurdo che si epurasse un uomo la cui storia era così aderente al modello di italiano descritto dal Regime fascista. I meriti di combattente, di volontario e di irredentista, almeno quelli, sarebbero dovuti valere qualcosa. Invece, fu tutto cancellato dalle leggi razziali. A nulla valsero i tanti anni d’insegnamento, le pubblicazioni accademiche, la stima della comunità scientifica internazionale che Horn-D’Arturo si era guadagnato per i suoi studi astronomici e per aver ideato lo «specchio a tasselli», strumento composto da tessere opportunamente orientate, che permetteva di migliorare notevolmente la qualità della visione degli astri. 
Da un giorno all’altro, i suoi meriti furono dimenticati, come per tutti i docenti italiani di origine ebrea. Non sorprende il silenzio dei colleghi «ariani», pronti a occupare le cattedre liberate dai docenti epurati. 

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