Sacrario di El Alamein. “Mi sento debitore nei confronti di coloro che qui hanno combattuto e perso la vita”

23 OTTOBRE 1942
 
Il 23 ottobre iniziava la battaglia di El Alamein, cruciale per le sorti della II Guerra Mondiale, non solo in Africa ma anche nel resto dello scacchiere mondiale.
Gli inglesi, generale Montgomery in testa, ritenevano che il tutto sarebbe durato, al massimo, quarantotto ore… invece dovettero combattere duramente per ben dodici giorni, subendo gravi perdite (uomini e mezzi) prima di aver ragione delle truppe dell’Asse.
L’abnegazione, l’eroismo e la tenacia delle truppe italiane fu magnifico ma la propaganda post bellica italiana, tramite film e documentari menzogneri o, addirittura, macchiettistici, non rese mai giustizia ai nostri uomini che colà diedero quanto di più alto si possa, la vita, per la grandezza dell’Italia.
 
El AlameinOTTOBRE 1998
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Dopo alcuni giorni di navigazione senza problemi, siamo giunti e attraccati nel porto di Alessandria d’Egitto.
Siamo partiti da La Spezia con il tipico clima autunnale mentre qui fa caldo, c’è umido, l’aria è afosa e tutto ti si appiccica addosso.
Però siamo in Egitto la Patria dei Faraoni, di Cleopatra, delle prime scoperte chirurgiche e, dopo le manifestazioni per l’anniversario della Marina da Guerra egiziana, potremo visitare quanto appreso solo dai libri di storia: la stessa Alessandria, Giza e, con lei, le Piramidi, la Sfinge e poi Il Cairo, il relativo museo egizio e i laboratori del papiro.
L’adesione alle gite è stata plebiscitaria da parte di equipaggio, sottufficiali e ufficiali; anche chi conosce poco o nulla vuol prendere l’occasione al volo perché sa già che, difficilmente, potrà tornare qui.
Alcuni però e, tra questi lo scrivente, hanno il desiderio di visitare un altro sito storico altrettanto importante, El Alamein, che però non figura nei programmi della pur lunga sosta in terra africana.
Decidiamo di andare dal Comandante in II^ per chiedere di organizzare una visita al Sacrario, che sappiamo gestito da un Sottufficiale MM di stanza presso la locale sede diplomatica.
L’ufficiale ci squadra e, dopo una pausa silenziosa che a noi è sembrata lunghissima, dice: “In cuor mio avevo in mente la stessa cosa ma speravo che fosse l’equipaggio a chiederlo, quindi la vostra richiesta, oltre che essere accolta, mi riempie di orgoglio; ho già prenotato un pullman da sessanta posti e andremo fra due giorni”.
Eccoci in viaggio, nello zaino c’è la colazione al sacco preparata dal cambusiere e, nonostante sia una “gita” non di servizio, tutti, senza ordine specifico alcuno, siamo in divisa ordinaria.
Andare in borghese avrebbe offeso la memoria di chi, decenni prima, aveva dato la vita per la propria Patria.
Fa caldo ma nessuno, escluso una piccola minoranza, si lamenta della mancanza di aria condizionata sul vetusto mezzo che ci porta a destinazione.
Come arriviamo la prima sorpresa: la frase, che avevo sempre creduto una “leggenda” è in realtà vera; all’entrata ammonisce così: “Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il fante italiano ha stupito il soldato tedesco. F.to Rommel”.
Entriamo in silenzio lungo un viale tutto fiorito, ben curato e ordinato mentre il sottufficiale responsabile ci fa strada e inizia a spiegare un poco della storia, sia della battaglia che del Sacrario e di Paolo Caccia Dominioni ma poi, ci lascia liberi.
In brevissimo tempo mi trovo da solo e vago in mezzo alla sabbia e, come rapito, sento l’eco degli spari, le urla, gli ordini e lo sferragliare dei mezzi; arrivo a Quota 33, alla casetta con ancora gli effetti di Dominioni: sono davvero emozionato e, sempre solo, entro dentro la stupenda costruzione in marmo bianco di Carrara, dove riposano tutti i soldati uniti nella morte.
Sono scolpiti solo i loro nomi, nessun grado, nessuna onorificenza, solo chi erano: giovani, scapoli, sposati, fidanzati, padri, tutti uniti nel regno dei più.
Sono ancora talmente emozionato che batto i denti come se avessi freddo e così arrivo nel piccolo museo dove sono conservati, oltre a qualche mezzo e divise, tutti gli effetti personali, trovati in mezzo alla sabbia: foto di bambini, penne stilografiche, diari, quaderni, immagini di fidanzate, mogli, mamme; volti puliti, genuini, onesti e sinceri.
Osservo tutto più volte e, decido di non fotografare nulla, so che tutto mi resterà nell’animo e nel cuore, indelebile nel corso degli anni a venire.
Il sole si abbassa e incendia l’ovest mentre seduto sul pullman, durante il ritorno, ripenso a tutto quello vissuto in questa giornata e mi sento debitore nei confronti di coloro che qui hanno combattuto e perso la vita; al loro confronto, mi sento minuscolo e resto in silenzio fino alla passerella che mi riporta a bordo.
Una volta in camerino, tiro fuori dallo zaino il fazzoletto di carta, pieno della sabbia che ho prelevato dal terreno e lo stringo forte… ancora oggi si trova nel mio piccolo studio in bella mostra sopra una mensola.
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di Piero Bomba
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