“Il vento del deserto ha cancellato le nostri croci”. Quando Caccia Dominioni tornò sui campi di battaglia di El Alamein

“Sette anni dopo ad El Alamein – Il vento del deserto ha cancellato le nostri croci” di Paolo Caccia Dominioni

El Alamein_Paolo Caccia Dominioni (2)Quota 33 di El Alamein, gennaio 1949 – Forse oggi scriveremo cose che non interessano molte persone. Quanti pensano ancora alla striscia di deserto, lunga cinquanta chilometri e larga, diciamo, venti che riunisce la costa mediterranea alla depressione di Qattara? Chi c’è stato a combattere se ne scorda volentieri, sospinto dalla vita verso più urgenti e immediati obiettivi. A maggior ragione se n’è scordata la folla: e poi, e poi la tecnica dell’oblio si è assai perfezionata in questi ultimi anni, perché le angosce sono state superiori alla nostra capacità di sopportazione, e ci hanno lasciato una stanchezza dalla quale non tutti si possono sollevare guardando indietro e considerando il passato. Ma altri hanno quaggiù, nella zona geografica che ignorano, e non possono immaginare – possono soltanto identificarla in una immensa sciagura – le persone care e non dimenticabili. Ed hanno saputo che si sta facendo qualcosa per onorare tutti quei caduti, anche se i resti saranno assai difficili da ritrovare: hanno cercato tra i superstiti, indicazioni e documenti: ci scrivono, ci parlano di sepolture trecento metri a ovest di quota 33, quattro chilometri a nord di quota 104, sotto al cocuzzolo di quota 228, al limite estremo est da Deir-el-Abiyad, sopra il costoncino sudest di Deir Ankar, sul rovescio di quota 64 del Ruweisat: ci chiedono se si può far qualcosa, se la ricerca è possibile. Abbiamo deciso che bisogna provare e che bisogna raggiungere le quote 31, 104, 28, il Ruweisat, Deir-el-Abiyad e Deir Ankar.

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El Alamein_Paolo Caccia Dominioni (1)Sulla carta al centomila dello stato maggiore britannico sono riportate, con nitido tratto, le carovaniere antiche: ma la guerra furiosa ha moltiplicato le piste, creando gran confusione al topografo e al navigatore del deserto. Sopra un’altra carta sono segnate le zone minate, dalla frontiera Cirenaica alla Valle del Nilo: ma per il nostro settore non val la pena di fare studi e rilievi, perché tutto guanto è minato; è come un gran mare interrotto da brevi isolotti. L’ultima disgrazia sulle mine e di pochi mesi fa. Un autocarro adibito al ricupero di materiali, dopo aver rispettato per lunghi mesi la regola da non mettere mai le ruote fuori dalle piste ben segnate sul suolo, si è divertito a percorrere qualche centinaio di metri su terreno cosiddetto vergine, ed e saltato. Dunque abbiamo preparato la carta, segnando le diverse mete. Il motore della jeep è sfato revisionato, registrata la bussola, coperto il fondo della vettura con uno strato di sacchi di terra per addolcire il deprecato incontro con qualche mina; riempiti i serbatoi d’acqua, di benzina e d’olio, completate le provviste. Lasciata la strada costiera, abbiamo iniziato una serie di ricognizioni verso sud. La preoccupazione costante è stata quella di collocare esattamente te quattro ruote dentro le carreggiate segnate – magari vecchie anch’esse di sette anni, ma spesso riconoscibili – e di non farci prendere, dopo qualche ora di alta tensione con il volante tra le mani, da sonnolenze, distrazioni ed ottimismi. Il tempo non ha favorito le diverse ricognizioni: ha piovuto di continuo, con una tramontana gelata e uggiosa: i rari sprazzi di sereno venivano subito chiusi da nuvolacce oscure. La celebrità del dolce inverno d’Egitto appare luogo comune troppo consumato dall’uso o leggenda sarcastica. Talvolta l’orizzonte era tanto chiuso da rendere difficile l’orientamento: né servita gran che la guida beduina no che ci accompagnava. Sapeva al massimo chiarire qualche dubbio toponomastico: il I terreno lo conoscevamo meglio noi, semplicemente con i ricordi del 1942: e poi aveva delle mine un terrore morboso. I riferimenti noti un tempo – cartelli, tende, baracche, apparecchi abbattuti, relitti di veicoli – sono in gran parte scomparsi. Si continua a recuperare, nelle zone meno discoste dal mare, qualche pezzo di metallo pregiato: il ferro non interessa più, perché le carcasse dei carri armati sono praticamente irremovibili, e il costo del trasporto, per carichi più leggeri, diventa proibitivo per le distanze, per il terreno pessimo, e per il rischi sanzionato da un numero importante di sventure. Diremo per il El Alamein_Paolo Caccia Dominioni (4)lettore che conosca i luoghi, le zone finora raggiunte. A metà dicembre eravamo al Passo del Cammello, noto ai paracadutisti della Folgore: trascorremmo il Natale tra la Pista Rossa e la Pista dell’Acqua, nei settori della Bologna e della Brescia: a Capodanno eravamo tra la Pista Bianca, la Palificata e Tell-el-Aqqaqir, zone della Trento, dell’Ariete e della Littorio. Riserviamo a più tardi i settori ancora più abbandonati e difficili del sud-est, dote combatterono anche la Trieste e la Pavia. Avremo così la coscienza tranquilla, perché il nostro vecchio battaglione tu successivamente impiegato, tra Libia ed Egitto. con quasi tutte le divisioni del nostro schieramento. Perché la qualifica di “deserto” potesse applicarsi integralmente, sarebbe stato desiderabile che nessun essere umano, in tre settimane, fosse da noi incontrato una volta superata la fascia costiera. Ma cosi non fu, perché la vigilia di Natale un uomo comparve sulla dorsale del Ruwensat. Era un beduino: 1a sua età stava sulla media: superiore alla media il sudiciume, nettamente inferiore alla media l’intelletto. Ricordava Tonio dopo la peste, e non sapeva ripetere che due parole: logam ketir, molte mine: come se tale notizia inattesa ci potesse rallegrare il cuore. Alla richiesta di indicarci croci o cimiteri isolati, che gli venne replicata sei o sette volte, e ripetuta più correttamente dal beduino di scorta, rispose di no. Nessun altro incontro venne registrato dal giornale di bordo. Non è strano che tutte le croci siano scomparse. Le più accessibili, individuate dalla commissione inglese dei cimiteri di guerra fin dal 1943, permisero il ricupero e il concentramento, qui a quota 33, di circa seimila salme tra italiane e tedesche. Tale opera costò la vita a molti, tra i quali diversi nostri prigionieri di guerra generosamente offertisi. Ma le croci di legnaccio da cassa di munizioni, confezionale frettolosamente dai compagni, talvolta in piena battaglia, con animo raccolto e devoto ma senza vernici protettive, non potevano resistere a questi sette anni di deserto, alle notti umide alternate con giornate torride per sette mesi di seguito, alla corrosione dei venti sabbiosi e dell’arena silicea: caddero, e vennero ricoperte dal lento moto delle piccole dune, inghiottite per sempre nell’oceano giallo e grigio. Sul Ruweisat il nostro compito ci obbligava a lasciare la Pista dell’Acqua, per raggiungere un cantuccio che conoscemmo bene, dov’era la giunzione tra le linee tenute dai paracadutisti del barone Von der Heydte e dai fanti del generale Alessandro Gloria. La guida si rifiutò di abbandonare la pista: logam ketir, diceva anch’essa, logam ziada: troppe mine. Ma nella sabbia c’erano le carreggiate, antiche si, tuttavia visibili di un veicolo, e vi mettemmo dentro, senz’altro le ruote della jeep. Quel giorno eravamo stati raggiunti da un ufficiale inglese, Chisholm, che ha missione analoga alla nostra, e che in tale frangente non vi volle lasciare. Dopo cinquecento metri – eravamo all’altezza dei nostri centri di fuoco avanzati – la carreggiata provvidenziale non era più visibile, il suolo essendo pietroso. Chisholm scese, e procedette a piedi, lentissimo, dirigendo il nostro movimento: poi scendemmo anche noi, per vedere meglio: e così, alternando brevi percorsi in vettura e a piedi, ritrovando a malapena la traccia antica sugli spiazzi sabbiosi, collocando sulla rotta segnali per il ritorno (non mancavano i rottami: lassù non c’era andato nessuno), giungemmo a destino. Ancora una volta, la speranza di ritrovare una croce fu delusa. Una lettera di più, sconsolante, da mandare a una madre che ci attende. Ma davvero non era possibile cercare meglio: nulla, sul terreno, ricorda materialmente il sacrificio del giovane fante, né la presenza El Alamein_Paolo Caccia Dominioni (3)corporea dei suoi resti. Pochi giorni dopo trovammo presso la costa, nell’ansa di Marsa Hamra, le carcasse di nove nostri carri M/13 colpiti e distrutti: ne abbiamo anzi rilevato le targhe, qualcuna ormai quasi Indecifrabile: 3255, 3282, 3761, 3783, 3794, 4640,4645, 4689 e 4696. Vi si può ricostruire il dramma della battaglia che dovette essere rapida e furibonda: le tracce dei cingoli, in quel terreno umido e paludoso, sono ancora visibili: serpeggiano verso la quota 33, caposaldo nemico, tra innumerevoli buche di scoppi. C’era un altro carro italiano, senza più targa, capovolto, al centro di un campo minato, poco discosto da questo campo santo di Quota 33. E poiché qui abbiamo già iniziata la costruzione di un piccolo edificio, che avrà un cortiletto a porticato, si era pensato di collocare al centro, come una fontana decorativa o un monumento, il nostro carro ucciso. Il portico non c’è ancora: lo vedremo soltanto questa primavera, e i visitatori ti troveranno quell’ombra e quel refrigerio che per centinaia di chilometri all’ingiro sono negati. Ma il carro, da qualche giorno, è già a posto: dobbiamo dire che era assai duro da smuovere, e pesante. Il tracciato del portico, tutt’attorno, è segnato con fili telefonici di guerra tesi tra paletti da reticolato, Al centro, alto sopra una zoccolatura dl pietrame, sta il carro armato, rugginoso e arcigno, nel segreto della sua fine tragica, con il suo magnete, cuor generoso che ha cessato di pulsare: ed è davvero pari a una fontana decora tira. No, a una fontana di luce. Vorremmo, lettore, che tu venissi a farti Illuminare.
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