Questione d’oriente, genocidio armeno e colonialismo italiano

La questione d’Oriente rientra nel novero di quelle problematiche di carattere politico, diplomatico e militare proprie dello scontro tra imperialismi di fine ‘800, è un’altra manifestazione delle tensioni che avrebbero portato qualche anno più tardi allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, così come la contesa coloniale.
Per l’Italia crispina, impegnata nel biennio 1895-1896 nella guerra contro l’Impero d’Etiopia, la nuova crisi innescata in seno all’Impero Ottomano dalle proteste internazionali contro il genocidio armeno e la possibilità di sfaldamento della Sublime Porta aprirono ampi margini di manovra per adottare una politica mediterranea di più ampio respiro e lanciarsi alla conquista di territori come la Tripolitania.

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Francesco Crispi

Ecco dunque come per Roma una parte della questione d’Oriente divenne anche questione coloniale portando ad una serie di eventi che meritano di essere analizzati nelle loro implicazioni internazionali per comprendere quale fosse, alla vigilia della battaglia di Adua, l’idea che il presidente del Consiglio Francesco Crispi, il ministro degli Esteri Alberto Blanc, il loro entourage ed i vertici della diplomazia avevano della politica coloniale nazionale.
La Tripolitania era un vecchio cruccio della politica estera italiana visti i rischi connessi alla possibile espansione francese nel Mediterraneo che avrebbe potuto di fatto chiudere il Canale di Sicilia e fare del Mare Nostrum un cappio al collo per il Regno d’Italia. Possibilità concrete di mettere piede in Tripolitania si presentarono per gli Italiani intorno al 1895 a causa delle violente proteste britanniche nei confronti degli Ottomani per la prosecuzione dei cosiddetti “massacri hamidiani” perpetrati ai danni della popolazione armena cristiana dell’Impero.
A seguito della Guerra russo-turca del 1877-1878 e del Trattato di Santo Stefano, l’Impero Russo aveva esteso i propri domini acquisendo la Bessarabia ed alcuni territori dell’Anatolia orientale lungo la linea Kars-Ardahan-Batum-Eleşkirt-Bayazid dando vita anche al Principato di Bulgaria (la “Grande Bulgaria”) indebolendo drammaticamente l’Impero Ottomano, tanto che sia l’Austria-Ungheria che la Gran Bretagna protestarono vivacemente con San Pietroburgo per i termini del trattato che avevano palesato, in sostanza, la volontà russa di smembramento della Sublime Porta.
Dichiarandosi potenza protettrice delle popolazioni cristiano-ortodosse dei Balcani e, soprattutto, di quelle soggette al dominio di Istanbul, la Russia zarista accese anche le speranze degli Armeni fomentandone anche la rivolta.
Proprio per le proteste delle altre potenze europee, San Pietroburgo fu costretta a venire a patti con gli Ottomani a Berlino dove il 13 luglio 1878 fu firmato l’omonimo trattato ispirato dal cancelliere tedesco Otto von Bismarck dove all’articolo 61 la Sublime Porta si impegnò a favorire “i miglioramenti e le riforme richieste dai bisogni locali nelle province abitate dagli Armeni e a garantire la loro sicurezza contro i Circassi e i Curdi. Essa darà conto periodicamente delle misure prese a questo scopo alle Potenze, che ne sorveglieranno l’applicazione”. La Bulgaria perse inoltre la Rumelia orientale, tornata provincia autonoma sotto il sultano di Istanbul, mentre i confini russo-turchi furono regolati negli articoli 58, 59 e 60 sancendo in particolare la cessione all’Impero Russo in Asia dei territori di Ardahan, Kars e Batum con quest’ultimo porto ed il ritorno alla Turchia della valle di Eleşkirt, e della città di Bayazid cedute alla Russia con l’art. 19 del trattato di Santo Stefano. La Sublime Porta, di contro, cedette alla Persia la città e il territorio Khotur determinato dalla Commissione mista anglo-russa per la delimitazione delle frontiere turco-persiane.
Il mancato rispetto dell’articolo 61 del Trattato di Berlino – che le altre potenze firmatarie, Italia compresa, sapevano che l’Impero Ottomano non avrebbe voluto né potuto attuare – causò nuove tensioni tra cristiani Armeni e musulmani Curdi e Circassi fomentate dalle autorità turche, senza contare la mancata uguaglianza giuridica tra i sudditi musulmani ed i dhimmi (sudditi non musulmani) dell’Impero.

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Abdul Hamid II

La situazione divenne esasperata all’inizio degli anni ’90 quando i contadini armeni della Provincia di Blitis si rifiutarono di pagare, oltre alla normale imposta turca, una ulteriore tassa ai capi curdi della regione. Dal Sassoun a Blitis divampò la rivolta contadina armena, favorita anche dalla condotta ambigua del governatore ottomano. Per reprimere le sommosse il sultano Abdul Hamid II inviò l’esercito tra le montagne del Sassoun. I militari turchi, appoggiati da miliziani curdi e circassi, assassinarono centinaia di migliaia di Armeni bruciando anche villaggi e chiese. Le violenze contro gli Armeni si estesero in tutto il territorio dell’Impero e nel 1894 ad Urfa, l’antica Edessa romana, tremila cristiani armeni vennero bruciati vivi nella cattedrale.
La “politica di fermezza e terrore” di Abdul Hamid II aveva causato secondo stime del governo tedesco datate dicembre 1894 circa 80.000 morti mentre per l’ambasciatore britannico presso la Sublime Porta sir William White gli Armeni trucidati erano stati 200.000. Certo quelle non furono le prime violenze indiscriminate nei confronti degli Armeni condotte dalle truppe ottomane ma furono le prime nella nascente società di massa e dell’informazione; infatti non passò molto tempo che dalle rappresentanze diplomatiche a Costantinopoli le notizie si diffusero rapidamente in Europa scatenando vibranti proteste delle opinioni pubbliche delle potenze.
Di fronte alla deflagrazione della questione armena, con le accuse lanciate dalla Sublime Porta ai suoi sudditi armeno-cristiani di sostenere il terrorismo anti-turco, le potenze europee tornarono a discutere della possibilità di smembramento dell’Impero Ottomano. Certamente i “massacri hamidiani” rappresentarono il casus per l’opinione pubblica, ma i governi di Londra, Parigi e Vienna avevano anche il timore che le aspirazioni russe per uno sbocco nei “mari caldi” si fossero concretizzate attraverso una politica di attivo (ma occulto) sostegno di San Pietroburgo al movimento nazionalista armeno, cercando la scusa per intervenire militarmente come nel 1877-1878.

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Friedrich von Holstein

Nell’estate del 1895 il primo ministro britannico Robert Cecil marchese di Salisbury comunicò all’ambasciatore tedesco a Londra Paul von Hatzfeldt di essere ormai pronto alla disgregazione dell’Impero Ottomano e che questa fase avrebbe dovuto essere gestita dalle potenze del “concerto europeo”. Tra le altre comunicazioni – come Von Hatzfeldt scrisse al ministro degli Esteri germanico Friedrich August von Holstein – fatte al diplomatico tedesco da Lord Salisbury, vi fu anche quella di voler concedere all’Italia il controllo della Tripolitania e dell’Albania. Il programma di politica estera del premier britannico si basava sull’idea di “splendido isolamento” di Londra rispetto alle controversie continentali e sulla possibilità del regno vittoriano di fare da garante della pace e del mantenimento degli equilibri. Nel caso della questione d’Oriente, Lord Salisbury – che al contrario del suo predecessore Gladstone puntava a ricostruire solidi rapporti con Roma – non escludeva alcuna possibilità, non era un difensore assoluto dell’intangibilità territoriale dell’Impero Ottomano ed a determinate condizioni sarebbe stato anche favorevole al dissolvimento della Sublime Porta a patto che le potenze si fossero accordate sulla spartizione.
Le idee di Salisbury sull’allargamento della sfera d’influenza italiana in caso di implosione e successivo “spacchettamento” della Sublime Porta erano ben conosciute anche dall’ambasciatore a Londra, il generale Annibale Ferrero, uomo di fiducia di Re Umberto I, che prontamente le comunicò a Roma. Il fatto che anche la Germania, confermando la linea strategica di collaborazione anglo-tedesca sostenuta in particolare da Von Hatzfeldt, guardasse con occhio benevolo ad un allargamento della sfera d’influenza italiana nel Mediterraneo e nei Balcani – sempre che non fosse danneggiato il “giardino di casa” dell’Austria-Ungheria e ne fossero tutelate le linee direttrici d’espansione ad est – diede a Crispi e Blanc l’idea che una disgregazione indotta dell’Impero Ottomano fosse realmente imminente.

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Alberto Blanc

Gli “ammiccamenti” di Londra e Berlino a Roma per una soluzione – anche ma non solo – “pro-italiana” della questione d’Oriente nel corso della crisi dei “massacri hamidiani”, fecero sperare a Crispi e Blanc nell’attivazione degli Accordi mediterranei del 1887 firmati da Regno d’Italia, Gran Bretagna, Austria-Ungheria e Regno di Spagna: il trattato, negoziato a suo tempo sotto l’egida di Otto von Bismarck, prevedeva che in cambio dell’appoggio italiano nella questione egiziana, Londra avrebbe consentito a Roma di tutelare i propri interessi in Tripolitania e Cirenaica. A Vienna interessava invece contenere l’espansionismo russo – interesse condiviso con Roma in una fase in cui San Pietroburgo era particolarmente attiva in Africa a sostegno dell’Impero d’Etiopia – nei Balcani e garantire la pace in Oriente svolgendo anche funzioni di polizia internazionale, il tutto per ottenere una posizione di vantaggio in caso di disgregazione dell’Impero Ottomano.
Attento negoziatore degli accordi preliminari era stato a Londra l’ambasciatore italiano ed ex ministro degli Esteri di Benedetto Cairoli, Luigi Corti, uomo della Destra lombarda ed ispiratore della politica delle “mani nette” perseguita dall’Italia al Congresso di Berlino. Grande esperto della questione d’Oriente, Corti in collaborazione con l’allora ministro degli Esteri Carlo Di Robilant, aveva favorito l’intesa anglo-italiana sulla base di un avvicinamento di Londra alla Triplice Alleanza.
Tenuto al corrente del negoziato, Bismarck ne aveva favorito decisivamente lo sviluppo, e pur avendo rifiutato per riguardo alla Russia la richiesta italiana che l’intesa fosse allegata al nuovo trattato della Triplice, aveva comunque promosso l’accessione austriaca all’accordo mediterraneo (24 marzo 1887) in funzione di controllo dell’espansionismo russo sulle rive del Mediterraneo ed a puntello del ruolo austriaco di “polizia della pace” nel Vicino Oriente, il tutto senza impegnare direttamente la Germania. Le intese mediterranee riuscivano in tal modo a collegare la stessa Inghilterra al sistema di equilibrio continentale bismarckiano e consentivano contemporaneamente all’Italia di ampliare il perimetro di azione e protezione della Triplice Alleanza anche al Mediterraneo inglobando entro i termini del trattato necessariamente anche le questioni coloniali.
Certo, con Crispi al potere Corti – al quale lo statista siciliano non aveva perdonato la condotta rinunciataria a Berlino nel 1878 e sull’intera questione d’Oriente tra gli anni ’70 ed i primi anni ’80 – fu totalmente estromesso dalla scena politica nazionale morendo nel 1888, ma non si può negare che alla fine gli accordi presi dal diplomatico lombardo con la Gran Bretagna risultarono il primo vero punto di riferimento per la “politica orientale” di Crispi e Blanc durante i massacri hamidiani.

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Contrammiraglio Enrico Accinni

Proprio in riferimento alla Mittelmeerentente si presentava per l’Italia l’opportunità di occupare la Tripolitania o nell’ambito di una operazione di “polizia della pace” internazionale o come frutto di una spedizione militare congiunta italo-anglo-austriaca nei territori ottomani in funzione anti-russa. Il 16 novembre 1895 Crispi comunicò al viceammiraglio Enrico Accinni, comandante della 1° Divisione della Squadra Navale Attiva inviata al largo di Salonicco per partecipare alle manovre navali congiunte delle grandi potenze europee come azione dimostrativa nei confronti della condotta ottomana contro gli Armeni, ed al capitano di vascello Giovanni Bettolo, decorato a Lissa nel 1866 e già collaboratore di Benedetto Brin al Ministero della Marina, di prepararsi a portare la squadra navale a Tripoli per occupare la città in caso di «riparto dell’Impero Ottomano».
La squadra italiana era composta dalle corazzate Re Umberto e Andrea Doria, dagli arieti torpedinieri Stromboli ed Etruria e dall’incrociatore torpediniere Partenope con il compito ufficiale di proteggere gli interessi dei cittadini italiani residenti nel Levante turco. Il contingente venne rafforzato anche dalle navi della 2° Divisione Navale gettando l’ancora per due volte a Smirne ed una a Salonicco per tornare poi a Taranto il 3 febbraio 1896. Quello inviato nel Mediterraneo orientale dal governo di Roma era un dispositivo navale potente, capace di dispiegarsi con facilità verso la Tripolitania – vero obiettivo dell’operazione – se da Crispi fosse arrivato l’ordine. Un ordine che però non poteva pervenire se non la spartizione dell’Impero Ottomano non fosse stata decisa anche dalla Gran Bretagna e dalla Germania.
Ecco perché, sul fronte diplomatico, Blanc dovette lanciare una campagna contro la Sublime Porta denunciando l’anarchia imperante nei territori ottomani ed invitando gli ambasciatori italiani a Vienna, Berlino, Londra, Parigi, San Pietroburgo e Costantinopoli a farsi promotori presso le varie cancellerie dell’opportunità di instaurare una tutela europea sui domini del sultano.
Alberto Blanc, che si era “fatto le ossa” quale segretario particolare e poi capo di gabinetto di Emilio Visconti Venosta, che proveniva dall’ambiente politico-diplomatico della vecchia Destra e che, da segretario generale del Ministero degli Esteri, era stato in contrasto con la “politica mediterranea” di Pasquale Stanislao Mancini giudicandola particolarmente azzardata, da ministro degli Esteri di Crispi scelse di fare, nel caso della questione d’Oriente, un “colpo di testa” perché convinto, proprio come il presidente del Consiglio, che Salisbury avrebbe perseguito ad ogni costo la linea dello smembramento dell’Impero Ottomano.

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Costantino Nigra

A far sentire la sua voce contraria in questo frangente fu Costantino Nigra, ambasciatore a Vienna ed ex collaboratore di Cavour, il quale era poco propenso a credere che Inglesi ed Austro-Ungarici avessero realmente intenzione di interpretare in chiave assertiva l’Intesa mediterranea del 1887. Dello stesso parere era l’ambasciatore a Parigi Giuseppe Tornielli Brusati di Vergano, decano della diplomazia italiana, senatore del Regno e conservatore piemontese. Sia Nigra che Tornielli avevano mostrato perplessità già in precedenza per la politica coloniale di Francesco Crispi nel Corno d’Africa e, nello specifico, per il deperimento dei rapporti con la Francia che essa aveva causato, a maggior ragione perché un tradizionale alleato dell’Italia come la Gran Bretagna sembrava poco propenso a sostenere le aspirazioni di Roma nel conflitto con l’Etiopia. Anche l’idea di “forzare” una risoluzione della questione d’Oriente per arrivare a piantare il tricolore in Tripolitania non sembrava ai due vecchi diplomatici la via migliore da percorrere, anzi, puntare tutto sullo smembramento dell’Impero Ottomano poteva portare ad una rinnovata stagione d’isolamento internazionale per l’Italia.
Nei mesi successivi la tensione politica per i massacri degli Armeni si attenuò e né la Gran Bretagna né l’Austria-Ungheria, timorose che qualunque prova di forza contro Istanbul avrebbe favorito l’Impero Russo, furono disposte a seguire Crispi e Blanc sulla questione d’Oriente. Si preferì mantenere lo status quo e l’Italia fu costretta a rinunciare ancora una volta alle sue aspirazioni sulla Tripolitania.
Francesco Crispi aveva perseguito, magari avventatamente ma non senza una base di precedenti concreta cui attingere, nel Mediterraneo una politica interventista che voleva far leva sulla debolezza strutturale del “malato del Bosforo” per conquistare una posizione di forza in Nord Africa ed in un colpo solo risolvere un problema d’ordine strategico-militare impedendo ai Francesi di occupare la Tripolitania ed ottenere uno status politico-diplomatico da grande potenza.
Se lo sbarco francese a Gibuti, l’occupazione graduale della Nigeria da parte dei Britannici, gli insediamenti francesi sulle rive del fiume Congo e l’opera del re del Belgio Leopoldo II per fare del Congo uno “stato libero” erano state iniziative d’ordine prettamente coloniale, l’occupazione francese della Tunisia del 1881, la spedizione britannica in Egitto del 1882 e lo sbarco italiano a Massaua nel 1885 erano state iniziative rispondenti ai criteri della politica imperiale, erano quindi manifestazioni dell’imperialismo europeo. Lo stesso vale per la condotta tenuta da Crispi e Blanc nei confronti dell’Impero Ottomano nel 1895 per ottenere, grazie ad una serie di condizioni favorevoli, la Tripolitania e perfino l’Albania. Tutta la politica mediterranea dell’Italia, da Pasquale Stanislao Mancini in poi, è frutto della politica imperiale e non della politica coloniale, anzi, per molti aspetti i due tipi di politica per quel che riguarda le vicende italiane alla fine del secolo XIX coincidono e rispondono alla necessità di risolvere le problematiche sorte in uno Stato che, con ritardo ma con buone potenzialità, s’affacciava sull’arena internazionale con aspirazioni da grande potenza e la volontà di modernizzare la propria economia e dunque la propria politica.

di Filippo Del Monte

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