Cina, la concessione italiana dimenticata a Tien-Tsin – Seconda parte

segue dalla prima parte di “Cina, la concessione italiana dimenticata a Tien-Tsin”

piazza_Regina-Elena_Tientsin_1932_San-MarcoIl Governo cinese aderì a tutte le richieste e concesse inoltre lo stabilimento di nuovi settlements a Tien Tsin per quelle Potenze che fino allora ne erano prive. Precedentemente a questa manifestazione di forza, alcune Nazioni avevano infatti ottenuto dalla Cina speciali concessioni territoriali, note appunto col nome di settlements. Il settlement è una istituzione di origine politica ma la sua ragione di essere è più strettamente commerciale. Esso ha una personalità giuridica, gode dei diritti di possedere, di comprare, di vendere, di contrattare prestiti e essere anche rappresentato in giudizio. E nel suo territorio può impiantare banche, ospedali, alberghi, uffici postali, a vantaggio dei residenti, tanto se europei come indigeni. Il suo carattere rimane tuttavia internazionale perché tutti possono risiedervi sotto la tutela delle leggi della propria nazionalità, sempre quando però si assoggettino ai regolamenti vigenti e comprovino di possedere proprietà immobiliari con diritti di trapasso. Ogni settlement è retto a sistema municipale, con un consiglio locale, sotto la presidenza del proprio Console, dipendente dall’autorità tutoria della rispettiva Legazione.

L’Inghilterra era stata la prima ad averne una a Shanghai fino dal 1842; successivamente analogo possedimento fu dato alla Francia e più tardi, cioè nel 1860, queste due Potenze chiesero ed ottennero di istituire altri due settlements a Tien Tsin sul tipo ed alle condizioni di quelli di Shanghai.

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La Germania ebbe eguale concessione nel 1891 e il Giappone nel 1898. Dopo gli avvenimenti del 1901 vi si insediarono anche l’Italia, l’Austria, il Belgio e la Russia. La Cina in verità accondiscese sempre a malincuore a tali domande e quando nel 1918 gli Imperi Centrali rimasero soccombenti nella grande guerra, non mancò di avanzare formale pretesa per riprendersi le loro concessioni. Se non vi riuscì completamente riuscì egualmente a sostituirsi con elementi indigeni nelle amministrazioni dei settlements dell’Austria, della Germania e della Russia. Il Belgio restituì invece più tardi e spontaneamente la concessione il 31 ottobre 1929.

La località assegnata alle varie Nazioni è quasi un sobborgo di Tien Tsin, compreso fra la linea ferroviaria che unisce questa città al porto di Takù e la sponda sinistra del fiume Pei-ho. La ferrovia fu inaugurata nel 1888, raddoppiando subito il movimento commerciale che prima si svolgeva soltanto per la malsicura via di terra e più ampiamente lungo il fiume. La città di Tien Tsin, come tutti sanno, è un emporio di primo ordine. Marco Polo che la visitò nel 1280 rimase fin da allora impressionato della sua grandezza e sopratutto della fertilità del suolo di tutta la provincia, solcata da numerosi canali, intercalata da laghi e perciò in ottime condizioni di produttività agricola.

mappa_concessioni_terriotoriali_tientsinCome era il terreno della Concessione al momento dell’occupazione italiana. Evidentemente da quell’epoca lontana essa ha continuamente progredito ed ha raggiunto ormai una forte attrezzatura industriale; la popolazione della città si è decuplicata nonostante il fatto che la città stessa occupa una zona che non è delle più salubri. Il terreno scelto per la nostra concessione era infatti in origine un vasto pantano, ma situato ad oriente della città, confinante direttamente con le altre concessioni straniere e con quella parte di Tien Tsin che ospita in prevalenza elementi cinesi dediti al commercio, posta inoltre sulla riva del fiume e vicino alla stazione ferroviaria, offriva ogni possibilità di miglioramento. L’accordo fu definito dal conte Gallina inviato straordinario e ministro plenipotenziario e l’occupazione avvenne con gli stessi reparti di truppa che erano di ritorno dalla spedizione internazionale.

I punti principali di questo accordo comprendevano anzitutto il consentimento della Cina alla cessione perpetua e gratuita della zona prestabilita, poi talune modalità riguardanti le proprietà private ed infine una serie di disposizioni per facilitare le comunicazioni ed il transito fra le colonie limitrofe e il territorio italiano. L’unico onere per simulare un canone d’affitto fu quello di fissare un lieve pagamento annuo da parte dell’Italia. I due articoli della convenzione stessa, che si riferivano a tali accordi, si esprimevano infatti così. Art. 3: «Tutto il terreno governativo nella detta Concessione sarà dato dal Governo cinese gratis al Governo Italiano, che ne diverrà regolare proprietario senza alcun pagamento ». Ma per salvaguardare forse di fronte ai Cinesi una forma di affittanza anziché di completa cessione o per costituire una specie di tassa, l’articolo 12 soggiungeva: «II Governo Italiano corrisponderà al Governo Cinese il fitto annuo di un tael per ogni mou da consegnarsi alle autorità locali come è disposto negli accordi con le altre Potenze».

Il tael corrispondeva allora a 37 grammi d’argento e all’epoca della convenzione era considerato equivalente a lire italiane 3,75. E il mou è una misura cinese che equivale presso a poco ad ettari 0,06. Con ciò l’Italia veniva a stabilirsi in Cina a pari diritti delle diverse Nazioni; diritti che essa aveva motivo di pretendere e di ottenere non soltanto per la sua efficace partecipazione alla spedizione del 1900 ma anche per cancellare il ricordo della sdegnosa ripulsa del governo cinese allorché il Ministro De Martino chiese la cessione della baia di Sau Mun come punto d’appoggio per le nostre navi.

Nonostante i viaggi compiuti dalla R. Marina in Oriente nel 1871 e ’72 e più ancora la campagna navale guidata da S. A. R. il Duca di Genova con la Vettor Pisani nel 1879 e la successiva campagna della Marco Polo nel 1898, il prestigio italiano in Cina non era, prima del 1900, sufficientemente elevato, per cui il Ministro degli Esteri Visconti Venosta aveva pensato di iniziare un’azione di maggiore e migliore conoscenza nostra in quel lontano paese e di rafforzarvi una buona propaganda nazionale.

L’Ammiraglio Canevaro, succeduto al Visconti Venosta, sul finire del 1898, nel desiderio di continuare quest’opera del suo predecessore, ordinò quindi al De Martino di scegliere un punto della costa cinese affidandone il compito al comandante Incoronato, il quale a sua volta decise per la baia, invero alquanto deserta, di Sau Mun. La R. N. Elba vi giungeva infatti mentre regolare domanda veniva inoltrata per via diplomatica al governo cinese. Ma il documento fu respinto senza risposta e l’Italia considerando offensiva questa procedura ritirò senz’altro la nave e ordinò in pari tempo il richiamo del Ministro da Pechino. L’incidente si chiuse così. Passati due anni e presentandosi quindi l’occasione per rivendicare con un atto positivo, il nostro prestigio, nulla di meglio poteva offrirsi che la partecipazione militare a salvaguardia della Legazione e la richiesta formale del settlement a pari condizioni di tutte le altre Potenze.

monumento_prima-guerra-mondiale_Piazza-Regina-Elena_Marco-Polo-Square_ Tientsin La striscia di terreno concessa misurava 120 acri cioè un chilometro di lunghezza e mezzo chilometro di larghezza. Era come si è detto una zona pantanosa che serviva per deposito di sale e nella quale si annidavano alcune centinaia di luride capanne che ospitavano 15 o 16 mila cinesi nelle più deplorevoli condizioni igieniche ed economiche. La posizione era tuttavia conveniente e non occorreva altro che di valorizzarla. (nella foto a sinistra il monumento commemorativo della prima guerra mondiale in Piazza Regina Elena ora Marco Polo Square a Tientsin)

Finché durò l’occupazione puramente militare, la reggenza della concessione fu tenuta da ufficiali di marina che ne limitarono i confini, vi intrapreso lavori di prosciugamento, vi edificarono una caserma a cui apposero il nome di Savoia, vi crearono una guardia di polizia mista della quale prese il comando il maresciallo Fascina dei Carabinieri, compilatore del primo regolamento di polizia locale. In seguito, per merito del console Chiostri e del tenente del genio Cecchetti si fece un accordo con la Società Belga dei tram di Tien Tsin per il passaggio di una linea diretta alla stazione ferroviaria, attraverso un ponte di ferro, costruito dai nostri soldati e marinai.

La prima assegnazione di fondi per questi lavori non fu veramente troppo larga. Il Governo Italiano stanziò all’uopo 60 mila lire in tutto, tuttavia con questa somma si provvide al livellamento del terreno ed al tracciamento di questa strada che prese il nome di Via Vittorio Emanuele III e che divenne poi una delle più belle arterie della concessione. Più tardi, mediante un accordo con la Cassa Depositi e Prestiti le finanze migliorarono, si potè avere circa mezzo milione e con questo si costruì una seconda strada che si intitolò al Principe di Udine in onore del primo Principe di Casa Savoia che si recò in visita a Tien Tsin.

Intanto il Conte Sforza era nominato Ministro a Pechino e per merito suo il consolato italiano di Tien Tsin ebbe la sua sede nella concessione, cosa questa che ne elevò moltissimo il valore. Attorno alla sede consolare sorsero subito nuove ed eleganti costruzioni e l’intiero settlement assunse un aspetto così signorile che i cinesi lo battezzarono « la concessione aristocratica ». Importante sopratutto fu infatti l’ospedale civile dovuto alla benemerita Associazione per la protezione dei Missionari Cattolici. Gran fortuna per noi di avere avuto laggiù per un lunghissimo periodo di circa venti anni il console generale Vincenzo Fileti, allora ufficiale di marina sbarcato dalla Vettor Pisani. A lui si deve lo sviluppo, l’affermazione e la simpatia incontrata presso gli elementi indigeni e stranieri di quel piccolo ma florido centro di italianità in Oriente. Il nostro settlement ebbe infatti parecchie occasioni per cattivarsi quella simpatia dimostrando la sua benefica azione.

Anzitutto durante la terribile alluvione del 1917, quando il fiume straripò e migliaia di cinesi furono salvati e ricoverati; poi durante una grave epidemia di vaiolo nero per la quale il dottor De Giovanni curò numerosissimi ammalati e diede tutte le più opportune disposizioni per evitare che il contagio si diffondesse nella concessione; ed infine sul finire del conflitto europeo accogliendo oltre 1.500 trentini e triestini fatti prigionieri dai russi e mandati in Siberia. Questi sventurati, dopo una lunga odissea e inenarrabili sofferenze, avevano attraversato la Cina fino a Mukden e a Pechino senza il più piccolo soccorso e giunsero infatti a Tien Tsin laceri e sfiniti in modo da destare pietà. Furono accolti con ogni cura, nutriti, vestiti e poi incorporati come volontari in uno di quei battaglioni neri (cosidetti dal colore delle mostrine) che nell’agosto del 1918 entrarono a far parte dell’Esercito italiano col nome di R. Corpo di Spedizione in Estremo Oriente. Inquadrati da ufficiali italiani parteciparono così a quella campagna asiatica dopo la quale furono tutti inviati in Italia, rivedendo, come non avrebbero mai sperato, i loro paesi.

L'ex Caserma Ermanno Carlotto costruita nel 1919 sede fino al 1943 del Reggimento San Marco nella Concessione italiana di Tientsin (Cina)All’epoca la nostra zona di Tien Tsin ospitava circa 300 italiani, oltre la guarnigione costituita da un battaglione di marina del glorioso reggimento San Marco ed era abitata da sei o settemila cinesi i quali appartenevano in maggioranza a classi elevate. Aveva una ottima banchina sul fiume, prospiciente a quella giapponese, ed era solcata da vie ampie, tutte alberate e ricche di villini e di edifici costruiti col maggiore buon gusto, come il Municipio, il Consolato, la Chiesa Cattolica, l’Ospedale, il Mercato coperto, il fabbricato del Campo sportivo e le due caserme Savoia e Ermanno Carlotto (foto qui a sinistra, ora sede dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese). Quest’ultima inaugurata nel 1926. Il battaglione che vi risiede fu passato in rivista due anni dopo dal giovane ex imperatore della Cina che risiedeva allora a Tien Tsin e che ne fu ammiratissimo (2).

Le strade principali portano inoltre i nomi di via Trento, via Trieste, via Fiume, via Marco Polo e le loro trasversali ricordano, oltre le due già citate, anche i nomi di Vincenzo Rossi, di Ermanno Carlotto, del Marchese di San Giuliano e delle due città di Roma e Firenze, La via Vittorio Emanuele è percorsa dalla linea tramviaria e le due più belle piazze sono intitolate a Dante e alla Regina Elena (prima foto in alto a sinistra).

Nonostante il traffico intenso e continuo, regna in tutte queste strade la massima pulizia; la popolazione indigena è rispettosa delle leggi municipali e queste sono fatte osservare da un piccolo corpo di agenti cinesi agli ordini di ufficiali italiani, fieri di indossare un uniforme che conferisce ad essi notevole prestigio. L’amministrazione che per parecchi anni fu retta dal nostro Console con funzioni di sindaco coadiuvato da un Consiglio comunale sul modello dei municipi italiani, è passata attualmente essa pure nelle mani di un Podestà, nominato dal nostro Ministro degli Esteri e che è di fatto la stessa autorità consolare, lì controllo è esercitato dall’Ambasciata.

La condizione poi che il Podestà sia coadiuvato da una Consulta, composta di cittadini italiani e da cinesi residenti, va rilevata in modo particolare in quanto dimostra che la stessa amministrazione è un organo di tutela degli interessi e delle necessità della popolazione: immigrata e di quella indigena. Allo scopo poi di garantire questa funzione uno speciale statuto stabilisce, infatti, che non possono essere consultori i singoli impiegati (3). La nostra Concessione, come tutte le altre, riveste pertanto un carattere di municipio autonomo, nel quale la sovranità astratta del paese permane, ma è attenuata e sospesa da privilegi di cui godono gli stranieri.

Essa non è dunque una colonia e dipende per conseguenza dal Ministero degli Affari Esteri, che gli Italiani vi siano ben visti è dimostrato apertamente, ma non sembra superfluo ricordare qui le parole di un venerando letterato cinese di Tien Tsin il quale dopo aver maturato la sua cultura nella lettura dì molte migliaia di volumi, diceva un giorno: «Ah! se i vostri connazionali avessero creduto a Marco Polo!» esprimendo (come riporta il Catalano nel suo bell’articolo citato in nota) con tale enigmatico richiamo il suo rammarico per il tardo intervento dell’Italia negli avvenimenti della Cina.

Ma (soggiunge lo stesso Catalano) «è confortante che ovunque è giunto un italiano si sono allacciati cordiali rapporti di simpatia e di collaborazione e sì è conseguita quella reciproca comprensione degli spiriti che è l’essenza della solidarietà umana. Nella operosa Tien Tsin la nostra concessione è un saggio evidente di tale attitudine geniale della nostra razza ad esercitare, senza asprezza, la sua funzione di guida e di tutela».

Piccola entità territoriale essa è un occhio nel lontano Oriente e verso di esso debbono convergere, insieme all’attenzione di tutti gli Italiani, anche la loro riconoscenza per coloro che alto vi tennero sempre il nome della Patria. Per qualsiasi avvenimento possa manifestarsi nella compagine politica e sociale della Cina, la concessione di Tien Tsin rimane come l’ha definita il Duce, una sentinella avanzatissima.

area_concessione_italiana_tientsin-oggiLa notizia dell’armistizio giunse inaspettata in Estremo Oriente come peraltro in tutti gli altri teatri operativi dove armate, divisioni, reggimenti, personale civile e dei servizi si trovarono in situazioni disperate. I comandi giapponesi non appena ricevute le informazioni sulla defezione italiana, si mossero immediatamente. Forti contingenti di truppa furono inviati nei settori italiani, la stazione radio di Pechino difesa da un centinaio di soldati oppose resistenza ma fu obbligata a cedere le armi dopo aver reso inutilizzabile ogni strumento di trasmissione e distrutti codici e documenti. A Tien Tsin, dopo una prima resistenza, la guarnigione minacciata da considerevoli forze di fanteria dotate di carri armati ed artiglieria decise anche essa di arrendersi. Tutti furono fatti prigionieri ed internati – subendo un trattamento molto duro – nei campi di concentramento vicino a Tangashan in Corea. I termini della concessione vennero ridiscussi, e infine la stessa concessione venne di fatto sospesa, a seguito di un accordo intervenuto il 27 luglio 1944 tra la RSI e il governo dello stato fantoccio filo giapponese della repubblica di Nanchino. Alla fine della seconda guerra mondiale la concessione di Tien Tsin, così come i quartieri commerciali italiani a Shanghai, Hankow e Pechino, furono formalmente soppressi e così poterono tornare alla Cina, che con la sconfitta dei nazionalisti era diventata Repubblica Cinese, il 10 febbraio 1947, con il Trattato di Parigi. Nella primavera dello stesso anno i 300 marinai del Battaglione San Marco che presidiavano l’ex concessione, ancora prigionieri degli Alleati, furono rimpatriati.

di Vito Zita – © Tutti i diritti riservati

Note

(2) M. CATALANO, La nostra concessione di Tien Tsin, in Le Vie d’Italia e del Mondo, 05/1936

(3) G. E. PISTOIESE, La Concessione di Tien Tsin in Rassegna Italiana vol. Estremo Oriente

Fonte: Gen. Prof. Cesare Cesapi, “La concessione italiana di Tien-Tsin”, I.C.F., Roma, 1937.

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