A Genova qualche giorno fa dagli altoparlanti delle giostre è risuonata la canzone “Faccetta nera”, il noto inno fascista, legato alla conquista italiana dell’Etiopia.
Prontamente ripreso il tutto da un cittadino che indignato ha lamentato: “Bravo eh, bravo, bella musica!”.
Il gestore degli autoscontri, vuoti peraltro, senza nessun avventore, risponde: “È solo una canzone”.
Il cittadino replica: “No, non è una canzone! L’apologia del fascismo è reato! È reato questa canzone!”
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Ma è davvero così? Riprodurre la canzone “Faccetta Nera” configura il reato di apologia del fascismo?
Non essendoci un procedimento in corso, non essendo stato arrestato il giostraio, pare sciocco doverlo precisare ma NO, non è reato. Non è apologia il riprodurre, anche pubblicamente, una nota canzonetta di epoca fascista.
Se non fosse così le persone che pochi giorni fa a Roma, come da diversi anni, si sono riunite ad Acca Larentia sarebbero tutte agli arresti. E NO, nemmeno il rito del “presente”, con il saluto romano, è un reato.
Il saluto romano, infatti, è stato, si, vietato in Italia dalla legge Scelba n. 645 del 20 giugno 1952, e successivamente modificata con la legge Mancino n. 205 del 25 giugno 1993, ma non è da considerarsi reato se l’intento è commemorativo e non violento come sancito da diverse sentenze.
Come ad esempio la sentenza della Cassazione n. 8108 del 2018 che ha chiarito come la legge italiana non perseguisca “tutte le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ma solo quelle che possono determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste” ed ha definito la commemorazione dei morti (fascisti, RSI, etc…) come una libera “manifestazione del pensiero” che, guarda un po’, non attenta minimamente all’ordine democratico.
La legge e il tribunale di Cassazione non sono né di destra né di sinistra. La legge è apolitica. Mentre occorre essere schierati per interpretare la legge e farla aderire alle proprie idee.
Quindi la banale riproduzione di un brano musicale non solo non è apologia ma non costituisce reato. Oltretutto se non ci si limitasse ad indignarsi sentendo risuonare quelle note ma si comprendesse anche il testo ci si potrebbe stupire scoprendo che la canzone dei Legionari parla di integrazione (“sarai Romana”), assimilazione (“sarai in Camicia Nera pure tu”), parità (“Noi marceremo insieme a te”), condivisione (“sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!”) e cittadinanza italiana (“la tua bandiera sarà sol quella italiana!”). Fu cioè un inno inclusivo.
Si prefigurerebbe invece un reato qualora vi fosse dietro una vera propaganda ideologica che possa avere una concreta capacità di influenzare i presenti (che alle giostre di Genova non c’erano: gli autoscontri erano vuoti) e possa raccogliere consensi. Ma soprattutto, come da codice penale, possa favorire la riorganizzazione del Partito Fascista (il gestore non stava distribuendo le tessere di un neonato Partito Fascista).
Quindi il fatto in se non costituisce alcun reato non sussistendo le circostanze chiarite dal codice penale.
Inoltre la riproduzione della canzone non era accompagnata dalla presenza di slogan o simboli fascisti, non induceva a partecipare a eventi o gruppi antidemocratici per la diffusione o rafforzamento di una ideologia riconducibile al fascismo.
Oltre le opinioni e i desideri esiste dunque ancora la legge quindi non tutto ciò che non ci piace è un reato. Per concludere: “È solo una canzone”. Aveva ragione il giostraio.
di Alberto Alpozzi
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