La spedizione a Massaua del 1885: pianificazione ed esecuzione

La spedizione di Massaua del 1885 è stata la prima prova importante per le Forze Armate italiane oltremare. La pianificazione di quella che fin dall’inizio si era capito essere non una semplice operazione per garantire il prestigio politico italiano, l’impiego delle truppe e la condotta dei comandanti furono esempi di come, in una campagna coloniale, ci si dovesse adattare giornalmente alle situazioni e di come alcune ambizioni e richieste politiche condizionassero lo sviluppo delle operazioni.

Se il 1884 era stato un anno particolarmente burrascoso per i rapporti tra lo Stato Maggiore del Regio Esercito ed il Ministero degli Esteri, con i militari sospettosi e poco inclini ad appoggiare le ambizioni dei diplomatici di dare manforte agli inglesi nella valle dell’Alto Nilo contro i mahdisti o il progetto della Consulta di occupare la Tripolitania come rappresaglia alle mire francesi su Rabat; il 1885 si era aperto da questo

Cesare Ricotti Magnani

Cesare Ricotti Magnani

punto di vista sotto i migliori auspici. Quando il ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini ventilò al suo collega della Guerra, il generale Cesare Ricotti Magnani, la possibilità di dover pianificare in tempi brevi l’occupazione di Massaua sulla costa del Mar Rosso, lo Stato Maggiore, cui la pratica fu passata, si mostrò possibilista. L’anno precedente il vicecomandante del Corpo di Stato Maggiore, il generale Agostino Ricci, tra la primavera e luglio aveva scritto assieme agli ufficiali del suo staff un “Promemoria sugli studi ed altri provvedimenti preventivi da farsi per preparare la spedizione di Tripoli” nel quale si ipotizzava la necessità di dover inviare un intero corpo d’armata in Tripolitania per poter avere ragione dei 10.000 soldati turchi colà stanziati e, contemporaneamente, evitare che truppe francesi provenienti dalla Tunisia e dall’Algeria tentassero, sull’onda degli sviluppi della “crisi marocchina” franco-spagnola, di prendere possesso della regione. Logicamente il piano di Ricci si basava sulla capacità – su cui il ministro Ricotti era particolarmente scettico – della Regia Marina di garantire il trasporto delle truppe in Tripolitania.

Oltre ai classici dubbi nutriti sulle capacità della Marina, il generale Ricotti, che era anche un politico navigato, non mancò di sollevare il problema dei costi proibitivi e quindi delle conseguenze sul bilancio statale di una spedizione in grande stile in Tripolitania. Conscio del fatto che probabilmente Mancini stesse bluffando con i francesi e che non avesse la reale intenzione di giocare la carta militare in Tripolitania, Ricotti invitò il capo di Stato Maggiore Enrico Cosenz a non considerare la Tripolitania come un «impegno assoluto» e di valutare la possibilità di adattare il piano operativo per altri scenari. Pur non conoscendo la questione nei dettagli, il ministro della Guerra sapeva che la Consulta era impegnata in una serie di difficili trattative con la Gran Bretagna al culmine della crisi egiziana e che Londra aveva offerto a Roma la possibilità di partecipare ad operazioni militari congiunte nella Valle del Nilo; una «eventuale cooperazione dell’Italia con l’Inghilterra nell’Egitto» scrisse Ricotti a Cosenz, sarebbe stata accettata di buon grado dalla Pilotta ma questo avrebbe inevitabilmente spostato il baricentro della politica estera italiana dal Mediterraneo al Mar Rosso. Poiché Mancini non aveva potuto non considerare questa eventualità, i militari iniziarono a capire quanto ampio fosse il bluff architettato dalla Consulta e quali fossero i suoi veri obiettivi. Il piano per l’occupazione della Tripolitania venne modificato ulteriormente in previsione di una spedizione lungo la costa del Mar Rosso – con la colonia di Assab quale baricentro – e, quando arrivò ufficialmente la richiesta in tal senso di Mancini, lo Stato Maggiore si fece trovare pronto.
Politicamente parlando quello era il periodo nel quale anche nell’Esercito – dopo le ostilità iniziali mostrate da ufficiali del calibro di Clemente Corte (generale veterano e medaglia d’oro della Terza guerra d’indipendenza) e Luigi Pelloux (deputato della “sinistra monarchica” ed esponente della cosiddetta “opposizione militare” a Ricotti) – le prospettive, financo le più ardite ed avanzate, d’espansione coloniale stavano prendendo piede. Agli “africanisti” storici come Giorgio Pozzolini ed Oreste Baratieri s’erano aggiunti nel corso dell’ultimo periodo buona parte degli ufficiali più giovani, sensibili al richiamo avventuroso ed esotico dell’Africa, ma anche un “pezzo da novanta” della burocrazia militare come il segretario generale del Ministero della Guerra Nicola Marselli aveva finito per accettare le tesi colonialiste avallando la spedizione di Massaua quando solo due anni prima s’era mostrato assolutamente contrario ai progetti per l’occupazione di Tripoli o dell’Albania considerandoli come un “tradimento” delle alte idealità risorgimentali.

Nei circoli militari i sostenitori di una politica coloniale che avesse nel Mediterraneo il proprio centro erano decisamente meno di quanti invece vedevano nel Mar Rosso il fulcro delle future direttrici dell’espansione italiana. Questo spiega il motivo di alcune

Il colonnello Tancredi Saletta ed il suo staff a Massaua (1885)

Il colonnello Tancredi Saletta ed il suo staff a Massaua (1885)

scelte strategiche dello Stato Maggiore a proposito della spedizione di Massaua. I tre battaglioni posti al comando del colonnello di Stato Maggiore Tancredi Saletta – uno dei collaboratori di Ricci ai tempi del promemoria tripolino – avrebbero potuto garantire la presenza italiana a Massaua ma non rispondere a richieste politico-militari più “articolate” e di ampio respiro comprendenti la mappatura e l’occupazione di zone nell’entroterra; ecco perché nel piano d’azione venne stabilito che le truppe stanziate a Massaua avrebbero dovuto essere rinforzate e continuamente rifornite.

La notte del 5 febbraio, con i minareti di Massaua e le barche ancorate al molo ben in vista, Saletta ricevette le istruzioni dello Stato Maggiore che dividevano il ciclo operativo in tre fasi ben precise: “stabilimento difensivo”; “stabilimento offensivo in terraferma”; “ricognizione topografico-militare”.
Nella prima fase il compito del corpo di spedizione era quello di prendere possesso pacificamente dell’isolotto di Massaua, della penisola di Gherar e dell’isola di Taulud per stabilirvi un presidio; il tutto con la benevolenza delle autorità civili e militari egiziane che avrebbero dovuto ritirarsi dalla città lasciando campo libero agli italiani secondo il programma del governo del Cairo – in difficoltà contro i mahdisti e quindi tentato dall’abbandonare l’intero Sudan anglo-egiziano – ed in base alle garanzie date a Mancini dall’esecutivo britannico. Si era sicuri proprio per questo del fatto che gli egiziani si sarebbero consegnati al comandante del corpo di spedizione italiano, il contrammiraglio Pietro Caimi, senza opporre alcuna resistenza.
Nella seconda fase, il cui avvio era subordinato specificamente all’assenso del Ministero della Guerra, le truppe di Saletta avrebbero dovuto occupare i lembi dell’altopiano che sovrastava il porto così da garantire la sicurezza della città e la certezza dei rifornimenti idrici che giungevano proprio da quella direzione. La questione dei rifornimenti d’acqua, visto anche il clima torrido di Massaua, era di vitale importanza ed era anche la cartina al tornasole della chiara intenzione degli estensori del piano di passare immediatamente alla fase dello “stabilimento offensivo in terraferma” poiché stare aggrappati sugli isolotti con il rischio di vedersi tagliare i rifornimenti idrici da eventuali tribù ostili avrebbe compromesso la riuscita dell’intera operazione e costretto gli italiani a riprendere la via del mare subendo un pesante smacco. Tuttavia, nonostante le raccomandazioni relative all’occupazione dell’altopiano, si sperava sempre nella bonarietà di egiziani ed indigeni e nella collaborazione delle tribù stanziate lungo la direttrice Massaua-Saati-Ailut.

Per l’importanza rivestita dai rapporti con gli indigeni e dalle vie di rifornimento sulla terraferma, nei rapporti interni al corpo di spedizione la componente terrestre guidata dal colonnello Saletta assumeva una importanza maggiore rispetto ai gruppi da sbarco della Regia Marina posti sotto il diretto comando del contrammiraglio Caimi e questo nel corso della spedizione sarebbe stata, vista anche la definizione poco chiara dei compiti di comando, una delle ragioni dell’attrito tra i due ufficiali. Ma dal punto di vista prettamente militare il dato di fatto ricavabile dalla “fase due” era che, proprio come avvenuto nel caso dello “stabilimento difensivo”, le operazioni successive sarebbero state per forza di cose “trascinate” dagli eventi: il dispiegamento dei tre battaglioni di Saletta sugli altipiani implicava da una parte l’invio di nuovi rinforzi e dall’altra la certezza di una trasformazione in chiave offensiva e verso l’interno della spedizione. Politicamente

Pasquale Stanislao Mancini

Pasquale Stanislao Mancini

invece il ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini avrebbe giocato a carte scoperte, confermando che la presenza armata a Massaua non serviva solo a “mostrare bandiera” ma a rafforzare la posizione italiana nel Mar Rosso a fronte delle difficoltà crescenti dell’Inghilterra e delle mire dei francesi e dei tedeschi sul tratto di costa “libero” che andava da Assab a Capo Guardafui con il chiaro obiettivo di tenere sotto controllo i traffici commerciali da e per Suez.

La terza fase – dichiaratamente offensiva per i fini che si proponeva – era quella meglio descritta nelle istruzioni dello Stato Maggiore a dimostrazione del fatto che, al di là delle “limitazioni” ministeriali, l’obiettivo non solo militare ma anche politico dell’intera operazione era quello di avanzare nell’entroterra. A tal proposito si indicavano a Saletta due linee d’operazione da poter seguire in base a future valutazioni dei ministeri di Guerra ed Esteri: quella che seguiva la direzione sud-ovest che puntava dritta sul Sudan in rivolta lungo la direttrice Keren-Kassala-Khartoum per appoggiare le truppe britanniche in una fase in cui le orde del Mahdi avevano appena conquistato la capitale; la seconda in direzione nord-nordovest verso Suakim e lì decidere il da farsi in base agli eventi, o rilevare la città dopo la ritirata britannica o, con gli inglesi ancora in loco, unirsi a loro e combattere contro i mahdisti. Nelle istruzioni era anche precisato che delle due possibilità la prima era la più probabile e che l’obiettivo più concreto fosse proprio Kassala che doveva essere raggiunta passando per Seuait e Keren. In una lettera indirizzata a Ricotti, il generale Cosenz metteva in evidenza quanto sarebbe stato importante disporre di una ferrovia monorotaia con piccoli carri a trazione animale (sistema Lartigue) per attraversare in velocità il primo tratto dell’altipiano abissino che si estendeva proprio tra Massaua e Seuait. Più che di una rilevazione topografica, che per sua natura dovrebbe essere lenta e minuziosa, quella italiana nell’entroterra avrebbe assunto le sembianze di una marcia forzata per “sostituire” gli inglesi dove essi si fossero ritirati e per anticipare quindi i mahdisti.
Certo è che poco o nulla si diceva sui reali obiettivi che con la “terza fase” si dovevano raggiungere: non veniva specificato chi fosse il vero nemico, i mahdisti o gli abissini, né si capiva se l’appoggio da fornire agli inglesi fosse “fondamentale” o un “orpello” per nascondere i veri piani del governo di Roma. Infatti le istruzioni dello Stato Maggiore consegnate a Saletta poche ore prima dello sbarco a Massaua in realtà dovevano garantire al ministro degli Esteri di avere “mano libera” per cambiare piani ed obiettivi in corso d’opera in base all’andamento delle complesse trattative che la Consulta stava portando avanti con Londra, ma anche per ragioni di politica interna con Mancini che, in piena crisi del sistema trasformista depretisiano, era stato messo assieme al collega di Tesoro e Finanze Agostino Magliani sulla graticola dalle opposizioni di destra e sinistra e necessitava quindi di un successo personale d’ampia portata come poteva essere una spedizione coloniale ben riuscita.

Se dal punto di vista politico non seguire una logica – o tenerla ben occultata non mettendone a conoscenza nemmeno il Ministero della Guerra – poteva funzionare, militarmente causò non pochi problemi sul campo al colonnello Saletta che dovette agire autonomamente: al momento dello sbarco, mentre i marinai di Caimi prendevano

Capitano di Stato Maggiore a Massaua nel 1885 (Carlo Riccardi)

Capitano di Stato Maggiore a Massaua nel 1885 (Carlo Riccardi)

possesso degli isolotti di Massaua e Taulud e della penisola di Gherar, Saletta ordinò ai suoi bersaglieri di occupare i fortini esterni di Monkullo e Otumlo così da garantire la sicurezza delle operazioni da sbarco avvenuta senza l’opposizione degli egiziani ma di fatto con il loro mancato assenso visto che dal Cairo non erano arrivate istruzioni sul comportamento da tenere nei confronti degli italiani. Il vicegovernatore egiziano di Massaua, il maggiore Izzet Bey, non si consegnò al contrammiraglio Caimi come era stato ipotizzato dagli Esteri e dallo Stato Maggiore né ordinò alle sue truppe di deporre le armi; propose invece agli italiani di accettare un “condominio” sulla città. Le truppe italiane restarono quindi bloccate sugli isolotti, in una zona dal clima malsano, mentre gli egiziani controllavano ancora la terraferma in armi. Saletta, irritato dal comportamento di Izzet Bey, inviò una mezza compagnia di bersaglieri a prendere possesso del palazzo del governo installandovi il comando italiano e “sorpassando” di sua sponte e per necessità gli ordini di Roma mettendo fine, prima ancora che fosse iniziata, alla fase dello “stabilimento difensivo” per estendere immediatamente il perimetro dell’occupazione. Il 10 aprile gli italiani occuparono il forte di Arafali a 80 km da Massaua, il 21 aprile la cittadina di Archico ed il 27 aprile fu la volta delle isole Dahlak di fronte a Massaua mentre il 13 giugno fu la volta di Ailet, posto di confine con l’Impero d’Etiopia. Saletta fece quindi dei passi avanti notevoli rispetto al programma originario traviandone anche alcuni degli obiettivi e praticamente tutte le indicazioni. Il colonnello aveva sviluppato una propria visione della “politica coloniale” italiana e riteneva di dover espellere gli egiziani da Massaua facendogli pressione con l’occupazione di posizioni strategiche che, se cadute in mano italiana, avrebbero costretto Izzet Bey ad abbandonare la città pur senza arrivare ad uno scontro armato. La gran parte dei soldati egiziani presenti nei centri sopra menzionati infatti, al momento dell’arrivo delle truppe di Saletta, sceglieva volontariamente di restare al servizio degli italiani con armi e bagagli.

Pur disapprovando il comportamento affatto autonomo di Tancredi Saletta, il generale Agostino Ricci nel dicembre del 1885, inviato a Massaua dallo Stato Maggiore per una importante ispezione, si rese conto del fatto che il colonnello non avrebbe potuto avere una condotta diversa e che le note diplomatiche e militari che gli erano state inviate avevano perso di attualità nel momento stesso in cui gli egiziani si erano rifiutati di collaborare con gli italiani. Saletta inoltre – e questo allo Stato Maggiore non dovette passare inosservato – fu il primo a sperimentare una forma di organizzazione di truppe straniere sotto comando italiano in territorio coloniale e questo, indipendentemente dal bilancio complessivo di questa prima esperienza in Africa del colonnello, tornerà particolarmente utile in futuro ed aprì al Ministero della Guerra una fase di discussione sull’opportunità di inquadrare indigeni in armi.

I continui scontri tra Saletta e Caimi (e poi con il suo successore dall’8 aprile 1885, il contrammiraglio Raffaele Noce) sulle funzioni dei rispettivi comandi spinse lo Stato Maggiore a sostituire tutti gli alti ufficiali presenti a Massaua dando al generale Carlo Genè il comando del corpo di spedizione. Nonostante Genè non fosse un sostenitore della linea dura contro gli egiziani, a Roma si era smesso di tergiversare ed il 5 dicembre dovette esautorare manu militari i funzionari egiziani mettendo fine al condominio su Massaua. Ad Izzet Bey fu permesso di lasciare la città il 20 dicembre dopo aver ricevuto la promozione a colonnello e l’autorizzazione ad avallare il passaggio di poteri dal

Colonnello Herbert Chermside

Colonnello Herbert Chermside

governatore britannico del Litorale del Mar Rosso, il colonnello Herbert Charles Chermiside. L’accelerazione degli eventi tra aprile e dicembre era il frutto di una maggiore consapevolezza del governo italiano su quale fosse la strada da intraprendere e se alcune azioni furono determinate da questioni prettamente locali (il clima sfavorevole, la necessità di ampliare il terreno occupato per ospitarvi grandi unità militari, i cattivi rapporti con gli egiziani e la minaccia mahdista) altre furono espressione diretta della volontà di Roma di prendere possesso di Massaua quale testa di ponte dell’espansione coloniale e non più come azione fine a sé stessa.

I primi mesi della spedizione erano stati scanditi dal sostanziale disinteresse del governo di Agostino Depretis – eccezion fatta per Mancini – per le questioni coloniali e dal tentativo della Consulta di lasciarsi aperte tutte le strade cadendo nell’errore, per certi versi grossolano, di credere che gli inglesi avessero la reale volontà di stringere una partnership con Roma quando al massimo si sarebbe trattato, come poi fu, di un semplice non nocet (anche abbastanza sudato) all’occupazione di Massaua, accettata più per paura di eventuali blitz francesi o tedeschi che per buona volontà nei confronti degli italiani. Questa errata convinzione di Mancini su cui si basò tutta l’opera di pianificazione dello Stato Maggiore fu smentita dagli egiziani non appena le navi italiane furono in vista di Massaua spingendo Saletta, suo malgrado, ad agire d’impulso ma nella certezza di difendere l’interesse e la dignità nazionali dell’Italia.
Nella fase successiva, quella del consolidamento dei domini e che andrà avanti almeno fino alla battaglia di Dogali nel 1887, politici e militari italiani non avrebbero commesso gli stessi errori pur trovandosi di fronte a ben altri problemi.
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di Filippo Del Monte
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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA ESSENZIALE
• N. Labanca, “Il generale Cesare Ricotti e la politica militare italiana”, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, 1986
• R. Catellani e G.C. Stella, “Soldati d’Africa. Storia del colonialismo italiano e delle uniformi per le truppe d’Africa del Regio Esercito”, vol. 1 (1885-1896), Albertelli Editore, 2002
• R. Battaglia, “La prima guerra d’Africa”, Edizioni Einaudi, 1958
• F. Crispi, “La prima guerra d’Africa. Storia diplomatica della Colonia Eritrea”, F.lli Treves, 1914
• F. Del Monte, “I rapporti tra Esercito e Marina nell’Italia degli anni ’80 del XIX Secolo”, Difesa Online, 27 marzo 2020

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