1908, la blitzkrieg del Benadir. La campagna del Maggiore Di Giorgio

Una delle campagne militari meglio riuscite della storia coloniale italiana, ma anche una delle meno conosciute, fu quella del 1908 condotta dal maggiore Antonino Di Giorgio nel Benadir contro i ribelli Intera e Bimal. Questa operazione militare, che ebbe tutte le caratteristiche della blitkrieg, merita di essere approfondita poiché fu esempio emblematico del contrasto tra vertici militari e civili nella gestione delle colonie, provocò una viva discussione in Patria tra i fautori della penetrazione pacifica ed i sostenitori delle azioni di forza senza dimenticare che si inserì nell’ambito della più ampia transizione dal “colonialismo indiretto” all’imperialismo strategico d’età giolittiana.

Buono di 5 rupie della Società Filonardi

Bandiera della Società del Benadir.jpg

I territori somali sotto il controllo italiano erano stati fino al 1903 oggetto dell’esperimento noto come “colonialismo indiretto” e dunque affidati alla gestione amministrativa di società private cui lo Stato dava concessioni: nel 1890 il console ed ambasciatore italiano presso i Sultanati della costa somala, Vincenzo Filonardi, aveva ricevuto l’ordine da Giovanni Giolitti di fondare una società commerciale – nata con cospicui finanziamenti statali – attraverso la quale l’Italia avrebbe negoziato con i signori locali per le concessioni e la cessione della gestione politico-amministrativa del territorio. Nel 1893 il governo e la “V. Filonardi & Co.” avevano stipulato una convenzione con la quale si affidava alla società la gestione delle questioni legate a commercio, industria, agricoltura commerciale, migrazioni di coloni italiani verso le coste africane, la gestione delle stazioni commerciali del Benadir (Mogadiscio, Brava, Merca, Warsheikh) e, cosa più importante, la rappresentanza politica del governo del Regno d’Italia presso i Sultanati. La malagestione di Filonardi spinse il governo a non rinnovare la concessione nel 1896 portando la “V. Filonardi & Co.” al fallimento. La società aveva comunque favorito la penetrazione nell’entroterra somalo del grande capitale mercantile italiano che aveva sfruttato i canali aperti dalla borghesia compradora arabo-indiana, agente dei grandi gruppi internazionali (principalmente britannici) che detenevano il monopolio del commercio estero della Somalia.

Bandiera della Società del Benadir

Bandiera della Società del Benadir

L’esperimento di “colonialismo indiretto” italiano fu replicato proprio da un trust che prese il nome di “Compagnia Commerciale del Benadir” i cui azionisti erano i magnati dell’industria tessile lombarda Sanseverino, Mylius, Carminati e Benigno-Crespi che puntavano a produrre in territorio “italiano” le materie prime per il loro comparto ed evitare così i costi eccessivi dell’importazione. La convenzione fu firmata nel 1898 e divenne operativa nel 1900 con l’installazione degli uffici della Compagnia nel Benadir. I tentativi di penetrazione nella Somalia meridionale portati avanti dai rappresentanti della Compagnia Commerciale incontrarono la netta ostilità dei proprietari terrieri-schiavisti della pianura, dei grandi mercanti arabo-indiani, della piccola borghesia mercantile autoctona e del clero islamico; una coalizione di forze “disturbata” dalla presenza italiana nella regione considerata come un pericolo per l’equilibrio di interessi economici ormai consolidati. Già tra il 1896 ed il 1897 i somali avevano dato segnali di rivolta con l’annientamento della spedizione Cecchi (27 novembre 1896) e l’uccisione del residente Giacomo Trevis; la ribellione della potente tribù schiavista dei Bimal a seguito del contrasto operato dalla Compagnia contro la tratta degli schiavi portò al fallimento totale della politica di “pacificazione” per come era stata teorizzata a Roma.
I contrasti tra i funzionari della Compagnia ed i militari, le rivelazioni sulla complicità dell’amministrazione nel mantenimento della schiavitù nei territori periferici, gli eccessi commessi nelle repressioni e le valutazioni negative sulla gestione economica della colonia (in cui imperava la speculazione a danno d’una sana mentalità imprenditoriale) scatenarono nel 1903 una violenta campagna di stampa ed un dibattito parlamentare molto vivace sul modello di gestione del Benadir. I risultati dell’inchiesta Chiesi-Travelli promossa dalla stessa Compagnia per accertare la veridicità dei fatti denunciati scoperchiò il vaso di Pandora del malaffare ed il governo Giolitti-Tittoni denunciò la convenzione del 1898 togliendo d’imperio la gestione della colonia alla Compagnia nominando poi come governatore il capitano Alessandro Sapelli, ufficiale del servizio informazioni e reduce da Adua, esperto di questioni coloniali.

Capi Bimal ribelli

Capi Bimal ribelli

Il ritorno dei quadri del Regio Esercito al comando della colonia si fece subito notare: primo atto di Sapelli come governatore fu l’emanazione d’un decreto con la quale si vietò la tratta degli schiavi nei territori sotto giurisdizione italiana privando le tribù seminomadi dell’interno della loro più importante fonte di reddito. La tensione si fece palpabile a Mogadiscio dove scoppiarono dimostrazioni anti-italiane che costrinsero Sapelli a concedere la scorta armata ai regnicoli presenti in città. Frattanto i Bimal cinsero d’assedio Merca e Sapelli dovette inviare 240 ascari arabi al comando del capitano dei bersaglieri Gherardo Pantano a liberare la città. Nel suo “Ventitre anni di vita africana” (Firenze, 1932) Pantano raccontò con dovizia di particolari (si vedano specialmente le pp. da 211 a 222) gli scontri di Merca, soffermandosi anche sulle motivazioni politico-economiche della rivolta dei Bimal e sul loro armamento.
Nel 1905 il governo assunse definitivamente la gestione diretta della colonia versando 144.000 sterline nelle casse del sultano di Zanzibar nominando governatore il console Luigi Mercatelli, sostituito l’anno successivo da Giovanni Cerrina Ferroni. Nel frattempo continuarono gli scontri contro i Bimal e gli Intera cui furono inflitte una serie di dure sconfitte dal capitano Vitale Vitali, comandante dei “Leoni del Benadir” – un corpo di ascari d’élite reclutato nella Penisola araba ed adibito alla repressione dei fermenti rivoluzionari in Somalia – tra febbraio e marzo 1907, quando alla guida della colonia era già subentrato Tommaso Carletti, funzionario d’idee cattolico-nazionali e sostenitore delle teorie dell’imperialismo difensivo nel Corno d’Africa. A dicembre si verificarono scontri di frontiera tra ascari italiani e truppe etiopi spingendo Roma ed Addis Abeba a delimitare approssimativamente la linea di confine con un trattato ratificato nel maggio dell’anno successivo.

Antonino Di Giorgio, giovane tenente ad Adua (1896)

Antonino Di Giorgio, giovane tenente ad Adua (1896)

Nel frattempo, allo Stato Maggiore dell’Esercito era stato richiesto di inviare in Africa un ufficiale coloniale esperto per svolgere il delicato compito di comandante del costituendo Regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia Italiana. La scelta ricadde nell’aprile del 1908 sul neopromosso maggiore di fanteria Antonino Di Giorgio, uno dei più giovani ufficiali superiori del Regio Esercito che poteva vantare un curriculum invidiabile: a seguito della sconfitta di Amba Alagi aveva abbandonato il corso alla Scuola di Guerra per recarsi volontario in Eritrea; nominato ufficiale addetto al Comando del 6° Reggimento (col. Airaghi, Brigata Dabormida), aveva condotto a sciabola sguainata ben sette assalti contro le truppe abbissine a Miriam Sciauitù durante la battaglia di Adua per poi avere il compito di mantenere l’ordine della colonna in ritirata negli anfratti dei monti Esciasciò sotto la minaccia della cavalleria abissina. Per il coraggio in combattimento e la calma dimostrata durante il ripiegamento fu decorato di medaglia di bronzo. Passato al comando di una centuria di ascari, combattè al forte di Adigràt e sbaragliò il nemico, superiore di numero, ad Agaà (2 maggio 1896) ottenendo un’altra medaglia di bronzo. Rientrato in Italia alla fine dell’anno, terminò il corso alla Scuola di Guerra per essere promosso capitano del Corpo di Stato Maggiore. Scrisse nel 1899 un memoriale sulla battaglia di Adua nel quale contestava la versione di Baratieri indicandolo quale principale responsabile della disfatta e difendendo il valore delle truppe italiane ed indigene. Studioso della storia militare risorgimentale, scrisse interessanti monografie sul generale austriaco Benedek e su Manfredo Fanti; nello scontro tra “modernisti” e “conservatori” in seno all’Esercito si schierò risolutamente con i secondi pubblicando, poco prima di partire per il Benadir, un libro dal titolo “Il caso Ranzi e il modernismo nell’esercito” (Firenze, 1908) in cui sosteneva la necessità di una disciplina severa e consapevole e condannava duramente ogni forma di organizzazione politica o sindacale degli ufficiali, pur riaffermando il loro diritto-dovere a partecipare come cittadini alla vita politica e culturale nazionale, nei limiti del giuramento di fedeltà prestato al re e alle istituzioni.

Maggiore Antonino Di Giorgio

Maggiore Antonino Di Giorgio

Giunto nel Benadir, Di Giorgio diede un nuovo ordinamento alle truppe coloniali formate ora dal Comando, un reparto di zaptiè, cinque compagnie di fanteria indigena ed una compagnia di cannonieri indigeni. Ebbe inoltre dal governo di Mogadiscio i fondi per reclutare altri 600 ascari, principalmente nella Penisola araba, poiché – come riferito nei rapporti degli ufficiali impegnati negli scontri contro i ribelli – essi garantivano maggiore disciplina e fedeltà rispetto agli africani. Arrivato in Africa nella fase in cui l’opinione pubblica si stava rapidamente interessando all’occupazione italiana del Benadir, Di Giorgio entrò immediatamente in contrasto con Carletti, sia per questioni caratteriali che per questioni politico-amministrative: il governatore riteneva che l’espansione dovesse procedere per gradi, attraverso il dialogo con i capi somali e la “chiusura d’un occhio” di fronte a questioni rilevanti come la tratta degli schiavi; al contrario l’ufficiale riteneva che ogni focolaio di ribellione andasse estirpato con la forza. Carletti era un sostenitore dell’Ordinamento Mercatelli che affermava la preminenza del governatore sul comandante delle truppe mentre Di Giorgio era fermamente convinto delle prerogative dei militari in colonia. La ripresa della guerriglia dei Bimal, alimentata dalla reazione dei padroni schiavisti alla legislazione abolizionista e dalla lotta dei grandi mercanti, preoccupati dal dumping esercitato dalla “Società Coloniale” nel settore tessile e dal pericolo della concorrenza commerciale italiana produsse viva emozione nell’opinione pubblica in patria e l’elemento militare in colonia – sotto la spinta del ministro degli Esteri Tommaso Tittoni – ebbe la meglio scegliendo la linea da seguire. Il piano del maggiore Di Giorgio prevedeva l’estensione dell’occupazione italiana all’intera area del basso Scebeli – focolaio della rivolta dei Bimal – così da rispondere alle richieste del governo di Roma, propenso ormai al “diretto dominio” della Somalia su un’area che andava da Chisimaio a Bender Cassim, sul Golfo di Aden.

Tommaso Carletti, Commissario civile del Benadir

Tommaso Carletti, Commissario civile del Benadir

Le operazioni iniziarono con la liberazione di Merca dall’assedio (11-12 luglio 1908) e la bonifica dell’area attorno alla città. Ad agosto fu programmata l’avanzata lungo lo Scebeli con il centro di Danane elevato a quartier generale. La forza raggruppata per l’offensiva era composta da 1100 uomini con 950 fucili e 4 pezzi d’artiglieria da montagna (ten. Locurcio) ed una piccola carovana di cammelli (ten. Radlinski). I fucilieri comprendevano quattro compagnie eritree (capitani Tornaghi, Scrivanti e Monaco) e due somalo-arabe (capitani Piazza e Vitali). Il 28 agosto il capitano Tornaghi, distaccato a Berire, venne a conoscenza dei movimenti nemici attorno a Mererè, capitale dei ribelli Intera, a nord di Danane. Da quattro donne andate a far legna e bastonate dai ribelli, Tornaghi era venuto a sapere che i capi Intera s’erano radunati in consiglio di guerra nella capitale e che avevano intenzione di compiere razzie in territorio italiano.
Per il giorno successivo Di Giorgio ordinò l’occupazione di Afgoi passando per Mererè così da neutralizzare gli Intera e distruggere uno dei principali villaggi dei Bimal. Alle 6.30 del mattino le truppe italiane partirono da Berire attraversando la boscaglia per poi percorrere una grande pianura coltivata a sesamo e granturco che divideva il bosco dal letto dello Scebeli. Di Giorgio inviò in avanscoperta il tenente Radlinski con i cammellieri ed una pattuglia di ascari che avvistarono il nemico in marcia verso la colonna italiana. Lo schieramento, che era il classico da marcia con le compagnie spezzate in colonna e l’artiglieria in coda, fu modificato in quadrato con la fanteria sui lati ed il comando con i cannoni e la carovana al centro. Il quadrato marciò fino ad una piantagione di cactus ed euforbie entro la quale passava la strada per Mererè; alle 13.15 una quindicina di somali armati di archi e lance attaccò la coda destra del quadrato che aprì immediatamente il fuoco atterrando in pochi istanti il nemico. Si registrò un ascaro ferito alla gamba da una freccia.
Dove le siepi erano meno fitte gli osservatori potevano notare i movimenti dei somali; il nemico stava infatti tentando di avvolgere il quadrato italiano per arrivare allo scontro corpo a corpo e scompaginarne i ranghi. Di Giorgio ordinò di spostare i cannoni ai lati del quadrato così da poter aumentare la potenza di fuoco; i colpi a mitraglia sparati dagli artiglieri sul lato destro allontanarono i somali mentre il lato frontale si trovava esposto alle scariche di fucileria nemica. Fu ordinato alla compagnia del capitano Messeri di uscire dal quadrato per prendere il nemico di sorpresa oltre le siepi che furono superate a colpi d’accetta. I ribelli furono messi in fuga dalle scariche accelerate degli ascari di Messeri. Qualche somalo particolarmente coraggioso tentò di aggredire corpo a corpo gli italiani lanciandosi in una folle corsa che venne fermata a pochi metri dalle bocche dei fucili con colpi ben assestati. Gli uomini di Messeri erano adesso la punta avanzata del lato sinistro del quadrato con fronte in fuori. Il pericoloso sbilanciamento della formazione italiana venne colmato con uno spostamento generale del quadrato sul lato sinistro mentre fu ordinato di tagliare a colpi d’accetta la gran parte delle siepi che il nemico tentava ancora di sfruttare per avvicinarsi agli italiani e scoccare frecce avvelenate.

La compagnia del capitano Vitali

La compagnia del capitano Vitali

Riformato il quadrato, seguito dai cammelli di Radlinski, due centurie di ascari arabi della compagnia Vitali, comandate dai tenenti Casale e Gentilucci, furono distaccate più avanti per occupare l’ultima zeriba di cactus che proteggeva il villaggio di Mererè. Tra quei recinti di spine secche giacevano cadaveri isolati di guerrieri somali ed intorno alle capanne si poteva osservare la radunata di un gruppo di circa 900 ribelli armati pronti ad attaccare il quadrato italiano in marcia.
Le due centurie furono attaccate da nemici isolati ed una freccia colpì l’ascaro Sabit Beder al braccio. Mentre i somali venivano respinti a colpi di fucile, i cannoni del tenente Locurcio bombardarono il villaggio mettendo fine alla resistenza nemica in pochi minuti. Il nemico ebbe circa 100 morti e numerosi feriti dei quali fu impossibile, sul momento, dare numeri precisi.
Frattanto il tenente medico Macciarone si era adoperato per trovare l’antidoto alle ferite di freccia; era usanza degli Intera bagnare la punta delle proprie frecce con un potente veleno estratto dalle piante: il nibbiao, che uccideva in pochi minuti provocando una grave paralisi e l’arresto cardiaco. Con un’iniezione di stricnina Macciarone salvò la vita agli ascari feriti.
Per dare una lezione ai ribelli, come raccontò l’inviato del “Corriere della Sera” nel Benadir Giuliano Bonacci, il maggiore Di Giorgio ordinò che fosse dato fuoco a Mererè; ma essendosi bruciate solo poche capanne, e tardando l’incendio a propagarsi malgrado il monsone, poiché urgeva raggiungere l’obbiettivo principale, la ricognizione su Afgoi, il seguito dell’operazione venne rinviata al giorno successivo. Alle 15.30 la colonna italiana si rimise in marcia verso Afgoi, seguita a debita distanza da folti gruppi nemici che, quando le truppe del maggiore Di Giorgio si accamparono nei pressi del villaggio, si fermarono a circa cinquecento metri. I somali furono dispersi dal tiro di shrapnels a percussione diretto dal tenente Locurcio.
Tra i cadaveri nemici furono scoperti anche quattro uomini appartenenti alla tribù degli Abubacher Moldera, gruppo non ancora sottomesso della cabila Uadan, a dimostrazione del fatto che la gran parte delle fazioni tribali dell’area dello Scebeli avevano scelto la via della ribellione e che sarebbe stato necessario, per la durata della bella stagione, procedere ad una campagna di sistematica repressione.

Fantasia dei guerrieri somali davanti al maggiore Di Giorgio

Fantasia dei guerrieri somali davanti al maggiore Di Giorgio

Di Giorgio fu ricevuto cordialmente ad Afgoi dai capi del villaggio ma la gran parte dei civili era fuggita ed il tentativo di raccogliere informazioni sulla loro destinazione non ebbe frutto. Il campo italiano, posto in posizione dominante, controllava le due rive dello Scebeli e venne fortificato per evitare eventuali attacchi notturni degli Intera. La notte passò tranquilla e la mattina, levate le tende, gli italiani tornarono a Mererè per concludere l’opera del giorno precedente: non credendo alla buona fede dei capi villaggio, che raccontarono di essere stati tenuti in ostaggio da ribelli facinorosi e dunque d’essere stati impossibilitati ad accogliere amichevolmente gli italiani, Di Giorgio ordinò di incendiare i tuculs – le capanne somale – dopo aver evacuato la popolazione civile. Dall’altro lato dello Scebeli nel frattempo le compagnie di ascari non impegnate al villaggio combatterono contro gli ultimi nuclei di ribelli somali ancora presenti sul territorio. A tarda sera la colonna Di Giorgio rientrò a Berire vittoriosa.
Il “Corriere della Sera” del 10 settembre 1908 pubblicò il reportage di Bonacci che concludeva il racconto evidenziando come “incendiare il villaggio è stata un dolorosa necessità politica: si è sempre ritenuto che gli Hintera non siano stati estranei all’eccidio di Lafolè; Mererè è stata poi indubbiamente, negli ultimi tempi, il centro d’infezione e il focolare dell’opposizione al nostro Governo. Da Mererè partirono anche le due missioni al Mullah, la prima delle quali introdusse al Benadir une centinaio di fucili e la seconda fortunatamente fallì; Mererè in fine è stata sempre il centro delle macchinazioni del famigerato sceicco Alsdi Abicar Gafflè, il santone dei Bimal; l’anima della cronica insurrezione contro gl’italiani”. L’Agenzia Stefani diramò il seguente comunicato: “Dopo l’occupazione di Berire, sull’Uebi-Scebeli, avvenuta il 24 agosto u. s. il maggiore Di Giorgio fece il giorno 30 una ricognizione su Afgoi, durante la quale, attaccato da stuoli nemici li respinse con forti perdite. Della nostra colonna furono feriti piuttosto gravemente due ascari e leggermente il tenente Casale. Queste difficoltà verso Afgoi erano state previste dal Governatore Carletti. Il 31 agosto scorso il maggiore Di Giorgio tornò a Berire per prendere la carovana e provvedere, secondo il piano prestabilito, alla definitiva occupazione di Afgoi, il che avvenne il giorno 2 settembre, dopo dieci ore di marcia, resa penosa dalla pioggia, essendo ottimi però lo stato e la salute delle truppe. L’accoglienza della popolazione fu festosa e cordiale; fu innalzata la bandiera italiana fra le salve dell’artiglieria e le “fantasie” degli indigeni. Il 3 settembre il sultano di Ghelebi, con grande seguito di armati, fece visita in Afgoi al comandante delle nostre truppe, che glie la rese il giorno seguente a Sigale, dimore del sultano. L’accoglienza fu cordiale da parte di lui e della popolazione. La colonna operante, dopo di aver lasciato a presidiare Barire e Afgoi la sesta e la prima compagnia rispettivamente, rientrò il 6 settembre a Mogadiscio in eccellenti condizioni di salute e di spirito. Il Governatore della Somalia italiana conchiude le sue informazioni dichiarando che l’operazione sul fiume può considerarsi essenzialmente terminata”.
A fronte della soddisfazione degli ambienti liberal-nazionalisti e della reticenza del governo a parlare apertamente delle operazioni militari nel Benadir, vive furono le proteste della stampa socialista e radicale che fece un paragone tra la “guerra lampo” del maggiore Di Giorgio e le scorribande banditesche dei mercenari belgi nel Congo di Leopoldo II.

Il tenente Hercolani Gatti viene decorato dal commissario civile del Benadir Carletti per le azioni di guerra in Somalia (1908)

Il tenente Hercolani Gatti viene decorato dal commissario civile del Benadir Carletti per le azioni di guerra in Somalia (1908)

Le reazioni contrastanti suscitate in patria dalla vittoria nel Benadir furono in realtà solo la parte visibile di un più forte scontro interno all’amministrazione coloniale tra Di Giorgio e Carletti. Il governatore, convinto del fatto che a Mererè ed Afgoi il maggiore avesse usato il pugno di ferro, vietò a Di Giorgio di proseguire nella campagna e di assestare il colpo definitivo alla ribellione nel Benadir con l’annessione del bacino dello Scebeli. Dopo vive proteste Di Giorgio accettò gli ordini di Carletti ma chiese, venendo accontentato, di essere richiamato in Italia per visibili incompatibilità con il governatore. Nel frattempo la stampa di sinistra, cui s’era aggiunta quella di fede giolittiana schierata con Carletti, continuava nella sua campagna diffamatoria contro l’ufficiale costringendolo a sporgere querela ottenendo così, finalmente giustizia. La “macchina del fango” scatenata contro Antonino Di Giorgio anziché demolirne l’eccellente reputazione l’accrebbe presso l’opinione pubblica e negli alti comandi del Regio Esercito. Il Ministero della Guerra lodò la condotta del maggiore Di Giorgio durante la sua permanenza in Somalia scontrandosi con i quadri del Ministero degli Esteri, grandi sponsor della linea dell’appeasement con le tribù somale ribelli.
Se in un primo momento fu Carletti ad avere la meglio, le successive vicende nel Benadir, con la ribellione che rialzò la testa, confermarono la giustezza della linea politica e della condotta militare di Antonino Di Giorgio e sarà solo con l’opera di Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che la Somalia verrà definitivamente pacificata. Antonino Di Giorgio avrà comunque una carriera di tutto rispetto comandando un battaglione dell’89° Reggimento fanteria durante la Guerra di Libia, venendo eletto deputato nel 1913 come indipendente ma vicino alle posizioni dei nazionalisti, come comandante della Brigata Bisagno, del IV Raggruppamento alpini, del Corpo d’armata speciale e del XXVII Corpo d’armata durante la Grande Guerra per diventare poi, ormai tra i più giovani generali del Regio Esercito, ministro della Guerra nel governo Mussolini tra il 1924 ed il 1925.

di Filippo Del Monte

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • L. Goglia – F. Grassi, Il colonialismo italiano da Adua all’Impero, Laterza, 2008
  • -G. Bonacci, L’avanzata della colonna Di Giorgio nel Benadir, in “Corriere della Sera”, 10/09/1908
  • G. Pantano, Ventitre anni di vita africana, Casa Editrice Militare Italiana, 1932
  • G. Caprì, Antonino Di Giorgio soldato e politico, in “L’Osservatorio Politico-Letterario”, dic. 1971
  • G. De Stefani, Il generale Di Giorgio tra vita militare e politica, in atti del convegno “I Whitaker di Villa Amalfitano” 1995
  • T. Carletti, I problemi del Benadir, Tipografia Agnesotti, 1912

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