Dottrina, strategia e tattica del Regio Esercito nella Guerra di Libia

La dottrina

La dottrina militare di uno Stato risponde sostanzialmente agli indirizzi della politica governativa; definisce in altre parole le norme di utilizzo delle Forze Armate in relazione agli obiettivi offensivi e difensivi della politica estera nazionale.
La dottrina militare italiana nel periodo della Guerra italo-turca è espressione della collocazione internazionale di Roma nell’ambito della Triplice Alleanza, dunque identifica nelle Alpi occidentali e lungo la linea di confine franco-tedesca i principali punti d’attrito, senza dimenticare la necessità di prevedere una possibilità di conflitto lungo il confine orientale contro l’Austria-Ungheria dopo la crisi bosniaca del 1908 e la nomina dell’italofobo generale Conrad come Capo di Stato Maggiore delle forze imperialregie. Le grandi manovre del Regio Esercito datate 1911 si svolsero in Monferrato, chiara indicazione della linea seguita dallo Stato Maggiore italiano; dunque nessuno “scenario” coloniale era stato pensato come luogo del conflitto da parte dei nostri strateghi e questo dato di fatto è il prodotto di una sostanziale rinuncia dell’Italia a qualunque avventura d’oltremare dopo la sconfitta di Adua del 1896.
Gustavo Fara

Gustavo Fara

Se immediatamente dopo Abba Garima il generale Baldissera aveva dovuto far fronte alla difesa della Colonia Eritrea, a seguito della firma del trattato di pace il forte contingente italiano era stato in gran parte rimpatriato e per le necessità difensive della colonia era stato costituito un corpo di truppe indigene guidato da ufficiali e sottufficiali nazionali che prendeva a modello gli ordinamenti militari coloniali di Potenze come la Gran Bretagna e la Francia e che, perciò, nell’ambito della politica di raccoglimento adottata in Africa dall’Italia, svolgeva egregiamente il suo compito.

Quando arrivò il momento di invadere la Libia lo Stato Maggiore italiano si trovò quindi impreparato di fronte ad una guerra che, pensata come una serie di battaglie manovrate all’europea, si rivelò essere una ben più insidiosa guerra coloniale di controguerriglia. Se all’inizio infatti l’avversario principale era stato identificato con l’Esercito ottomano, armato ed addestrato all’occidentale, ci si trovò poi a combattere contro nuclei irregolari di arabi abituati a guerreggiare secondo i canoni tradizionali della guerriglia e fini conoscitori del territorio.
Bisogna poi considerare che la Guerra italo-turca ebbe tutte le caratteristiche di un conflitto coloniale nonostante dal punto di vista politico-diplomatico si presentasse come parte integrante della più ampia strategia italiana di “imperialismo difensivo” nell’area mediterranea volta a scongiurare la possibilità che a fronte del crollo della Sublime Porta – giudicato ormai prossimo – lungo le nostre coste vi fosse un’altra “pistola puntata” come già era Tunisi.
Tommaso Salsa

Tommaso Salsa

E se i canoni identificativi furono quelli della guerra coloniale è perché ci si ritrovò a combattere in territori scarsi o privi di risorse, lontani dalle fonti d’approvvigionamento d’acqua, con un clima nettamente diverso da quello del territorio metropolitano e quindi con le annesse malattie endemiche; per non parlare del ruolo rilevante della logistica nelle operazioni militari e dell’impossibilità quasi assoluta di operare con vaste formazioni, di attuare solo rare volte delle incursioni contro il grosso della forza nemica, della preponderanza dello scontro corpo a corpo in ambiente ostile e della necessità di progettare rapide azioni contro le linee di rifornimento nemiche – di conseguenza anche difendendo le proprie – mantenendo alta la guardia anche nelle retrovie dei territori già occupati.

Nelle guerre coloniali il numero non è potenza, anzi, la presenza di una grande massa armata sul campo di battaglia può creare problemi nella fase di manovra e quindi consentire al nemico rapide puntate che scompaginino il proprio schieramento. Tanto meglio dividere le proprie forze in colonne guidate da un centro ma autonome nella fase intermedia delle operazioni, accorgimento che nella Guerra di Libia verrà seguito dagli italiani solo nella seconda fase del conflitto con la nascita di colonne celeri come quella di bersaglieri guidata dal colonnello Gustavo Fara o la brigata speciale mista di alpini ed ascari eritrei del generale Tommaso Salsa.
 

La strategia

 
L’aspetto emblematico del piano strategico-militare d’invasione della Libia è lo scollamento tra le direttive militari e quelle politiche che è una costante delle guerre coloniali italiane fin da quella d’Abissinia del 1895-1896. Nonostante fosse stata ampiamente preparata sul piano diplomatico fin dalla conferenza di Algeciras del gennaio-aprile 1906, la conquista della Libia – per precise responsabilità della politica – non fu che un “caso di scuola” per i vertici militari e non fu mai sviluppato un piano operativo concreto fino all’agosto del 1911, quando il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti informò il Capo di Stato Maggiore generale Alberto Pollio della volontà dell’esecutivo di dichiarare guerra all’Impero Ottomano senza però fornirgli neanche una data approssimativa per l’inizio delle ostilità. Il tutto restò fortemente aleatorio, tant’è vero che la classe di leva 1889 fu posta in congedo.
Il 18 settembre Giolitti telegrafò ai ministri della Guerra Spingardi e della Marina Leonardi Cattolica per affrettare i preparativi dell’invasione. Solo quindici giorni prima della dichiarazione di guerra quindi si avviò la complessa macchina della mobilitazione che portò al richiamo della classe 1888 e soprattutto fece ricadere sulle spalle della Regia Marina la condotta delle operazioni di sbarco e la conseguente occupazione e messa in sicurezza di Tripoli (5 ottobre 1911) fintanto che il Regio Esercito non avesse ultimato la mobilitazione subentrando (11 ottobre 1911) alle compagnie da sbarco della Marina.
Carlo Caneva

Carlo Caneva

Il piano originario prevedeva l’avvolgimento rapido delle oasi partendo dalla testa di ponte di Tripoli, così da poter poi procedere alla conquista dell’entroterra; una strategia offensiva che però si basava sul fattore sorpresa perduto nei fatti a causa del ritardo accumulato per la mobilitazione e quindi della mancata presenza di forze addestrate al combattimento in profondità sulla terraferma nei primi giorni dell’occupazione di Tripoli. Le compagnie da sbarco della Regia Marina furono costrette a trincerarsi attorno alla capitale ed i turco-arabi poterono ritirarsi indisturbati nelle oasi costruendo un sistema difensivo particolarmente elastico che faceva perno sulle aree d’approvvigionamento idrico comuni.

La condotta offensiva dello Stato Maggiore non fu quindi presa in considerazione da parte del generale Carlo Caneva, comandante delle truppe in Libia, che scelse di attuare una strategia volta al logoramento delle forze nemiche. L’assioma su cui Caneva basava la sua teoria era il seguente: il controllo italiano dei principali centri costieri impedisce al nemico di rifornirsi se non attraverso canali impervi – la porosa frontiera con la Tunisia francese o l’attraversamento del blocco navale italiano utilizzando navi cargo di Stati neutrali – che avrebbero dovuto essere chiusi il prima possibile.
Nonostante già a dicembre del 1911 Giolitti avesse fatto pressione sul Comando per imporre la distruzione immediata dell’esercito turco-arabo, Caneva evitò accuratamente qualunque balzo offensivo rifiutandosi di esporre le truppe a facili rovesci ed a perdite inutili. L’esperienza sul campo maturata già nei primi mesi della guerra fece intuire ai generali italiani che sarebbe stato impossibile condurre operazioni in grande stile con obiettivi lontani dalle vie carovaniere e, soprattutto, dalle fonti d’acqua. Sul teatro di guerra libico anche a fronte di grandi sforzi si sarebbero ottenuti modesti risultati, sia in termini di conquista territoriale che di danni inflitti al nemico; ecco perché Caneva puntò – con il grave disappunto della stampa nazionalista e, all’interno del governo di Giolitti ma con il sostegno deciso del ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano – al logoramento della resistenza turco-araba tagliando le linee di rifornimento senza però mai cercare lo scontro risolutivo in campo aperto. Una strategia ideata in base alle situazioni contingenti che, nonostante le critiche ricevute sul momento, permise a Caneva di avere ragione del nemico.
 

Tattica

 
Felice de Chaurand

Felice de Chaurand

Anche in campo tattico sorse fin da subito lo stesso problema che aveva costretto lo Stato Maggiore a cambiare i piani strategici in corso d’opera: l’impreparazione. Il generale Felice de Chaurand de Saint Eustache – durante la Guerra italo-turca comandante della Divisione speciale composta da 7 battaglioni di fanteria, uno di alpini, uno di granatieri ed una batteria da 75 mm – nella sua opera “Gli insegnamenti tattici della Guerra italo-turca” (Torino, 1914) scrisse che nelle prime fasi del conflitto i comandanti di battaglione (800 soldati) e compagnia (200 soldati) manovravano le unità dipendenti come se fossero in piazza d’armi e che le truppe avevano scarsa attitudine a sfruttare il terreno e tendevano a raggrupparsi dietro i propri ufficiali. Senza contare il fatto che i reparti venivano schierati simultaneamente sulla linea di fuoco senza scaglionarsi in profondità. Questa scelta se da un lato consentiva agli italiani di aumentare la potenza di fuoco, dall’altra impediva di gettare nella mischia truppe fresche da lanciare all’inseguimento del nemico in rotta o per tappare eventuali falle nello schieramento difensivo. Anche l’artiglieria veniva schierata sulla stessa linea della fanteria mettendo a rischio la sicurezza dei pezzi in caso di avanzata nemica. De Chaurand sottolineò inoltre il limitato utilizzo della cavalleria per esplorazioni a ridosso delle linee nemiche e mai in profondità, nonché il mancato sfruttamento delle mitragliatrici, introdotte nel Regio Esercito pochi mesi prima dello scoppio del conflitto con l’Impero Ottomano e soggette, tra l’altro, a facile usura in un ambiente sfavorevole come le oasi ed il deserto libico.

Alcuni tra i più brillanti ufficiali italiani cercarono e trovarono soluzioni per ovviare agli oggettivi problemi che il corpo di spedizione stava incontrando: Carlo Caneva scrisse allo Stato Maggiore di Roma della necessità di rendere inespugnabili le basi e le piazzeforti lungo la costa invitando inoltre il governo ad iniziare una vera e propria guerra finanziaria contro l’Impero Ottomano nelle acque del Mediterraneo che si serviva di navi cargo di Stati neutrali per trasferire in Libia armi e uomini di rincalzo.
L’ex capo di Stato Maggiore di Baratieri, il generale Tommaso Salsa, studiò invece le possibilità d’impiego degli ascari eritrei sul terreno libico; i soldati indigeni infatti, spiegava Salsa, sarebbero stati avvantaggiati rispetto ai nazionali nel combattimento in ambiente desertico ed avrebbero fornito al Regio Esercito lo strumento per blitz ed inseguimenti in profondità vista la velocità e l’adattabilità, caratteristiche di riferimento di un corpo militare certamente inquadrato ed addestrato da europei ma che conservava alcune qualità delle schiere irregolari dal quale era nato.
Il 14 ottobre 1911 il Comando di Tripoli fu collegato con le unità navali ancorate nel porto ed a novembre con i presidi di Homs, Lampedusa e Vittoria mentre la rete radiotelegrafica militare disponeva di 8 stazioni e garantiva un movimento giornaliero di 3000 messaggi. Palloni frenati tipo “drachen” furono utilizzati per le ricognizioni a più ampio raggio ed i proiettori notturni posizionati a ridosso dei campi trincerati evitò agli italiani le incursioni a sorpresa dei turco-arabi che tanto filo da torcere avevano dato nei primi mesi della guerra.
Guerra italo-turca - fanti in trincea

 Fanti in trincea

Dopo le sconfitte subite a Sciara Sciat ed Henni Bu Meliana il 23 e 26 ottobre 1911 gli italiani corsero ai ripari rendendosi conto del fatto che la massa poteva sopperire alla scarsa capacità di manovra solo ed esclusivamente in un sistema difensivo basato sulla presenza di trincee, casematte e filo spinato; quella la strada più immediata per evitare ulteriori sconfitte di un esercito formato da coscritti e totalmente avulso dalle operazioni di controguerriglia. Però non tutto il corpo di spedizione precipitò nella routine della guerra di posizione, anzi, nel momento stesso in cui Caneva optò per la guerra di logoramento, scelse anche di costituire colonne celeri dotate di elevata potenza di fuoco e guidate da abili ufficiali. La “colonna celere” fu il vero asso nella manica del comando italiano durante la guerra, innovazione ben più importante del bombardamento aereo che è invece conosciuto come la più importante novità del conflitto tra Italia e Impero Ottomano in Libia.

L’utilizzo delle colonne speciali fu una delle cause della vittoria italiana, nel complesso l’unica unità militare – più o meno grande, a volte a livello di battaglione, altre volte addirittura di divisione – in grado di scompaginare il meccanismo difensivo dei turchi come nel caso della campagna delle oasi di Fara tra dicembre 1911 e marzo 1912, il trionfo di Salsa a Kars el-Leben il 17 luglio 1912 e la vittoriosa campagna dello stesso Salsa contro Enver Bey ad ottobre.
Dunque a fronte di una impreparazione di fondo della macchina militare italiana all’inizio della guerra, è anche vero che il Regio Esercito – specie i comandi intermedi – diede ottima prova di improvvisazione, adattamento e capacità di studio dell’avversario e del territorio che valsero ai nostri quadri militari l’ammirazione dei contemporanei ed il giudizio unanimemente positivo della stampa europea più quotata al contrario di quanto la vulgata comune continua a sostenere.
.
di Filippo Del Monte
.
Ufficiali Alpini e Bersaglieri (1911-1912)

Ufficiali Alpini e Bersaglieri (1911-1912)

 
 
 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...