Guerra italo-turca. Quando gli italiani inventarono “l’arma aerea” e la “guerra meccanizzata”

Continuando con la nostra rubrica sulla guerra italo-turca ecco un articolo su quello che è il tema forse più bello ed interessante che questo nostro quasi misconosciuto conflitto ci abbia mai presentato.
Tutti noi almeno una volta nella vita ci siamo recati in un cinema a vedere uno di quei classici film d’azione (o di guerra) a sfondo storico contemporaneo di produzione americana, dove la nazione protagonista (quasi sempre gli Stati Uniti, appunto) vince o per lo meno fa sfoggio della sua potente aeronautica che quasi sempre ribalta le sorti della situazione con bombardamenti così precisi e fulminei (molto spesso coordinandosi con forze terrestri e navali in fenomenali, per quanto irrealistici, attacchi di larga scala) sul nemico tanto da costringerlo sistematicamente a ripiegare o a perire, dando così l’immagine di una nazione con una forza invincibile e che non ha dovuto imparare nulla da nessuno… tanto che la maggior parte di noi ci crede veramente… ma se vi dicessi che i nostri amici d’oltreoceano non hanno inventato un bel niente in tal senso, come in molti altri? Già pare strano, vero? Eppure è proprio così! Tutto nasce in Libia… proprio nel 1911 e proprio per mano italiana! Vediamo ora nello specifico come…
IMG_E3474Nello scorso articolo ci eravamo lasciati con gli italiani ben assestati sulla fascia costriera e nelle principali città di Tripolitania e Cirenaica, con il Regio Esercito in procinto di spingersi nell’entroterra, mentre ciò che rimaneva delle forze turche, sotto l’abile guida di Mustfà Kemal, stava cercando di riorganizzarsi dopo la batosta subita qualche tempo prima.
Come detto Kemal era un valentissimo ufficiale – per quanto giovane ed inesperto – ed aveva imparato una grandissima lezione: le forze italiane non potevano più essere, in nessun caso, affrontate in campo aperto! Egli aveva capito che la superiorità tecnica e tattica italiana avrebbe facilmente polverizzato ciò che rimaneva delle sue forze nel caso avesse deciso di contrattaccare direttamente le posizione tenute dai nostri soldati dunque, assodato questo, aveva deciso per l’unica tattica possibile, ma altrettanto efficace: la guerriglia!
E, dobbiamo ammetterlo, Kemal era riuscito molto bene nel suo intento. Gli attacchi alle linee di rifornimento ed agli avamposti del Regio Esercito ai limiti delle zone occupate, si facevano sempre più sistematici e violenti tanto che gli italiani per la prima volta stavano accusando qualche rallentamento/blocco sui loro piani di avanzata. Le piccole, ma estremamente rapide unità di guerriglieri ottomani (spesso miste tra regolari e non) colpivano e sparivano subito impedendo così alle nostre forze di agire efficacemente contro di esse. L’alto comando italiano per porre un freno a queste scorribande, aveva deciso di richiamare tutti i nuclei possibili di fanti di marina (gli stessi che avevano preso parte agli sbarchi scaglionati di inizio invasione) affinché questi proteggessero le linee di rifornimento e di comunicazione più importanti ed in effetti, dopo il loro arrivo, la situazione stava migliorando ma non era ancora per nulla sufficiente!
IMG_E3469Infatti i fanti di marina si erano rivelati ottimi difensori, ma una volta esaurito l’attacco nemico, non si erano mai messi all’inseguimento delle unità ribelli per due principali motivi: il primo perché, essendo appiedati, non avrebbero potuto raggiungere molto facilmente le unità montate nemiche e ribelli, molto più rapide di loro; il secondo, e forse più importante, era che, anche se avessero voluto andare dietro al nemico, avrebbero rischiato di non trovare nulla, o, peggio, di finire persi in una zona desertica sconosciuta con tutto ciò che ne sarebbe derivato.
Il Comando Italiano, dunque, aveva capito che l’approccio verso il nemico doveva essere necessariamente modificato. Per ottenere dei risultati si sarebbe dovuto fare solo una cosa: cercare le unità ribelli, trovarle e distruggerle (attaccandole magari di sorpresa) prima che queste potessero attaccare nuovamente! Ma si sa… tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare… in effetti il compito italiano non era affatto facile. Andare a scovare delle unità ribelli, perfettamente abituate al clima e con una profonda conoscenza del territorio desertico, era davvero complesso… e, come se non bastasse, i ribelli lo sapevano e si sentivano sicuri… ma quello che non sapevano è che il deserto e facilmente esplorabile… se lo si guarda dall’alto! Proprio questo fattore aveva spinto gli italiani a sfoderare un’arma che nessuno aveva mai pensato di utilizzare in tal senso prima. Esatto, stiamo parlando dell’Arma Aerea!
IMG_3473In tal senso è giusto dire che in realtà gli italiani sin dalle prime operazioni in Tripolitania si erano avvalsi di potenti dirigibili modello “Draken” e “Zeppellin” di produzione germanica, modificandoli tuttavia nella loro struttura inferiore (la così detta “gondola”) in modo tale che questa prendesse la forma di una barca! In questo modo i dirigibili partivano dalla Sicilia carichi di rifornimenti e munizioni percorrendo al sicuro nel cielo la tratta fino al largo delle coste libiche, lì ammaravano e le lance delle nostre navi da guerra facevano il resto portando la merce al sicuro sulla costa. Questa piccola ma innovativa modifica- documentata in una pagina de “La Domenica del Corriere” – aveva fatto sì che i rifornimenti dall’Italia arrivassero con puntualità ed in assoluta sicurezza in quanto nei cieli non potevano esserci nemici! Ad ogni modo, come detto, ora veniva affidato ai dirigibili un compito diverso, ovvero: scovare i ribelli!
I risultati non tardavano ad arrivare: con una visione dall’alto si potevano facilmente scorgere i tentativi di attacco nemici riuscendo così a mettere a punto una buona difesa.
IMG_E3467Tuttavia i dirigibili avevano riscontrato un problema piuttosto evidente al momento in cui scattavano all’inseguimento del nemico… erano grossi e lenti e questo si era rivelato fortemente limitante in quanto spesso e volentieri i nemici riuscivano ad uscire dall’orizzonte, dei nostri dirigibili, per poi svanire nel nulla, prima ancora che questi avessero raggiunto la piena velocità dei motori. Per questo i dirigibili saranno utilizzati, per un lungo periodo, unicamente come “unità d’osservazione passiva” rimanendo ancorati al suolo nei pressi della posizione assegnata loro con il solo compito di segnalare eventuali avvistamenti sospetti. Per la caccia vera e propria dei covi delle tribù nemiche serviva un mezzo più veloce, agile, leggero e piccolo che avrebbe potuto facilmente e velocemente raggiungere varie località giudicate come “sospette”, anche occultandosi fra le nuvole, data la stazza molto inferiore rispetto al dirigibile, per ridurre al minimo l’allerta del nemico pur sempre mantenendo la rapidità essenziale per inseguire le rapidissime unità nemiche, qualora queste avessero intrapreso un rapido spostamento.
Ed ecco dunque il mezzo perfetto: l’aereo! Una volta fatti affluire dall’Italia un congruo-sebbene inizialmente limitato – numero di apparecchi si poteva così creare la Prima Squadriglia Aerea di Tripoli (formatasi sul finire del 1911)!
IMG_E3472Questa squadriglia montava su aerei di produzione straniera – prevalentemente Bleriot francesi – dato che la nostra produzione era ancora di là da venire, ad ogni modo i risultati non sono tardati ad arrivare. Gli aerei riuscivano ad esplorare rapidamente grandi zone desertiche per poi spostarsi rapidamente in altre zone in caso nelle prime non venisse riscontrato nulla di anomalo. Ora però l’Italia doveva adeguare le dottrine terrestri a questa nuovissima arma mai usata prima ed il compito non era per nulla semplice… infatti fino a qui abbiamo illustrato la tattica usata per trovare i nemici, ma per distruggerli come fare? Ed è proprio qui che il conflitto Italo-Turco può definirsi, a piena ragione, “Guerra Modernissima” (come lo definiva la Domenica del Corriere)!
Infatti il comando italiano sapeva bene che, per sfruttare le informazioni ottenute dalle ricognizioni aeree era necessario agire altrettanto velocemente a terra per questo erano necessari due importantissimi fattori: Rapidità e coordinazione! Per ottenerle il comando italiano aveva spremuto tutte le sue risorse possibili, ma aveva anche trovato la soluzione: Radio e Camion! Già perché pochissimi lo sanno, ma in Libia non avevano preso parte solo gli aerei ed i dirigibili come assolute novità belliche, erano stati utilizzati per la primissima volta nella storia camion e persino veicoli blindati!
In poche parole l’Italia non aveva solo utilizzato gli aerei per scopi bellici, ma aveva addirittura inventato la “guerra meccanizzata”!
Gli italiani avevano messo a punto una tattica completamente nuova per dare la caccia ai ribelli che somigliava in moltissimi punti a quella utilizzata in Vietnam dagli americani per eradicare la guerriglia comunista nel Sud-Vietnam, ovvero la tattica del “Search and Destroy”.
IMG_E3489La nostra tattica prevedeva 3 diverse fasi: Fase 1: Rilevazione aerea delle posizioni nemiche e ricerca dei covi ribelli. Fase 2: Comunicare coordinate posizioni nemiche via radio al comando militare più vicino che appronterà una “Autocolonna Veloce” (ovvero una unità di fanteria scelta, appositamente addestrata per questo tipo di operazioni, dispiegata non più tramite cavalli o quadrupedi, ma su diversi camion-di cui almeno uno “radio” aumentando così velocità, numero di soldati spiegabili a parità di unità di trasporto nonché, cosa molto importante, la quantità di materiali e rifornimenti trasportabili consentendo così di aumentare esponenzialmente le capacità offensive ed il raggio d’azione delle unità stesse) che avrà il compito di ingaggiare a terra il nemico e tenendolo inchiodato alla posizione in cui esso si trova. Fase 3: una volta completati le fasi 1 e 2 richiedere l’invio, se necessario, di unità autoblindo, grazie alle quali ogni posizione difensiva residua e particolarmente difficile per la classica fanteria sarà inevitabilmente sopraffatta ed eliminata. Quando possibile, circostanze permettendo, richiedere intervento navale a copertura.
É ovvio a tutti noi che un piano di azione così elaborato necessitava di una coordinazione al centesimo di secondo se non si volevano evitare figuracce di vario genere e tipo e l’unico mezzo in grado di poterlo assicurare era la radio! E qui finalmente possiamo introdurre la figura di un grandissimo Italiano: Guglielmo Marconi!
Egli da subito aveva capito le implicazioni che la sua invenzione avrebbe potuto avere in un conflitto e, volendo aiutare i suoi fratelli italiani sapendo che grazie alla radio si sarebbero salvate moltissime vite dei soldati sul campo, si era messo a disposizione. IMG_3458Accolto da subito a braccia aperte dagli stati maggiori di marina ed esercito e nominato consulente tecnico generale della campagna militare egli aveva disposto l’immediata costruzione di due – poi diventate 4 – potenti stazioni radio-telegrafiche a banda larga (una a Bengasi ed un’altra a Tripoli), oltre alla costruzione di unità più piccole da montare appunto sui camion da inviare nelle spedizioni di ricerca e distruzione. Egli inoltre aveva fatto sì che, grazie a diversi collegamenti accuratamente studiati e costruiti da lui stesso (radio, telegrafici, ed a filo), già a dicembre 1911 tutta la libia occupata dagli italiani fosse collegata in modo sicuro ed efficiente! Il suo apporto alla guerra si era rivelato fondamentale e moltissime vite saranno salve grazie a lui ed alla sua invenzione.
Detto questo tuttavia è necessario dire che per il momento non si era ancora presentata una vera occasione di metter a punto questo piano nella sua integrità… l’occasione sarebbe però arrivata il 28 ottobre del 1911, data questa che ogni italiano e non solo dovrebbe tenere bene a mente poiché è la data della prima operazione aeronavale della storia! Infatti le nostre guide coloniali avevano segnalato la presenza di una forte banda armata di ribelli nell’oasi di Zanzur (circa 30 km a ponente di Tripoli) che avrebbe rappresentato una grave minaccia per le nostre forze se non si fosse agito subito; quale migliore occasione quindi per testare le nuove tattiche?
281014nave_sardegnaL’operazione prendeva così il via alla mattina del 28 stesso con, come protagonisti, gli apparecchi della 1^ Flottiglia Aerea di Tripoli e la Regia Nave “Sardegna”.
L’azione si svolgeva con questa linea temporale: nella mattinata una ricognizione aerea del sottotenente di vascello Ugo de Rossi del Lion Nero su velivolo Farman, seguita nel pomeriggio dai capitani Carlo Maria Piazza su Blériot e Riccardo Moizo su Niéuport che volando per 76 minuti in atmosfera agitata, prendevano le coordinate dei nemici e dei loro spostamenti, le notificavano alla torre radio dell’aeroporto di partenza una volta atterrati in modo tale che quest’ultima – sfruttando le potenti antenne della stazione radio di Tripoli già menzionata sopra – le re-inoltrassero alla corazzata “Sardegna” in modo tale da migliorarne la precisione di tiro di quest’ultima osservandone anche il tiro e le conseguenti mosse del nemico sempre riferendo all’atterraggio. L’operazione si sarebbe rivelata un successo completo che avrebbe dato al mondo una bella lezione di storia militare!
Gli aerei avevano svolto un lavoro eccellente e grazie ai dati ottenuti, la corazzata “Sardegna” non aveva avuto alcun problema ad individuare i bersagli ed a colpirli con rapidità e precisione; i dati raccolti dagli aerei mentre la corazzata era intenta a tirare contro i nemici, avevano aiutato gli artiglieri stessi a correggere il tiro consentendo così di colpire ancora più duramente i ribelli che nel frattempo si spostavano in maniera caotica e terrorizzata nelle vicinanze dell’oasi senza capire come la corazzata potesse “magicamente” in continuazione sapere dove fossero e quindi, di conseguenza, colpirli. Ad ogni modo l’esito era risultato sorprendente! E da lì il comando Italiano aveva capito che gli aerei avrebbero potuto essere impiegati anche in modo più incisivo, ma ancora ci si stava interrogando su come fare. Presto sarebbe stato un pilota stesso ad anticipare i suoi superiori trovando da solo il modo che essi stavano cercando.
IMG_3482Nella settimana tra il 12 ed il 19 novembre 1911 per gli italiani le cose si stavano facendo molto complesse: Kemal aveva capito che gli italiani stavano efficacemente rispondendo (per lo meno in Tripolitania) alle sue tattiche di guerriglia e quindi aveva deciso di giocarsi il tutto per tutto! Egli ordinava così di avviare un violento contrattacco a sorpresa alla cinta difensiva di tripoli per poi prenderla d’assedio con le poche artiglierie che gli erano rimaste, sperando di gettare nel panico gli italiani – facendo loro credere di avere di fronte un gran numero di unità nemiche – costringendoli ad abbandonare la città. L’attacco prendeva il via quando, con una falsa richiesta di aiuto, un ribelle aveva spinto la guarnigione di bersaglieri a Sciara Sciat ad uscire dalle loro posizioni. I bersaglieri così cadevano in trappola venendo orribilmente torturati ed uccisi dai ribelli delle tribù libiche nonostante le rimostranze di Kemal che da buon ufficiale di un esercito regolare avrebbe voluto tenerli come prigionieri (anche per usarli come futura merce di scambio). Ad ogni modo gli italiani già avevano intuito che qualcosa non andava dato che nessuno rispondeva al controllo radio programmato ogni ora, ma nello stesso tempo in cui gli italiani stavano dando l’allarme i primi colpi di artiglieria nemica arrivavano a Tripoli causando non poca agitazione sia tra gli italiani che tra gli abitanti locali, che sul momento non riuscivano a capire da dove provenissero. Venivano così immediatamente fatti alzare in volo alcuni aerei tra cui quello del Tenente Aviatore Gavotti che, dopo aver fatto un trasvolo a bassa quota sopra Sciara Sciat, notando il terribile scempio dei nostri poveri bersaglieri (impalati, crocifissi, arsi vivi e chi più ne ha più ne metta), si dirigeva ora, con una forte rabbia in corpo, alla ricerca delle batterie nemiche che stavano facendo fuoco su Tripoli.
IMG_3484Finalmente dopo qualche tempo le individuava sopra le colline di Henni, egli avrebbe dovuto unicamente segnare le posizioni per poi ritrasmetterle a terra in modo tale che le batterie navali le spazzassero via, ma in un impeto di rabbia dopo aver visto lo scempio di Sciara Sciat, prendeva la prima cosa trovata nel suo tascapane e la scagliava con violenza giù dall’aereo verso le batterie turche! Quella cosa era una bomba a mano! La quale esplodeva proprio vicino ad alcune casse di munizioni di artiglieria causandone la violenta ed immediata detonazione, gettando nel panico le forze ottomane! Vedendo come la cosa stesse funzionando, Gavotti lasciava cadere altre 3 bombe a mano gettando ancora più nel panico le forze turche per poi rientrare alla base; persino Kemal era rimasto impressionato da ciò che era successo e per prudenza (data anche dal fatto che la sua artiglieria, già esigua in numero iniziale, era per metà distrutta e gli italiani stavano partendo al contrattacco -con l’intento di vendicare i loro compagni torturati così orribilmente – una volta ottenuta dal Gavotti la posizione del nemico) decideva di abbandonare l’attacco e ritirarsi immediatamente nel deserto più profondo sperando di poter evitare gli aerei italiani che nel frattempo continuavano a volare minacciosamente sopra di lui e delle sue unità.
Gli italiani avevano ottenuto una meravigliosa vittoria, ponendo una pietra miliare nella storia militare del mondo: essi avevano infatti inventato il bombardamento aereo! IMG_3486Gavotti veniva così promosso e decorato e nello stesso tempo venivano immediatamente studiati progettati e costruiti in Italia nuovi agganci per aerei e dirigibili in modo tale da poter così trasportare delle bombe appositamente create per l’occasione mentre la stampa mondiale esaltava la “nuova tecnica italiana” causando così la creazione, in tutti i principali eserciti europei, di una componente aerea basata sulle tecniche italiane.
Per quanto riguarda le reazioni di tribù locali e delle forze regolari ottomane posso dire solo che i primi erano rimasti talmente colpiti dalla vista del primo aereo italiano tanto da scambiarlo per il cosiddetto “Uccello di Maometto” (una leggenda narrava di questo mitico volatile, spirito guida inviato dal Profeta per guidare i guerrieri islamici in battaglia e renderli invincibili… è chiaro sin da ora che presto questa leggenda sarebbe caduta nel dimenticatoio con sommo dispiacere degli aviatori italiani che ormai ben si erano abituati a vedere al loro arrivo, i bersagli nemici raggrupparsi in adorazione in un solo punto, facilitando così ai nostri il compito di colpirli). Kemal ed i suoi uomini, molto meno suggestionabili e molto meglio addestrati rispetto agli irregolari erano rimasti altrettanto stupiti ed atterriti, per quanto avessero sin da subito cercato di controbattere creando delle prime vere e proprie batterie contro aerei che tuttavia, a causa della loro scarsissima precisione, non avevano mai rappresentato un serio pericolo per i nostri apparecchi. Mustafà Lemal sarebbe rientrato in patria nel 1912 per studiare le mosse italiane nel Dodecanneso e nei Dardanelli.
Il compito della pacificazione della Libia resterà ancora “caldo” per molto tempo e non sarà per nulla facile, sino alla pacificazione del 1935; ma questa è un’altra storia…
Concludendo – lasciandovi a delle bellissime immagini ed ad altri rarissimi frammenti video dell’epoca – posso solo dire che è spaventoso, ma altrettanto interessante,vedere come in poco meno di 80 anni si sia passati da un aviatore singolo che tirava a mano delle granate da un aereo di legno e tela ai più moderni aerei a reazione armati con bombe intelligenti guidate da triangolazione satellitare (le così dette J-DAM).
Ma ciò che più ci dovrebbe rendere orgogliosi è che ogni volta che in un film (o addirittura nella vita reale) vedremo un aereo militare levarsi in cielo per proteggere noi, la nostra terra e la nostra libertà (come gli altri aerei stranieri fanno per le loro varie nazioni) tutti noi dovremo sapere che senza il nostro grande Paese ed il grande coraggio del nostro popolo, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile… forse ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarlo ai cari registi di Hollywood o, in generale, a tutti coloro che affermano che il nostro paese non abbia mai saputo fare nulla di buono o moderno nella storia militare contemporanea.
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di Leonardo Sunseri
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GALLERIA FOTOGRAFICA
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VIDEO – Corrispondenza cinematografica dal teatro della guerra italo-turca

VIDEO – Sbarco a Tripoli di Luca Comerio 1911
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FONTI
LIBRI
1) “Storia Militare” n.224, anno XX, Albertelli Edizioni Speciali, MAGGIO 2012, pp.4-18.
2) “L’azione dell’Esercito Italiano nella Guerra Italo-Turca 1911” Comando del corpo di Stato Maggiore, Roma, 1913.
3) “La Libia Italiana” Daniele Lembo, Ibn Editore, Ottobre 2011
4) “La Domenica del Corriere nella Guerra di Libia” Enrico Folisi, Gaspari Editore, 2013
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Fonti video in allegato
1) filmato “Sbarco a Tripoli” di Luca Comerio, Cineteca Nazionale del Friuli, 1911.
2) “Corrispondenza cinematografica dal teatro della guerra Italo-Turca” Cineteca Nazionale del Friuli, 1911.
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