La crisi italo-brasiliana del 1896

Sempre per restare nel tema del Sud America, dopo la storia del blocco navale al Venezuela del 1902/3 ecco un’altra storia all’apparenza incredibile, che però vedrà nuovamente Roma e l’Italia vittoriose (e senza spargimenti di sangue, il che è già di per sé un ottimo risultato).
Questa è una storia che, nonostante abbia date e luoghi ben determinati, ebbe conseguenze ed effetti non solo su altre situazioni geopolitiche, ma anche nel passare del tempo fino al 1982!
Ma come al solito partiamo dall’inizio e spieghiamo le cose per bene.
Verso la fine del 1800 il fenomeno migratorio italiano vide il suo boom.
319px-Umberto_I_di_Savoia_1_Infatti la popolazione italiana cresceva a livelli esponenziali e le città non era preparate ad assorbire tutto quel flusso di contadini provenienti dalle campagne… l’Italia stava cercando di trovare una soluzione, e fu anche questo uno dei motivi che spinsero Re Umberto I ad intraprendere una politica coloniale fortemente espansiva, ed ecco uno dei motivi per cui nacquero le colonie di Eritrea e Somalia… ma gli emigranti non andarono solo in Africa nelle nostre colonie ahimè… Meta preferita dopo i nostri possedimenti coloniali era il Sud America! Specialmente Brasile ed Argentina.
Il sorgere dei problemi cominciò proprio qui.
Solo in Brasile si contarono nel periodo 1884-1893 oltre 510 mila emigrati provenienti dalle ragioni italiane e, dal 1894-1903, il numero salì ad oltre 537 mila. Per tenere al sicuro una mole così enorme di cittadini, che seppur emigranti, ci tenevano a mantenere la loro cittadinanza italiana (infatti il sogno era quello di fare fortuna lì e poi tornare a casa), la Marina Sarda, di concerto con il governo brasiliano, istituì nel 1853 una base navale stabile a Rio De la Plata. Un piccolo nucleo di navi che ebbe una vita lunga e densa di eventi fino a raggiungere la forza di una vera e propria divisione navale.
La crisi più importante che vide e che dovette contrastare fu quella del 1896 appunto. Ma cosa accadde in quel triste anno?
In Brasile scoppiò una violenta rivolta xenofoba anti-italiana che investì i nostri migranti che in realtà nella stragrande maggioranza erano semplici contadini che volevano solo lavorare ed erano pronti a farlo senza fare domande e sopratutto senza chiedere benefici di cui godono certi ora… ma questa è una storia diversa… tornando al punto: la rivolta assunse proporzioni talmente grandi e gravi (violenze, saccheggi, incendi e chi più ne ha più ne metta) che arrivarono a lambire persino certi edifici diplomatici italiani (San Paolo, Santos e Pernabuco) .
italiani-brasile-epoca-660x330Il governo brasiliano, cercò di porvi rimedio anche risarcendo i nostri connazionali, ma invero lo fece con molto poco interesse e molta riluttanza e questo, se già a Roma molti erano fortemente irritati per le violenze ai nostri cittadini, fece traboccare il vaso!
Roma inviò i propri legati in Brasile dal presidente notificando i seguenti atti d’offesa (fonte Farnesina):
a) Offesa alla bandiera nazionale;
b) Offesa agli stemmi consolari;
c) Danni patiti da nostri connazionali negli averi o persone.
Ogni punto di questo elenco poteva giustificare una dichiarazione di guerra (per i codici dell’epoca), ma nessuno voleva arrivare a tanto… Roma si limitò a lanciare un avvertimento: “Il governo brasiliano dovrà tenere conto dei nostri cittadini, proteggere loro e le loro proprietà (incluse quelle diplomatiche italiane) e risarcire i danni quando necessario, poiché ogni altro atto di violenza esplicita o non contro i nostri cittadini e/o proprietà e/o nostri colori nazionali non sarà più da Roma tollerata!” Questo il ferreo telegramma inviato in Brasile dai nostri politici che all’epoca aveano a cuore (o almeno così traspariva) i nostri cittadini… il governo brasiliano non rispose adeguatamente poiché pensava (ed in parte giustamente) che nessuno, men che meno un paese a migliaia di chilometri di distanza, avrebbe potuto fare qualcosa contro di loro. Ma evidentemente non avevano fatto i conti con l’Italia e la sua Regia Marina.
Infatti già il giorno dopo Umberto I, infuriato, riunì le Camere e lo Stato Maggiore e pose una semplicissima domanda: “siamo in grado di attuare un piano concreto per la protezione dei nostri interessi e la nostra gente nel paese sudamericano del Brasile?”
La risposta che diedero in coro il Servizio Informazioni ed il comando della Regia Marina fu altrettanto semplice e secca: “Si! Vostra Altezza! Ma…” ed in effetti un “ma” c’era ed era anche abbastanza grosso… nessun paese europeo, fra l’altro di giovane nascita e con un apparato statale non ancora ben solido – sebbene in forte sviluppo -, sino ad allora aveva mai tentato una cosa simile: inviare una spedizione navale, con conseguente probabile scontro terrestre, senza alleati contro un paese molto probabilmente ostile a migliaia di chilometri di distanza da casa! I costi sarebbero stati enormi ed era necessaria una attenta pianificazione e forse lo sviluppo di addirittura una nuova dottrina di impiego navale! Ma il Re premette perché si avviasse tutta la macchina politico-militare poiché uno dei suoi più grandi desideri per aumentare il prestigio nazionale era quello di avere, come tutti gli altri, una “Squadra Navale dell’Atlantico” e finalmente questo episodio ne forniva il perfetto pretesto! (l’opinione pubblica italiana in realtà prima si era opposta al progetto per una politica più improntata sul Mediterraneo).
La Regia Marina ideò un piano siffatto: per garantire il successo dell’operazione (che si sarebbe svolta a ben 6.000 miglia da casa!) la Regia Marina avrebbe dovuto installare tre punti di supporto/raccolta di informazioni a New York, Montevideo e Buenos Aires – il Servizio Informazioni si era già attivato ottenendo risultati più che buoni – per facilitare e guidare e rifornire la Flotta che in questo caso sarebbe stata formata da unità potenti ma rapide che una volta raggiunta la costa brasiliana avrebbero dovuto agire velocemente e con forza!
Le navi italiane avrebbero, in via preliminare, abbordato e sequestrato tutti i mercantili brasiliani per testare la capacità di reazione avversaria. Se la Forza Navale Brasiliana (giudicata altamente mediocre e vetusta, ma guidata da ufficiali combattivi e coraggiosi) avesse provato ad intervenire la si avrebbe spinta in mare aperto e lì ingaggiata in modo tale che le nostre forze avessero rapidamente la meglio. Naturalmente vi era un piano di riserva; qualora la Flotta Brasiliana non avesse accettato il confronto in mare rimanendo in porto, si sarebbe dovuto porre il blocco navale a Rio de Janeiro e, eventualmente, occupare il porto di Santos, che sarebbe diventata la base operativa italiana per le future azioni a protezione dei nostri cittadini/proprietà.
RN-Italia-corazzataIl porto suddetto non venne scelto a caso: infatti era la sede delle dogane, al cui interno vi erano ammassati diversi quintali di oro ed argento che avrebbero, almeno in parte, coperto le spese della spedizione che non sarebbero state per nulla blande dato che si prospettava una missione di non meno di 4/5 mesi con un consumo di carbone stimato in circa 40.000 tonnellate, senza contare munizioni e vettovaglie varie per un totale di due corazzate rapide classe “Italia”, otto incrociatori protetti quattro incrociatori ausiliari, sei torpediniere d’alto mare, quattro torpediniere costiere oltre a naviglio minore e ausiliario per il trasporto di carbone, munizioni, viveri e acqua che avrebbe formato la squadra di intervento.
Ad ogni modo si cercò comunque una soluzione meno dispendiosa e che potesse allo stesso modo portare a dei risultati ottimali, anche perché in Italia cominciavano a scoppiare polemiche politiche di vario genere e tipo sull’operazione; i motivi principali di tali polemiche furono: l’allontanare un consistente numero di navi dal Mediterraneo proprio quando i rapporti coi francesi erano tutt’altro che rosei, i costi della spedizione ed il pericolo che così facendo la comunità italiana in Brasile sarebbe stata esposta a pericoli ancora maggiori. La soluzione si trovò nuovamente nella stampa… da sempre una delle armi più potenti! Infatti subito dopo la firma del decreto che istituiva la “Squadra Navale dell’Atlantico” e la formazione della sopra detta squadra navale, venne fatto sì che i giornali “La Stampa” e “La Tribuna” scrivessero da ogni parte queste notizie ma soprattutto che le condividessero con i loro colleghi argentini e brasiliani. L’intento era quello di instillare il panico nel governo brasiliano – conscio di non essere assolutamente pronto a gestire da solo un attacco di una potenza europea – per spingerlo a rivedere la sua posizione ed aprire negoziati, cosa che accadde puntualmente.
La stampa brasiliana diffuse notizie allarmanti sulle intenzioni italiane e l’opinione pubblica del paese sud americano, temendo un’invasione, sprofondò nel panico e spinse il governo a riaprire negoziati con l’Italia, mentre le aggressioni xenofobe ai nostri connazionali calarono drasticamente.
Era esattamente ciò che gli italiani volevano! Infatti venne prontamente inviato a Rio de Janeiro un Incaricato Straordinario e Ministro Plenipotenziario, De Martino, per trattare col governo brasiliano. Inutile dire che la dichiarata volontà di inviare navi da guerra nelle acque brasiliane ebbe il suo peso politico. L’incarico era anche quello di analizzare dettagliatamente la formazione naturale delle coste e soprattutto le difese costiere per poi riferire nel caso il negoziato non fosse andato per il meglio (infatti la possibilità di un intervento armato non era ancora abbandonata).
lombardia-rn-Per velocizzare il negoziato che stava andando un po’ a rilento l’Italia decise di inviare nelle acque di Rio de Janeiro anche l’Ariete Torpediniere “Lombardia” con l’intento di esercitare ancora più pressione sul già debole governo brasiliano e per (nuovamente) raccogliere informazioni. Tuttavia appena la nave arrivò in posizione la situazione locale fu tutt’altro che serena… Quando la nave raggiunse il porto di Rio de Janeiro si trovò davanti ad una città devastata da un’epidemia di febbre gialla… vedendo queste immagini il comando di bordo decise di soccorrere gli ammalati (perché si sa gli italiani sono di buon cuore anche con i “nemici”. Volutamente messi in virgolette per questo particolare caso) ma l’epidemia si diffuse rapidamente. E gli italiani pagarono cara la loro umanità… vi furono molti caduti anche tra i marinai, 137 (alcune fonti dicono 135) tra cui anche il comandante della nave Olivari, numerosi ufficiali, quasi tutti i sottufficiali, macchinisti e fochisti ed il medico di bordo, Fermo Zannoni. L’equipaggio italiano fu decimato, ma i brasiliani, vedendo come gli italiani si fossero prodigati ad aiutare i loro parenti ed amici decisero di ricambiare il favore e così tutti gli ammalati italiani della nave vennero curati dai sanitari dell’Accademia militare di Rio de Janeiro (i migliori sulla piazza in quella terra) dopo essere confinati nel lazzaretto nell’Isola Granda, molte vite si salvarono fortunatamente, grazie all’aiuto dei medici brasiliani.
RN_Piemonte4Per riportare gli ultimi degenti e la nave in Patria, fu inviata un’altra unità della stessa classe, l’Ariete Torpediniere “Piemonte”. Di fatto, però, la tensione non era mutata ed il Piemonte, nell’ambito della missione umanitaria, colse l’occasione per raccogliere ulteriori informazioni sullo stato delle difese costiere e della flotta brasiliana.
Fortunatamente la situazione si sbloccò! I negoziati fecero un notevole balzo avanti e prima che il governo italiano decidesse per dare il via all’operazione, il plenipotenziario italiano De Martino, resosi conto della reale situazione locale, riuscì a raggiungere un onorevole compromesso col governo Brasiliano, che accolse gran parte (praticamente tutte) delle richieste italiane, in cambio di aiuti umanitari contro l’epidemia di febbre gialla e stabilì le basi per la futura pacifica convivenza con la comunità italiana, che veniva quindi riconosciuta necessaria allo sviluppo del Paese.
Si evitò così una missione complessa e con diverse incognite, con sollievo della Regia Marina italiana la cui mobilitazione aveva comunque dato una forza negoziale maggiore al nostro plenipotenziario.
Tuttavia questa operazione, o meglio, la sua progettazione gettarono ulteriore vanto e sviluppo alla Regia Marina: le tattiche di “dispiegamento rapido e mirato” nonché la costruzione di unità preposte a questa dottrina si rivelarono poi fondamentali per il mantenimento delle rotte coloniali, e per le successive operazioni navali intraprese con la guerra Italo-Turca! Si pensi che, fino alla Seconda Guerra Mondiale, mai le nostre colonie in Africa rimasero prive di collegamenti o risorse, che anzi, persino durante la Grande Guerra, quando i mari pullulavano di U-boot tedeschi ed austriaci, venivano garantite addirittura settimanalmente senza problema alcuno! Per non parlare dei pirati, ancora numerosi (ora come allora ahimè) nel corno d’Africa che vennero quasi del tutto ridotti al silenzio dalle nuove tattiche ed unità sopra esposte!
Ma non è finita qui! Queste tattiche non solo ci garantirono un afflusso tranquillo di materiali e risorse (nonché il controllo delle acque in tempo di guerra) alle nostre colonie africane per diversi anni avvenire, ma furono di estrema utilità anche ad un altro -addirittura di un altro paese – (o meglio altra) personaggio politico destinato poi a divenire uno dei più famosi del mondo! Si sta parlando proprio di lei: Margaret Thatcher! La “Lady di ferro” infatti si trovò nel 1982 più o meno con gli stessi problemi: era infatti scoppiata la Guerra delle Falkland, e lei (sulla Lady di ferro ognuno avrà le sue idee, ma è indubbio che ella non era affatto stupida e una volta fissatasi su un obbiettivo studiava ogni modo per ottenerlo!), non volendo assolutamente cedere, provate un po’ ad immaginare che cosa andò a studiarsi… esatto! Proprio i nostri piani per il Brasile (ovviamente modificati all’occorrenza) che la ispirarono parecchio sulle manovre militari da intraprendere risultate poi vittoriose, seppur con qualche perdita.
Concludo questo articolo con poche parole: quando l’Italia si metteva in testa di difendere davvero i propri interessi, avendo alla sua testa dei politici che potevano vantarsi a ragione di questo appellativo, non c’erano ostacoli o potenze che tenessero! E se, come nel caso del Brasile, si dovevano intraprendere imprese mai fatte prima di allora, se i mezzi non c’erano gli italiani li inventavano dando a tutto il mondo una lezione pratica ottenendo quasi sempre gli obbiettivi preposti!
Oggi ci resta ahimè solo da dire: O tempora, O mores...
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di Leonardo Sunseri
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FONTI
LIBRI:
1) “1896. Attacco al Brasile”, RID Ottobre 2011.
2) “Gli incrociatori Italiani 1861-1975” G.Giorgerini, Roma; Ufficio storico della Marina Militare (1976)
 
 
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