1912. Kunfida, la battaglia dimenticata

Nella vastità della nostra storia militare, ci sono diversi episodi, battaglie, personaggi, tattiche ed addirittura mezzi che hanno posto pietre miliari nella storia militare non solo nazionale, ma mondiale! Episodi che tuttavia spessissimo, non si capisce perché, noi Italiani dimentichiamo e/o non valorizziamo. Uno di questi, che ora vi voglio raccontare, è la Battaglia di Kunfida. Ma quando e soprattutto dove inizia questa storia?
Inizia nel gennaio del 1912, il 7 per la precisione, nel Mar Rosso. L’Italia e l’Impero Ottomano si stanno combattendo in Libia e nel Dodecanneso; la prima per cercare di ottenere nuovi terreni, nuove risorse e la supremazia nel Mediterraneo, il secondo per cercare di difendere l’integrità territoriale di un impero ormai in decadenza.
La supremazia tattico-strategica e militare italiana è visibile fin da subito. Siamo stati noi infatti ad introdurre ed inventare la “Guerra Moderna” molto prima della Grande Guerra. Il primo bombardamento aereo, il primo volo militare notturno, la prima operazione aeronavale della storia, il primo impiego massiccio di veicoli blindo-meccanizzati ed il primo utilizzo intensivo della radio per comunicazioni militari… I Turchi non sono preparati ad una cosa del genere e presto cominceranno ad arretrare.
Ma gli Italiani sanno bene che questo tipo di guerra necessita di un complesso sistema di rotte e linee di rifornimento che non devono per nessuna ragione essere interrotte! Qui entra in gioco la Regia Marina! Già perchè le rotte di rifornimento più importanti sono sul mare e gli Ottomani dispongono ancora di una flotta che per quanto vetusta è ancora una minaccia, e quella minaccia deve essere annientata. Ma se si sta parlano di Libia e Dodecanneso, cosa c’entra il Mar Rosso? Ebbene c’entra! L’Impero Ottomano infatti non detiene solo Libia e Dodecanneso (oltre alla Turchia) come territori occupati… possiede anche una gran parte della Penisola Arabica e più precisamente la parte costiera che dall’Egitto scende fino al Golfo di Aden e se l’Italia aveva fortemente assicurato il “fronte nord” ed il Mediterraneo inchiodando gran parte della Marina Turca nei porti sullo Stretto dei Dardanelli ed affondando la rimanente c’era ancora un punto scoperto: L’Eritrea!
La nostra colonia infatti non aveva copertura navale sufficiente e le rotte di approvvigionamento erano costantemente minacciate da una piccola squadra navale turca che ogni volta riusciva a sfuggire ai vigili occhi delle difese costiere e degli Ascari messi ad osservazione della costa, andandosi poi a nascondere in un punto non meglio precisato proprio sulla costa della penisola Arabica… come se ciò non bastasse la popolazione indigena eritrea cominciava ad avere seriamente timore di essere tagliata fuori dalla loro madrepatria (la stessa che proprio dagli Ottomani l’aveva liberata) e di essere nuovamente occupati dai Turchi, con tutto ciò che questo avrebbe comportato.
Per Roma questo diviene intollerabile! Così viene ordinata la costituzione di una squadra navale della Regia Marina da mandare in Mar Rosso a protezione della nostra colonia, ma soprattutto per stanare e distruggere quella squadra navale turca che tanto stava dando fastidio.
Rispondono all’appello l’Incrociatore (in realtà Ariete Torpediniere*) “Piemonte” ed i cacciatorpedinieri “Garibaldino” ed “Artigliere” della classe “Soldato”), tutta la squadra viene comandata dal Capitano di Vascelo Osvaldo Paladini.
Il viaggio sembrava lungo ed irto di difficoltà come lo scopo per cui la squadra era stata inviata, ma ecco la svolta ed il colpo di fortuna!
A seguito di una comunicazione ricevuta dal SIM (Servizio Informazioni Militari) una nave turca camuffata da nave ospedale – la nave Kayseri – (in palese violazione di ogni regolamentazione ratificata per l’uso di tali simboli) è in realtà una nave addetta al contrabbando di armi e munizioni per gli Ottomani, veniva catturata proprio dal “Piemonte” il 16 dicembre 1911. Al suo interno vengono trovate, nascoste in casse con scritte “Medicinali e materiale sanitario”, tonnellate di carbone, munizioni e modernissimi fucili Mauser di produzione tedesca (Eh già, proprio gli stessi Tedeschi che assieme agli Austriaci accuseranno l’Italia di averli “pugnalati alle spalle” durante la Grande Guerra, non comportandosi da bravi alleati… lo erano davvero invece…).
Quello che però non si aspettavano di trovare erano dei documenti segreti che immediatamente venivano spediti al Reparto Informazioni della Marina e decrittati… un nome balzava all’occhio: Kunfida! Un piccolo e misterioso porticciolo, mai avvistato prima dalle nostre unità di osservazione in colonia perchè nascosto in una insenatura, sulla costa dell’Arabia. Il Comandante Paladini ha pochissimi dubbi… se esisteva davvero una flotta turca nel Mar Rosso in grado di eludere per diversi mesi le nostre vedette, era lì che si nascondeva!
La mattina del 6 gennaio, il comandante invia in esplorazioni i due cacciatorpedinieri, che la sera stessa ritornano con importantissime notizie! “Li abbiamo trovati Capitano!” echeggia il comandante di uno dei caccia! Ed in effetti è proprio così: 7 cannoniere (“Ajutah”, “Ordon”, “Costamuni”, “Refakie”, “Moka”, “Bafra” e “Quenkeche”), uno yacht armato (“Shipka” ex francese “Fauvette”) ed una nave cisterna erano state avvistate all’interno del porticciolo, questa flottiglia navale ben spiegava i motivi per cui avevano causato tanti problemi: le navi erano piccole quindi facili da nascondere, veloci tanto da sfuggire alle ricognizioni o alla caccia di navi più potenti, ma ben armate contro i normali mercantili da trasporto, spesso indifesi. Come se non bastasse, la nave cisterna assicurava loro un rifornimento sempre pronto in caso di necessità. Tuttavia non venivano riportate solo belle notizie… il porticciolo era ben difeso da batterie costiere che, seppur di calibro medio, potevano essere comunque molto pericolose data la loro ottima posizione, inoltre, cosa ben più grave, l’imboccatura del porticciolo era protetta da un complesso sistema di banchi e secche sabbiosi naturali quasi tutti erroneamente segnalati sulle carte: il rischio di incagliarsi ed arenarsi era molto alto, e con le navi incagliate le batterie costiere turche avrebbero avuto delle prede facilissime che sarebbero state distrutte in pochissimo tempo.
Il Comandante tuttavia dimostrava in quel momento tutta la professionalità, la capacità di ragionamento e di istinto che solo un italiano ed un ufficiale della Regia Marina potevano avere… egli infatti aveva ideato questo piano: Lui ed il suo “Piemonte” sarebbero stati fermi in posizione di copertura, cercando di attirare su di se il fuoco nemico, (i grossi calibri del della nave, potevano infatti ingaggiare sia le navi turche che le batterie costiere da distanza di sicurezza) per evitare di incagliarsi, i cacciatorpedinieri invece, che avevano un pescaggio più ridotto, avrebbero invece attaccato muovendosi fra i banchi di sabbia, seguendo uno schema di rotte che il comandante aveva progettato e creato studiando tutta la notte i dati raccolti dalla ricognizione del giorno prima.
Finalmente arriva il 7 Gennaio! Le navi italiane partono all’attacco! I due cacciatorpediniere, supportati a distanza dal Piemonte, affrontarono le unità turche Ajutab e Bafra da 250 t, Ordon, Costamuni, Refakie e Moka da 350 t, Quenkeche e Shipka da 500 t, appoggiate dalle batterie campali della difesa costiera ottomana. La reazione dei turchi è rapida, ma il sicuramente migliore addestramento dei nostri uomini fa sì che il fuoco delle nostre navi sia da subito efficace e continuo senza interruzioni sino a sera!
Alla fine dello scontro la vittoria aveva un bilancio strabiliante! Due cannoniere si erano arenate, crivellate di colpi, due erano state colpite e mandate a fuoco e fatte saltare in aria mentre le altre tre erano state affondate assieme alla nave cisterna. Vengono anche annientate le difese costiere, stando però bene attenti a non colpire le abitazioni o in generale le popolazioni arabe locali, che erano appunto neutrali (se non addirittura favorevoli a noi italiani), anticipando il concetto moderno di “fuoco su obbiettivo mirato” senza causare danni collaterali, impiegato ora in conflitti come quello afghano, ogni qualvolta le forze della Coalizione effettuano raid in zone densamente popolate. Sul fronte Italiano: Nessuna perdita!
La mattina dopo, una squadra di arrembaggio del “Piemonte” assaltava e catturava lo yacht armato “Shipka” riuscendo a disincagliarlo ed a portarlo trionfalmente a Massaua come preda di guerra (perchè si sa… gli italiani non distruggono le belle cose).
Mentre erano sulla via del ritorno, il comandante inviava a Massaua questo telegramma:”Incrociatore Piemonte, cacciatorpediniere Garibaldino e Artigliere incontrarono sette cannoniere turche ed uno yacht armato. Malgrado valide artiglierie turche nostre navi annientarono cannoniere, catturarono yacht e presero parte dei cannoni nemici, bandiere e trofei di guerra”.
L'Ariete Torpedinere PiemonteUna volta attraccati finalmente, il comandante ed i suoi uomini si godevano un periodo di sano riposo sullo yacht (molto bello invero) che avevano appena catturato!
Rientrato al Comando della Marina, il capitano Osvaldo Paladini venne decorato con le onorificenze di Ufficiale della Corona e di Cavaliere dell’Ordine di Savoia poichè “diresse e coordinò la ricerca di cannoniere nemiche in località irte di difficoltà idrografiche, predispose e condusse l’azione con prontezza e perfetti criteri militari”.
In conclusione inoltre è corretto dire che, soprattutto grazie a questa azione, il dominio del mare, conseguito dalla Regia Marina distruggendo definitivamente le forze navali turche nel Mar Rosso, permise alla stessa di appoggiare, nel corso dell’anno, la rivolta araba guidata da Sayyid Muhammad al Idrisi, signore della regione costiera dell’Asir, contro l’Impero Ottomano. Quando nel 1916 il mitico Lawrence d’Arabia passerà alla storia per i suoi successi ad Aqaba, pochissimi sapranno in realtà che le mosse che aveva compiuto erano quelle stesse mosse( che lui aveva studiato e copiato) intraprese quattro anni prima dalla Regia Marina e da un efficientissimo, ora come allora, Reparto Informazioni.
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di Leonardo Sunseri
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NOTE
Con la denominazione “Ariete Torpediniere” si identificava un nuovo tipo di nave classificato in Italia come sopra o come “Incrociatore Torpediniere” poiché dotato di armamento silurante, di cui era previsto l’impiego in alto mare, laddove, cioè, le piccole torpediniere avevano difficoltà ad operare;altrove questo tipo di unità ebbe la più generale denominazione di “Incrociatore Protetto” (Fonte: Ufficio Storico della Marina Militare)
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FONTI
Libri:
Mariano Gabriele, La marina nella guerra italo-turca: il potere marittimo strumento militare e politico (1911-1912), Ufficio Storico della Marina Militare, 1998.
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