Amedeo Guillet raccontato da Indro Montanelli

Il Comandante Diavolo, Amedeo Guillet, raccontato nel 1955 da Indro Montanelli ne “I ritratti”.

Amedeo_Guillet_a Il CairoDue anni orsono il nuovo ambasciatore d’Italia al Cairo, Jannelli, che, per un di quei malintesi geografici in cui la nostra politica estera cade di sovente, ha il compito di rappresentarci anche nello Yemen, partì per Taiz, accompagnato dal primo segretario dell’ambasciata, per presentare all’Imam le sue credenziali. Gli ospiti vennero accolti con la consueta sontuosa ospitalità, e la cerimonia fu solenne. Ma l’Imam, mentre Jannelli in feluca e spadino gli volgeva il discorsetto di prammatica, teneva gli occhi fissi sul segretario, che invece teneva i suoi un po’ codardamente rivolti a terra. E fu a lui che, terminata l’allocuzione ufficiale dell’ambasciatore, disse, al di fuori di ogni formula protocollare e sul tono indulgente d’un babbo che abbia deciso di perdonare una scappatella al suo figliuolo: «Alla fine, Ahmed Abdallah Al Redai, sei tornato a casa, eh?».

Amedeo_Guillet_Cavalleria (1)Ahmed Abdallah Al Redai, nell’annuario della nostra diplomazia, porta il bel nome savoiardo di Amedeo Guillet, che è anche quello con cui venne iscritto nei registri dello stato civile quando nacque, quarantasei anni orsono.

Ma esso non gli rimase addosso che fino al 1935, quando i cavalleggeri libici che militavano nel suo squadrone decisero di ribattezzarlo e, al termine di una carica in cui per due volte lo videro schizzar via di groppa al cavallo ucciso e sempre risalire su un altro pur con una gamba spappolata da una pallottola, lo chiamarono Communtàr-As-Sciaetàn che vuoi dire Comandante Diavolo.

Questa seconda incarnazione durò sei anni, durante i quali Comandante Diavolo collezionò altre quattro medaglie d’argento, prima in Abissinia, poi in Spagna, poi di nuovo in Abissinia. Finché la sua divisa di maggiore fu ripescata, lorda di sangue, su un campo di battaglia, dove i pochissimi che non morirono furono tutti fatti prigionieri.

Amedo Guillet e Italo BalboDelle guerre che hanno la disgrazia di perdere, i popoli di scarso carattere preferiscono cercare di dimenticarsi al più presto, seppellendo nella stessa bara eroi e traditori; casi di fellonia e gesti di eroismo.

E così noi italiani, se vogliamo sapere qualcosa dell’episodio di Cherù, dobbiamo sfogliare gli annali dello stato maggiore britannico dov’esso è definito, da un nemico che ogni tanto si ricorda di essere stato il più sportivo del mondo, the most gallant affair of this war, la più cavalleresca impresa di questa guerra.

amedeowithspahy129.jpgCherù sta, sulle pendici che dall’acrocoro eritreo digradano verso il bassopiano occidentale, poco oltre Cheren dove il povero generale Lorenzini veniva ammassando, per l’ultima disperata difesa dell’Africa orientale, le poche truppe che aveva a disposizione. Aveva bisogno di ventiquattr’ore di tempo per sistemare alla meglio, contro i mezzi corazzati e le artiglierie britanniche che irrompevano dal Sudan, le sue sparpagliate ed eterogenee fanterie. Ma non aveva sottomano, per ritardare l’urto, che gli ottocento cavalieri amhara, eritrei e arabi, di Comandante Diavolo. Fu la penultima carica della storia militare europea prima quella del Savoia in Russia, che fu l’ultima. E non me l’ha raccontata il protagonista, che d’altronde non racconta mai nulla. Me la raccontò un ufficiale britannico, che quel giorno comandò il fuoco di una batteria di cannoni con alzo a zero contro quell’orda irrompente di uomini che urlando come ossessi a bordo di cavalli dalle froge bianche di bava e dagli occhi iniettati di sangue, travolsero ogni. cosa. Egli non è mai riuscito a capire come andò quell’affair, di dove fossero sbucati quei dannati e come facessero ad arrivare sui pezzi che avventavano su di loro un uragano di granate.

Comandante Diavolo_Amedeo Guillet-Amhara (1)Ci rimasero quasi tutti, bipedi e quadrupedi, ed era obbligatorio ritenere che ci fosse rimasto anche Communtàr-As-Sciaetàn. Ma, nonostante le diligenti ricerche che ne fecero i britannici, i quali volevano assicurarsi che quel tipo fosse proprio morto, il suo corpo non fu mai trovato. Per la semplicissima ragione che in quel momento, ebbene arricchito di una quinta pallottola in aggiunta alle quattro già a zonzo tra le sue frattaglie, esso navigava, avvolto in una futa araba, tra le ambe e le forre dell’altopiano.

Amedo_Guillet_acquaioloCheren caduta, dopo quaranta giorni di battaglia in cui rimasero sul terreno l’ottanta per cento dei nostri col loro comandante Lorenzini, arresa l’Amba Alagi, gl’inglesi ricercavano ancora Comandante Diavolo. Lo ricercavano dappertutto, salvo che tra le pieghe della futa di Ahmed Abdallah Al Redai, povero yemenita che, in compagnia di alcuni suoi compatrioti, ex gregari di Communtàr-As-Sciaetàn, conduceva una peripatetica vita di disoccupato in cerca di lavoro. Bruno e segaligno, conoscitore perfetto della lingua e dei costumi arabi, Ahmed in fondo se la sarebbe cavata benissimo, se si fosse deciso a chiedere aiuto e ospitalità ai molti amici che aveva fra i concessionari italiani che i nuovi padroni avevano lasciato a piede libero. Ma egli non voleva aver nulla a che fare con loro. All’opposto di molti partigiani di nostra conoscenza, tanto bravi a lanciar bombe quanto pronti a pagarne il prezzo con la pelle altrui, Ahmed aveva detto ai suoi compagni: «Mangeremo solo alle spalle del nemico» e ne dava l’esempio per primo.

imagesC’era una grossa taglia sulla sua testa e la minaccia di fucilazione a chiunque gli desse aiuto. Ahmed non ne chiese mai a nessuno. Non era convinto della disfatta, o meglio era convinto che fosse soltanto locale. Il giorno, pensava, in cui Rommel fosse entrato ad Alessandria e gli inglesi in Eritrea fossero rimasti isolati, con quegl’italiani a piede libero e con i depositi di armi nascosti qua e là, si poteva riaprire il capitolo momentaneamente interrotto ad Amba Alagi. Si trattava di resistere.

E per resistere, con quella gamba cionca e col fegato roso dall’ameba e dalla malaria, qualche volta si abbassava all’infame mestiere di delatore, andando, a denunziare agl’inglesi Comandante Diavolo, che giurava, di aver visto qua o là, per riscuotere il premio. Ogni tanto offriva loro anche i suoi servigi. E fu così che un giorno cosse due uova al capitano Reich ch’era il più spietato dei suoi persecutori.

images (1)Nove mesi durò questa vita senza che Rommel si decidesse a isolare gl’inglesi in Eritrea. E Ahmed Abdallah Al Redai, con gli ultimi due compagni yemeniti rimastigli, si era ridotto a far l’acquaiolo a Massaua, dove si era rotta la conduttura e i rifornimenti bisognava farli ai pozzi in quella che si è sempre chiamata «la piana della morte» per vi dei colpi di sole e di calore che ci si busca. Ahmed si aggirava di tucul in tucul con i suoi otri di pelle penduli alla schiena di un asino, urlando: «Donne!… La mia acqua è fresca come caldo è il vostro cuore!…». E son discorsi che anche sulle negre fanno sempre il loro effetto.

amedeolowlands126_1.jpgFinalmente ebbero, lui e il suo ultimo compagno, di che pagarsi un passaggio su una barca che faceva la spola con Aden. Ma era una fusta di pirati che, intascato il denaro dopo due giorni di navigazione li buttarono in mare, fronte alla costa dancala, dove alcuni nomadi pastori, segno di benvenuto, li derubarono del poco che restava loro e li lasciarono sulla spiaggia tramortiti di botte. Anni orsono, Amedeo Guillet, rientrato nei suoi panni, ripreso il proprio nome d’origine, tornò con l’ambasciatore Conti in quello squallido deserto alla ricerca della solitaria zeriba, un centinaio di chilometri a sud di Massaua dove tuttora vive Ibrahim, colui che quella sera raccolse svenuti i due relitti umani e li salvò masticando un po’ di burgutta e ficcandogliela a forza fra i denti. Ora è contento, Ibrahim, perché Guillet gli ha fatto costruire un pozzo in muratura, ch’era il suo gran sogno. Però rimpiange ancora che Ahmed quella volta abbia rifiutato di sposare sua figlia, che pure è una gran bella ragazza. E Guillet riconosce lealmente che, nella sua spericolatissima vita, il pericolo più grosso effettivamente lo corse allora e che a salvarlo dalla tentazione di finire lì, in quella perduta zeriba, fu solo il ricordo di una bionda cugina di nome Bice…

Comandante Diavolo_Amedeo Guillet-Amhara (4)Il secondo imbarco, di lì a qualche settimana, fu più fortunato. E l’Imam dello Yemen non si mostrò affatto scontento di annoverare fra i suoi sudditi quell’Ahmed Abdal-lah Al Redai che, per quanto di aspetto piuttosto patibolare, oltre a saper raccontare in perfetto arabo meravigliose storie di emiri e di califfi, riusciva a incantare, non si sa come, i cavalli, tramutando i più riottosi ippogrifi nei più placidi brocchi.

E infatti si ebbe molto a male che Ahmed, un certo punto, volesse tornare sui suoi passi e discendere a Hodeidah per imbarcarsi clandestinamente su una nave della Croce Rossa che andava a ripescare i civili italiani dell’Africa orientale. Per questo lo accolse con aria affettuosa, sì, ma anche imbronciata, due anni fa, quando se lo vide ricapitare a Corte in feluca di diplomatico, quell’ingrato di Ahmed Abdallah Al Redai.

Comandante Diavolo_Amedeo Guillet-Amhara (5)Il fatto è che anche Stalingrado, anche la caduta della Libia e della Tunisia sembravano, a Comandante Diavolo, disfatte soltanto locali. E quando, dopo settanta giorni di navigazione, egli poté riprendere il suo vero nome nel porto di Napoli (dove trovò ad aspettarlo un Ordine Militare di Savoia e quella bionda cugina che si era sempre rifiutata di capire cosa significassero le parole «disperso in combattimento» con cui il superiore ministero aveva creduto in un primo tempo di averle partecipato la notizia della morte di Amedeo), la prima cosa che fece fu di precipitarsi a Roma per chiedervi di essere paracadutato nuovamente Abissinia coi mezzi necessari a prepararvi la riscossa. Ma vi arrivò contemporaneamente al comunicato che annunziava l’armistizio. Comandante Diavolo curvò la testa e seguì il suo re. Qualche settimana dopo, a Brindisi, incontrò a una mensa alleata due degli ufficiali britannici che gli avevano dato la caccia in Eritrea. «Che fortuna non avervi incontrato allora!» dissero cavallerescamente alzando il bicchiere alla sua salute. «Che fortuna per voi, forse. Che disgrazia per me, di certo!» rispose con amarezza il tenente colonnello Guillet.

Carlo_Azeglio_Ciampi__Amedeo_GuilletE ora eccolo qui, questo gran ragazzo quasi cinquantenne, con Bice e due bambini, primo segretario della nostra ambasciata al Cairo con mansioni di incaricato d’affari nello Yemen. Entrò in diplomazia non per «meriti speciali», ma in seguito a regolare concorso, quando dovette convincersi (ma quanto gli costò…) che, per Comandanti Diavolo, nell’esercito italiano non c’era più posto. Se lo incontrate, evitate di parlargli delle sue avventure. Vi troncherebbe la parola in bocca con un frettoloso: «Ma no, ma no… Esagerazioni…». E anche alle pallottole che lo hanno ridotto un colabrodo, cercate di alludere con discrezione.

«La gamba?» mi fa tastandosi quella che si trascina dietro, cionca e balbuziente. «La curo con lo yoga e sta benissimo, guarda…» Posa il bicchiere, guizza in aria a corpo intelito come un misirizzi, vi si rovescia, e ricasca nello stesso punto.

Ieri, su una cavalla di nome Brigitte, ha vinto il suo ennesímo concorso ippico.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...