Le missioni svedesi in Eritrea

Le missioni cattoliche in Africa, ben conosciute dagli italiani, non furono le uniche missioni cristiane: anche i protestanti ne ebbero parecchie.
Tuttavia, in confronto alla monolitica e disciplinata struttura cattolica, si nota che in dipendenza della pluralità delle varie confessioni manca una strategia operativa unica e gli obiettivi perseguiti non sono sempre univoci: si passa dalle missioni puramente filantropiche e indirizzate verso la promozione del benessere e dell’istruzione della popolazione locale a quelle che operano nel solo campo sanitario e infine ad organizzazioni che altro non fecero che preparare il terreno per la successiva occupazione coloniale da parte della madrepatria.

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Nel Corno d’Africa la presenza più antica e significativa è quella degli evangelici svedesi: probabilmente la scelta cadde su quest’area perché in quei tempi era sostanzialmente libera dalla concorrenza dei gruppi inglesi o americani ed era anche lontana dagli interessi dei francesi che popolavano ogni nuovo insediamento coloniale con i propri missionari: cattolici, invadenti e agguerriti.
I primi insediamenti in Eritrea risalgono al 1856 e quindi sono molto precedenti allo sbarco degli italiani a Massaua.
L’attività missionaria non fu comunque diversa da quella dei cattolici: insegnavano ai bambini, curavano i malati e si prodigavano in lavori utili per migliorare l’economia dei villaggi e, sostanzialmente, quella che era la propaganda religiosa vera e propria, incentrata sull’insegnamento della Bibbia, passava in secondo piano aspettando che le loro buone opere fossero la molla che facesse scattare le conversioni: queste, in realtà, non erano frequenti e avvenivano soprattutto in seno alle popolazioni pagane perché bisognava fare i conti con l’ostilità dei mussulmani e l’indifferenza dei copti.
Il Negus Iohannes sintetizzò bene la situazione quando accolse i missionari svedesi affermando quasi meravigliato che “siamo tutti cristiani” e facendo in pratica capire che non erano di nessuna utilità parlando di Cristo a chi l’aveva già accolto.
Questo clima sostanzialmente ostile, che talvolta degenerò in atti di violenza, non raffreddò lo zelo missionario.
Con l’arrivo degli italiani la situazione in Eritrea delle missioni migliorò notevolmente e si instaurarono buoni rapporti: l’Italia, sorta sulle radici del laicismo positivista riconosceva l’assoluta libertà di tutte le religioni presenti nel paese in tutte le loro manifestazioni compresa la propaganda, con il solo e ovvio limite dell’ordine pubblico e gli insediamenti missionari ricevettero la tutela giuridica della legge italiana.
I protestanti svedesi facevano capo in Eritrea alla Evangeliska Fosterlands Stiftelsen (missione evangelista per l’estero) e quando conquistammo l’Etiopia trovammo in quel paese la Missionsallska Bibeltrogna Vanner (Società missionaria dei veri amici della Bibbia), anch’essa svedese, le inglesi Society for the propagation of the Gospel e British and foreign Bible Society e l’americana Seventh Day Adventist Denomination. Dopo il 1935, con il rafforzarsi della presenza militare e l’intensificarsi dell’immigrazione italiana gli svedesi ricevettero anche un rilevante e insperato aiuto da un buon numero di protestanti italiani valdesi provenienti dalle vallate del Piemonte occidentale.

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Le missioni sorsero specialmente sull’asse delle carovaniere che collegavano Massaua a Cheren passando a nord della rotabile e della ferrovia che congiungevano le due località: Ailet, Awsa Konoma, Gheleb, Belesa (In queste due ultime località c’era anche una scuola per la formazione dei maestri elementari).
Al momento della loro massima espansione gli svedesi avevano dieci sedi, cinque scuole convitto, un ospedaletto, otto posti di medicazione e una tipografia.
Esistette ad Asmara anche una missione indipendente fondata da uno svedese dissidente.
Ad Asmara fu istituita una Casa dell’infanzia promossa dall’organizzazione Barnens vän (amico dei bambini) la cui direttrice fu la signora Signe Linder che negli anni ’20 fu di fatto la principale portavoce dell’organizzazione missionaria svedese di fronte al governo italiano.
Le cose cambiarono con la guerra del 1935.
Fra il Governo, le missioni evangeliche in Eritrea e le altre che si trovavano nell’Etiopia conquistata si instaurò un clima di reciproco sospetto considerando che sia la Svezia che le altre nazioni che le patrocinavano erano nella totalità ostili all’Italia e la Svezia, dietro la facciata della neutralità, aveva perfino mandato una missione militare per istruire l’esercito etiopico e ufficiali svedesi avevano comandato in combattimento truppe indigene contro gli italiani.
La conflittualità seguì una parabola ascendente e anche la più piccola controversia era regolarmente riportata, ingigantita e talvolta falsata dalla stampa internazionale.
L’instaurazione del nuovo clima si evince anche dalle guide delle colonie pubblicate dal Touring Club Italiano: in quella pubblicata negli anni ’20 ci si dilunga descrivendo accuratamente le missioni eritree e la loro attività, mentre in quella dell’Africa Orientale, di un decennio dopo, ci si limita ad accennare seccamente solo alla loro esistenza.
Con l’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale i non graditi gli stranieri fecero le valigie e se ne tornarono in patria, ma le missioni non furono abbandonate: continuarono a funzionare venendo affidate ad evangelici italiani che operarono in seno della Chiesa Evangelista dell’Eritrea; alcuni missionari, come il pastore Bruno Tron, furono anche nominati cappellani militari per l’assistenza spirituale ai soldati valdesi.

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Dopo il 1946 gli svedesi tornarono in Eritrea e ripresero anche l’attività con gli italiani rimasti e il pastore Tron, appena ricordato, ricevette la medaglia d’oro della Reale Società Patriottica Svedese (Patriotiska Sall Kapets Sfora Guld-Medal) per la sua attività.
Un giudizio sulle missioni in Eritrea? Non è diverso da quello che può essere dato per tutte quelle operanti negli altri paesi africani e non fa differenza se erano – o sono – protestanti o cattoliche. La loro azione fu sempre limitata a poche persone presenti in colonia: in tutta l’Africa Orientale Italiana si contavano trenta-quaranta missionari, in parte medici e infermieri e meno di mille alunni delle loro scuole, sparsi su un territorio immenso e gli ospedali erano debolmente presidiati da un solo sanitario. E’ certamente ammirevole lo zelo di queste persone, ma fu un materiale umano che rimase numericamente sempre troppo scarso per raggiungere risultati significativi.
I rapporti con gli indigeni, anche non convertiti, in genere non causarono difficoltà: anzi costoro avevano grande stima dei missionari che, talvolta al limite dell’ascetismo, non temevano i disagi della vita africana.
Comunque i grandi avversari delle missioni sono sempre stati i governi: senza tener conto degli imperatori etiopici che si ritenevano i difensori della fede cristiana copta e diffidavano degli stranieri, non si può passare sotto silenzio, in Eritrea, che anche gli italiani, pur sostanzialmente amichevoli, lo diventavano di meno quando ritenevano che l’attività fosse non aderente alla politica coloniale della nazione, fossero liberali o fascisti.
D’altra parte bisogna concedere che questi stranieri, eredi di tutt’altra cultura e di tutt’altra storia, difficilmente potevano capire l’Italia.
E le cose non sono cambiate. Lo stato eritreo ha riconosciuto nel 2002, oltre alle religioni maggioritarie, cioè copta e mussulmana, il cattolicesimo e il luteranesimo, tenendo conto delle radici storiche delle missioni nel paese, ma tiene queste due confessioni sotto un rigido controllo.
Tutti gli altri gruppi protestanti minoritari sono considerati fuorilegge e nei confronti di essi si sono avute molte dure persecuzioni, ma anche le attività dei seguaci dei culti ammessi corrono sempre sulla lama del rasoio.
Nel complesso l’eredità delle missioni luterane svedesi non è andata del tutto dispersa e si concreta in un 5% della popolazione ritenuta “protestante” che però comprende anche i Testimoni di Geova e le altre sette fuorilegge.

di Guglielmo Evangelista

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