“Operation Legacy”. L’operazione dell’intelligence britannica durata 20 anni per distruggere i documenti imbarazzanti delle ex colonie

La fine del secondo conflitto mondiale portò con sé anche la disgregazione degli imperi coloniali. La sensibilità e le teorie razziali mutavano e la decolonizzazione rischiava di travolgere gli stati colonizzatori.
La fine dell’impero britannico iniziò nel 1947 con l’indipendenza di Ceylon. Con il passaggio dei poteri dalle amministrazioni coloniali a quelle locali a Londra si pose la questione di come trattare i documenti coloniali.

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Al momento della decolonizzazione si fece strada molto velocemente la consapevolezza che si dovesse plasmare l’eredità dell’impero britannico per progettare la memoria istituzionale a lungo termine. Nacque così l’operazione segreta nome in codice “Operation Legacy” per salvare l’onore della Gran Bretagna e proteggere i suoi collaboratori.
Non dovevano essere quindi trasmessi documenti che avrebbero potuto mettere in imbarazzo il governo di Sua Maestà o altri governi; mettere in imbarazzo i membri della Polizia, delle forze armate, dei dipendenti pubblici, che avrebbero compromesso le fonti di intelligence o che sarebbero potuti essere interpretati, ragionevolmente o per malizia, come indicanti pregiudizi razziali o pregiudizi religiosi da parte del governo inglese.
Lo scopo dell’operazione, svoltasi dal 1950 al 1970, richiedeva che tutti i documenti segreti tenuti all’estero fossero controllati da un ramo speciale o da un ufficiale di collegamento dell’MI5, al fine di separare gli atti da consegnare al nuovo Stato dopo l’indipendenza da quei documenti che invece andavano distrutti o portati, sempre segretamente, a Londra.
Venne così codificata l’intera operazione e le modalità sui metodi di distruzione al fine di cancellare tutte le prove dell’epurazione, non solo dei documenti. Quando le carte venivano bruciate, “i rifiuti dovevano essere ridotti in cenere e le ceneri frantumate”, mentre quelli che venivano scaricati in mare dovevano essere “imballati in casse appesantite e scaricati in acque molto profonde e senza correnti alla massima distanza possibile dalla costa”.

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I documenti sensibili vennero contrassegnati col marchio “DG” e venne fatto credere che fosse l’abbreviazione di vice governatore. In realtà era una sigla in codice per indicare che i documenti così contrassegnati erano visibili solo agli “ufficiali britannici di discendenza europea”, cioè ai funzionari veniva concesso o rifiutato il nulla osta di sicurezza per motivi di etnia.
Mentre migliaia di documenti vennero portati a Londra, per essere secretati, è ormai chiaro che un numero infinito di documenti è stato distrutto.
Solamente nel 2011, durante un procedimento con ex detenuti kenioti, il governo britannico ha dichiarato di essere in possesso di alcuni file segreti al di fuori del normale sistema di classificazione e non disponibili per gli storici.
Iniziò così la divulgazione di documenti precedentemente considerati inesistenti. A novembre 2013 erano stati declassificati circa 20.000 fascicoli, provenienti da 37 colonie, chiamati “migrated archive” che il Foreign Office ha conservato per decenni, in violazione della regola dei 30 anni dei Public Records Acts ed anche oltre la portata del Freedom of Information Act.
Tuttavia, il Foreign Office non ha ancora riconosciuto che gli attuali file coloniali, disponibili agli Archivi Nazionali di Kew, a ovest di Londra, sono solo una piccola parte di un archivio segreto di 1.2 milioni di file chiamati delle “Collezioni speciali” e che è tenuto illegalmente a Hanslope Park.

di Alberto Alpozzi

FONTI
‘Operation Legacy’: Britain’s Destruction and Concealment of Colonial Records Worldwide
Revealed: the bonfire of papers at the end of Empire
Revealed: How British Empire’s dirty secrets went up in smoke in the colonies

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