Adua 1935. Chi scolpì nella roccia l’enorme effige?

L’enorme scultura della testa del Duce scolpita nel 1935 in Etiopia

L'Illustrazione Italiana_16 febbraio 1936_ Testa Duce AduaUn primo articolo che la descrisse uscì il 14 Febbraio 1936 su La Nazione ma la prima immagine dell’enorme effige del Duce, alta circa 4.80 m., realizzata nell’Ottobre 1935 sull’Addì Ghebbetà nei pressi di Adua comparve sulla copertina del numero del 16 Febbraio 1936 de “L’Illustrazione italiana” con questa didascalia:
“Nella conca di Adua, di fronte al monte Sullodà, un enorme effige del Duce è stata scolpita in un masso di pietra dura. Opera anonima di soldati-artisti che hanno voluto imprimere il segno più espressivo della loro passione richiamo possente della Patria lontana, incitamento ed auspicio ai combattenti ed ai colonizzatori”.
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Il volto di Mussolini venne scolpito come una figura solida e possente, ma al contempo reale. Questo nuovo linguaggio artistico si rifaceva alla descrizione di Filippo Tommaso Marinetti che divenne l’indicazione guida per le rappresentazioni istituzionali del Duce: «Labbra prominenti […] Testa massiccia solidissima […] testa dominatrice proiettile quadrato […] denti d’acciaio».
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Piero Malvani_testa Duce EtiopiaL’enorme testa di Mussolini all’epoca venne attribuita ad anonimi soldati artisti, invece venne realizzata dal Gruppo Leggero di Artiglieria Motorizzato al comando del tenente colonnello Piero Malvani che ne curò la progettazione.
Malvani infatti conciliò la sua carriera militare con la passione artistica.
In particolare si dedicò alla scultura in bronzo ma fu anche pittore ed illustratore di cartoline celebrative, di manifesti e di libri. Partecipò a numerose manifestazioni, tra le quali nel 1930 alla IV Fiera Campionaria di Tripoli e nel 1931 all’Esposizione coloniale di Parigi, dove curò l’allestimento del padiglione italiano per il quale realizzò una serie di manichini riproducenti i vari corpi militari in servizio nell’Africa orientale.
Malvani morirà nel 1962.
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Della testa del Duce oggi non vi è più traccia, probabilmente demolita con l’esplosivo.
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di Alberto Alpozzi
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GALLERIA FOTOGRAFICA

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