La prima Medaglia d’Oro ad un soldato coloniale. La storia di Unatù Endisciau

Cari lettori e lettrici di questa bellissima pagina di storia, oggi volevo dare il mio contributo con questo articolo che tratta di un fatto quasi sconosciuto, ma che, a parer mio merita tutta la nostra attenzione.
Ai nostri tempi siamo martellati da propaganda – falsa e tendenziosa – di ogni genere che vuole gli italiani essere stati solo e soltanto dei violenti colonizzatori ed oppressori, odiati da quasi tutta la popolazione indigena che – sempre secondo tale propaganda – è stata costretta a combattere con noi sotto minaccia di terribili violenze in caso contrario… ovviamente l’Italia ha certo avuto le sue colpe… al pari di tutte le altre potenze coloniali (che in proporzione ne hanno anche di più…), ma se mi sarete così cortesi da dedicare un po’ del vostro tempo a leggere questa storia, forse vi sarà più chiaro un fatto: nonostante le nostre colpe, molti, moltissimi indigeni si sono prodigati e si sono sacrificati con fedeltà, onore e coraggio per la loro nuova Patria Italia e per i suoi abitanti che ormai consideravano (e si consideravano reciprocamente) come fratelli.
Unatù EndisciauTra le molte, troppe storie di questi nobilissimi indigeni – e per me a tutti gli effetti fratelli: uno su tutti, l’Ascaro Scirè – italiani che hanno cercato di rendere grande il nome del nostro Paese vorrei raccontarvi la storia di uno dei nostri più valorosi soldati coloniali che ha amato l’Italia ed il suo popolo fino a dare la sua stessa vita per loro e per questo essere decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Parlo di Unatù Endisciau, un Muntaz di etnia Amara. Ma cosa dunque ha fatto questo nostro soldato?
Come sempre partiamo dall’inizio. Siamo nel 1941, ad agosto, in Africa Orientale Italiana, più precisamente nella Sella di Culqualber (non mi dilungherò nei dettagli di questa gloriosa battaglia poiché sono sicuro che in moltissimi li conoscerete). I nostri valorosi uomini stanno approntando le loro difese per respingere gli invasori Britannici ed il nostro Endisciau è con loro: le nostre forze (tra Carabinieri, Ascari e Camicie Nere) non superano i 3.000 uomini… i britannici li sovrastano con una forza di 100 aerei ed oltre 22.000 uomini. Gli inglesi credono di poter ottenere una vittoria facile ed attaccano, ma non sanno con chi hanno a che fare… i tre comandanti italiani Augusto Ugolini, Alberto Cassoli ed Alfredo Serranti ed i loro carabinieri e soldati resistono! Gli inglesi attaccano, attaccano ancora ed ancora… ma nulla! Vengono sempre respinti con perdite gravissime… anche gli italiani hanno subito perdite gravi, ma non come quelle britanniche!
Gli italiani lanciano addirittura un contrattacco che respinge gli inglesi dalle poche posizioni che avevano con estrema difficoltà occupato.
Gli inglesi allora decidono per un approccio più cauto ed optano per assediare la guarnigione italiana pur continuando a bombardarla con gli aerei (gli italiani ne abbatteranno ben 9!) e con l’artiglieria.
Passa il tempo ed in breve i giorni diventano settimane e le settimane i mesi. La fame e la mancanza di munizioni si fanno sentire, e di conseguenza, il 18 ottobre, gli italiani decidono di agire! Il colonnello Augusto Ugolini ed i suoi Carabinieri e Zaptiè si lanciano in una violentissima offensiva all’arma bianca (per risparmiare munizioni) verso il complesso di Lambà-Mariam dove gli inglesi hanno stipato grandi quantità di munizioni e rifornimenti. L’offensiva travolge gli inglesi che sono costretti a ripiegare con gravi perdite (150 morti a fronte di soli 35 Italiani) e così i nostri uomini riescono a mettere le mani su vettovagliamento e munizioni in quantità!
Gli inglesi, furibondi, ordinano massicci e continui contrattacchi su tutta la linea del fronte! Gli attacchi vengono respinti ancora ed ancora… ma si fa sempre più sentire la schiacciante superiorità numerica britannica fino a che non si raggiunge un livello critico. E proprio nella parte di settore tenuta dal nostro fedele Ascaro inizia la storia che lo porterà ad ottenere la medaglia d’oro!
Egli sta cercando disperatamente di difendere il saliente di Debre Tabor e la sua ridotta, ma gli inglesi avanzano… ed ormai Endisciau è rimasto praticamente da solo… tutti i suoi amici, italiani ed indigeni, sono morti o gravemente feriti ed egli ormai sa che la ridotta è ormai indifendibile… ma proprio in quel momento nota che l’insegna della sua unità è caduta in terra. Egli la raccoglie e fa una solenne promessa ai suoi amici caduti: Questa insegna non cadrà in mano nemica!
Gli inglesi gli intimano la resa, ma lui per tutta risposta scarica su di loro gli ultimi colpi che ha e si mette a correre a perdifiato, con gli inglesi già gettatisi al suo inseguimento, stringendo fra le mani l’insegna della sua unità.
Riesce ad eludere la caccia inglese anche grazie ai pochissimi ascari superstiti della sua unità che, seppur gravemente feriti ed in punto di morte, gli forniscono un minimo di copertura e gli cedono i pochi viveri in loro possesso una volta venuti a conoscenza del piano del loro commilitone ed amico.
Gli inglesi occupano la ridotta, ma Endisciau gli è sfuggito!
Il suo compito però non è semplice… deve fare oltre 160 km a piedi in territorio ormai ostile (vi erano anche bande di ribelli e briganti sobillati dagli inglesi contro di noi) senza armi e munizioni e con pochi viveri per riportare lo stemma della sua unità, ma lui non si scoraggia e va avanti…
Soldato italiano e colonialeGli inglesi continuano a braccarlo e sguinzagliano varie bande di ribelli e predoni, lui le evita tutte una dopo l’altra, fino a che non viene catturato da un capo ribelle. Ma egli non si lascia allo sconforto e gli inglesi avranno una brutta sorpresa una volta arrivati dal capo ribelle in questione, scoprendo che il nostro caro Endisciau era fuggito durante la notte!
Finalmente il nostro valoroso ascaro si porta in prossimità delle posizioni di retrovia italiane, ma è proprio quando tutto sembra essere andato per il meglio che il destino colpisce con violenza… infatti il nostro povero Ascaro Endisciau non poteva sapere che l’ufficiale in comando italiano delle retrovie aveva dato ordine di prepararsi a ricevere gli inglesi, sapendo – giustamente – che prima o poi la sella Culqulaber avrebbe ceduto, dando ordine di tappezzare la zona prospiciente le sue linee con fitti e continui campi minati! Endisciau ci finisce in mezzo senza saperlo e calpesta una mina. La mina esplode e gli reca ferite gravissime… ma lui anche in questo caso non si ferma… striscia e si trascina sanguinante verso le nostre linee sempre tenendo la sua insegna fra le mani. L’esplosione, intanto, aveva allertato i soldati italiani nelle vicine trincee che si erano immediatamente messi ai posti; non appena però il comandante italiano grida il classico “Chi va la?!” , una voce flebile, ma risoluta risponde: “Italiano!”.
A quel punto, il comandate accompagnato da altri due soldati coloniali esce dalla trincea a va a soccorrere il nostro Endisciau. Ora finalmente quest’ultimo allunga il braccio e porge all’ufficiale italiano l’insegna del suo reparto ormai del tutto annientato. L’ufficiale, superato il momento attimo di confusione (e commozione) dovuto ad un evento del tutto inaspettato di questo genere, ordina che Endisciau sia immediatamente portato in infermeria e trattato con ogni favore… ma le ferite ormai sono troppo gravi e sia i medici sia Endisciau stesso sanno che purtroppo non gli resta molto tempo da vivere… interrogato dal comandante italiano sugli eventi che lo hanno portato sino a lì ed a sacrificarsi lui risponde: “Avevo fatto una promessa a me stesso ed ai miei fratelli in armi tutti… non potevo lasciare questa insegna – la nostra – al nemico! Ora so di dover morire, ma lo faccio con la pace e la felicità nel cuore, perché muoio sapendo di aver portato a termine il mio compito di buon soldato per la Grande Italia e perché so di morire nelle nostre linee, contornato dai miei fratelli italiani e non da solo in un campo nemico.”
Endisciau nota che di fronte all’entrata della sua tenda, sono molti i soldati – nazionali e coloniali, ma per lui comunque fratelli  che attendono ed ascoltano le sue parole, allora lui si rivolge a loro e con le ultime forze che gli restano afferma: “Combattete fratelli! Combattete sempre! Non arrendetevi mai! Fatelo per coloro che hanno dato la vita a Culqualber ed abbiate sempre fede fratelli… L’Italia vincerà! Perché noi Italiani abbiamo un valore mille volte superiore al nostro avversario! L’Italia vincerà…!”.
Queste le sue ultime parole… una volta dette, egli chiude gli occhi, ma ha un sorriso in volto a testimoniare la pace e la serenità finalmente raggiunte.
Il comandante, affranto, ma rinvigorito allo stesso tempo, esce dalla tenda… guarda i suoi uomini e vede nei loro occhi – esclusa una qualche lacrima – una nuova forza ed un nuovo ardore che rispecchiano esattamente l’effetto delle ultime parole di questo grande italiano che ha dato la vita per amore del suo paese e dei suoi fratelli.
Il comandate informa il comando di divisione, che informa a sua volta il comando d’armata che informa a sua volta Roma… tutti sono commossi e stupiti da questa storia!
E proprio per ordine delle massime autorità politiche e militari di Roma, il Muntaz Unatù Endisciau viene insignito con la Medaglia d’Oro al Valor militare, stabilendo così il primato di essere il primo soldato coloniale fregiato con tale decorazione, con la seguente motivazione: “Fedelissimo e valoroso graduato amara, dopo essersi rifiutato fieramente di arrendersi al nemico, in seguito alla capitolazione del ridotto avanzato di Debra Tabor, per esaurimento viveri, con pochi ascari animosi si assumeva l’incarico di raggiungere le retrostanti nostre linee di difesa di Culquaber (Km. 106) per portare in salvo il gagliardetto del proprio reparto. Superate le difficoltà e i pericoli dell’insidia ribelle, fatto successivamente prigioniero da un capo dissidente, riusciva a sfuggire alla cattura, portandosi in prossimità delle nostre posizioni. Gravemente ferito in conseguenza dello scoppio di un ordigno esplosivo, mentre attraversava una nostra zona minata, invocava l’intervento dei compagni per avere l’onore di consegnare in mani italiane la gloriosa insegna del battaglione. Trasportato all’infermeria, in condizioni gravissime, si dichiarava contento di morire entro le nostre linee. Con fierissime parole esortava i compagni a non desistere dalla lotta, esprimendo il proprio convincimento nella immancabile vittoria degli italiani, data la superiorità di valore in confronto dell’avversario. Fulgido esempio di fedeltà, fierezza, illuminato spirito di sacrificio,profondo e nobile sentimento del dovere.” — Debre Tabor – Sella Culquaber ottobre 1941.
Lui è stato il primo, ma non sarà il solo! Altri valorosi Ascari seguiranno le sue orme ed otterranno altre medaglie d’oro rendendo agli occhi della storia il R.C.T.C. come il corpo di soldati coloniali più fedele!
Ma questa misconosciuta storia è, secondo la mia umilissima opinione, doppiamente importante! Poiché ci fa riflettere su di un fatto: cosa spinse davvero quel soldato a fare tutto quello che ha fatto? Ebbene io vi dico che – sempre secondo mia umilissima opinione – è stato l’amore! Quale altro sentimento spingerebbe un uomo a fare tutto questo? L’amore per quello che lui considerava il suo paese – l’Italia -, che non aveva nemmeno mai visto, per i suoi amici e fratelli in armi che si erano sacrificati al suo fianco negli scontri di Culqualber e per tutti gli altri che ancora combattevano ed avrebbero combattuto per assicurare un futuro vittorioso alla nostra amata Patria ed a tutti quelli che sarebbero venuti dopo… e si, cari signori, per “coloro che sarebbero venuti dopo” intendo anche noi, oggi!
E qui allora a me sorge una domanda: se è vero che gli italiani sono stati solo violenti colonizzatori imperialisti come ormai cultura storica afferma… come mai abbiamo avuto uomini e soldati coloniali come Unatù Endisciau pronti al massimo sacrificio per noi? A tutti voi lettori di questo articolo lascio decidere la risposta.
Una cosa però, concludendo, la vorrei dire. Noi tutti si dovrebbe sempre onorare e ricordare con grande sentimento questi valorosi nostri combattenti! Poiché essi fanno parte della nostra storia e quindi fanno parte del nostro patrimonio!
A lui quindi, come a tutti i nostri combattenti di ieri, oggi e domani vanno i miei più vivi sentimenti di rispetto ed onore, sperando che il loro esempio ci aiuti ad essere cittadini ed italiani sempre migliori!
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di Leonardo Sunseri

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