Afrika Hart… Africa finalmente

LIBRO “Afrika Hart… Africa finalmente” di Fabio Pistone, Bolis Edizioni

Prefazione di Paolo Sensini
Afrika Hart... Africa finalmente_PistoneSono trascorsi esattamente cinquant’anni dal fatidico ’68, l’anno che ha “sconvolto il mondo”, com’è stato pomposamente descritto in tante pubblicazioni. Un traguardo di tempo che, se trasposto sul piano matrimoniale, viene festeggiato con le proverbiali nozze d’oro. Ma è anche una sequenza storica che ha portato notevoli cambiamenti a livello globale. E che ora, rebus sic stantibus, ci impone di trarne un bilancio storico. Lo vediamo bene oggi, quando l’Europa è in una profonda fase di trasformazione e, giorno dopo giorno, masse enormi di individui provenienti dai Paesi del Terzo Mondo prendono d’assalto le nostre coste meridionali. Capita dunque al momento opportuno la pubblicazione di questo resoconto di storia vissuta da Fabio Pistone, il quale ci restituisce in maniera diretta ciò che ha visto di persona in taluni continenti dove ha trascorso lunghi anni della sua esistenza. Così, mentre una generazione uscita dalla contestazione studentesca si accingeva a dare “l’assalto al cielo” a un sistema che, bene o male, rappresentava il punto d’arrivo di un’intera civiltà, l’autore di queste pagine era invece mosso dal desiderio di portare il suo contributo al miglioramento delle condizioni di vita in mondi lontani e sconosciuti. Non con le parole, ma con fatti concreti. Ed è proprio in questa narrazione genuina ma intessuta della propria esperienza personale che si ritrovano osservazioni di notevole interesse. Osservazioni che, diciamocelo con franchezza, una pubblicistica ossequiosa e prona ai dogmi del “politicamente corretto” rende manifeste con grandi difficoltà. Basti solo dire, come riconosce Pistone a proposito della sua esperienza saudita, «che con gli arabi non è facile trattare. I sudafricani valutano il prossimo in base al colore, bianchi e neri, e qui noi abbiamo la fortuna di essere del colore giusto, invece gli arabi valutano in base alla religione: fedeli o infedeli, e in casa loro noi siamo della fede sbagliata».
Per questo, aggiunge l’autore, «ogni tentativo di scambiare due parole veniva regolarmente frustrato. Era una società chiusa. Non c’erano cinema né luoghi pubblici. Gli unici punti di ritrovo, e solo per i maschi, erano le fumerie d’oppio». Un mondo, dunque, in cui «o sei dentro o fuori. O fai parte del loro sistema politico-religioso, o sei escluso». Sono frasi dure, ma nella loro crudezza fotografano un mondo che il circo mediatico non vuole rendere noto all’opinione pubblica. Cosa assai più grave e allarmante tenendo presente che, al giorno d’oggi, stanno formandosi in Europa enclave islamiche sempre più numerose e agguerrite. Oppure ancora, tanto per sfatare dei luoghi comuni che vorrebbero condannare tutto un periodo gettandolo in blocco nella “pattumiera della storia”, quando durante il suo lungo soggiorno in Somalia l’autore notava «dappertutto strade carrabili antiche e recenti costruite dagli italiani, oltre a opere del periodo coloniale del secolo precedente. C’erano ponti ancora in uso e perfettamente agibili, e pozzi, che rimanevano l’unica fonte di acqua potabile per la popolazione e per gli animali. Quelli da cui attingevano l’acqua ad Afgoi recavano scritte italiane, quindi risalivano a circa cento anni prima. Da allora nessuno ne aveva costruito altri. E anche in questo era evidente la differenza tra il comportamento delle altre nazioni, che hanno sfruttato il terreno e le popolazioni indigene, e l’operato degli italiani, che hanno portato civiltà e cultura».
Chi conosce la letteratura mainstream è al corrente che determinate prese di posizione non sono molto gradite, anzi non lo sono per nulla, e dunque che di alcuni frangenti passati bisogna dibattere solo con “certi” toni. Ma la storia ha tante sfumature, quindi ben venga chi ha il coraggio e l’onestà intellettuale, sia pure nello spazio di un racconto, di descriverla nella sua giusta tinteggiatura. La cosa che tuttavia più colpisce dalla lettura di queste pagine, è lo scoramento per le continue occasioni mancate da intere generazioni di africani per far rinascere il proprio continente: «Mi addolora – osserva l’autore a proposito dell’esodo migratorio di intere popolazioni verso l’Europa – pensare che vengono volontariamente a fare gli schiavi, invece di chiedere, a chi può farlo, di aiutarli nella loro terra a costruire il loro paese».
Anche perché parliamo di un continente ricchissimo di materie prime e ogni altro ben di dio, ma dove la gente muore di fame o fugge per l’incapacità di utilizzare ciò che la natura gli ha così generosamente donato. Ma vi è anche quella parte di mondo che, lo sappiamo bene, sulla devastazione di questo continente ha costruito immani fortune e non ha alcuna intenzione che esso si affranchi dalle servitù in cui langue da secoli.
Non tutti, però, si sono mossi con questo spirito: «Noi italiani – puntualizza Pistone – avevamo dato le nostre forze migliori, e avevamo affrontato pericoli anche mortali, per contribuire al benessere dell’Africa e per lasciare alle nuove generazioni le risorse e le strutture necessarie a una vita autonoma e dignitosa, ma era evidente che gli interessi prevalenti in Occidente spingevano verso la disgregazione dell’Africa, destinata a diventare il terreno su cui trasferire i conflitti delle grandi potenze. Così, dopo anni di rivoluzioni e di guerra, i giovani avevano imparato a maneggiare il fucile per distruggere, e non sapevano più usare gli strumenti per costruire».
È un copione che vediamo oggi più che mai all’opera, dopo le devastazioni procurate dalle cosiddette “Primavere arabe” che hanno demolito interi Paesi. Parliamo ovviamente della Libia, ma il discorso può estendersi a molti altri contesti tuttora lacerati da guerre intestine e fatti piombare nel caos totale. Rimane tuttavia impresso nella mente, per chi ha potuto godere in tempi lontani di quegli straordinari spettacoli della natura, «il respiro dell’oceano e il suono del vento. Un universo vivo, come mai me lo ero immaginato. Avrei voluto trattenerne almeno una particella, per ricordarmi che era reale». E oggi, a tanta distanza da quei giorni, ce n’è più bisogno che mai.
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Fabio PistoneL’AUTORE
Fabio Pistone, nato a Milano il 1 gennaio 1948. Ha dedicato gran parte della sua vita alla costruzione di grandi opere in Italia e all’estero. In Africa, in Arabia Saudita, in Giamaica, in Albania e in Polonia ha collaborato alla costruzione di strade e ponti, terminali petroliferi, centrali idroelettriche, infrastrutture per attività agrarie e industriali. Attualmente si occupa di consulenza import-export in Italia e in Brasile.
 
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