Sulla nostra pelle e sul nostro suolo

La crisi diplomatica tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar sta avendo profonde ripercussioni sul quadro politico del Corno d’Africa in generale e della Somalia in particolare. Lo stretto legame tra vicende del Golfo e politica interna somala è una cartina di tornasole del ruolo sempre più importante degli attori arabi nella gerarchia dei donatori di Mogadiscio, ma apre scenari imprevedibili sul processo di consolidamento del nuovo apparato di sicurezza e sulla ristrutturazione dei rapporti centro-periferia sotto la presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed.

All’indomani dell’embargo decretato da Arabia Saudita e EAU contro lo stato del Qatar, le due monarchie del Golfo hanno immediatamente chiesto ai loro partner arabi e africani di assumere una posizione di condanna nei confronti di Doha. La reazione dei Paesi del Corno d’Africa è stata per molti versi una funzione della proiezione diplomatica e finanziaria di Riad e Abu Dhabi nella regione: Eritrea, Gibuti e la repubblica separatista del Somaliland hanno preso le parti delle due potenze del Golfo, mentre Etiopia e Somalia hanno mantenuto una posizione più equidistante e abbracciato il tentativo di mediazione del Kuwait.
Questa ripartizione di schieramenti riflette la mappa degli accordi di cooperazione militare stipulati da Arabia Saudita e EAU nel corso degli ultimi mesi: l’Eritrea ospita sin dal 2015 una base militare degli EAU ad Assab; Gibuti è in fase avanzata di trattative con Riad per ospitare sul proprio territorio una nuova installazione militare saudita; il Somaliland, invece, ha recentemente finalizzato un accordo per la costruzione di un’altra base militare a Berbera, dove le forze armate degli EAU avranno accesso esclusivo alle infrastrutture aeroportuali.
La postura dell’Etiopia è a sua volta conseguenza dell’attivismo dei due Paesi arabi nella regione. In linea di principio, Addis Abeba era uno dei principali candidati ad abbracciare la linea inquisitoria di Riad e Abu Dhabi contro le relazioni trasversali del Qatar e l’operato della sua industria televisiva. Nel 2008, il governo etiopico aveva rotto le relazioni con Doha in ragione dei legami tra l’Emirato e alcune fazioni islamiste radicali somale, nonchè per l’ampia copertura mediatica data da Al Jazeera all’insurrezione nella provincia orientale a maggioranza somala dell’Ogaden. Negli ultimi due anni, tuttavia, la geometria degli allineamenti regionali è profondamente cambiata. Il governo etiopico ha accolto con irritazione la decisione di EAU e Arabia Saudita di fornire assistenza finanziaria ad Asmara in cambio dell’affitto della base di Assab, di fatto rompendo lo stato d’isolamento cui l’Eritrea era sottoposta in seguito alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza. Le tensioni con Abu Dhabi sono aumentate a Maggio con il perfezionamento della concessione militare su Berbera: la base, infatti, è percepita in alcuni ambienti etiopici come un possibile punto d’ingresso per forze ostili, in primis quell’Egitto oggi saldamente schierato nel campo saudita ma diviso da Addis Abeba dalla questione del Nilo.
Gli allineamenti tra le due sponde di Mar Rosso e Golfo di Aden non corrispondono alla geometria delle alleanze su scala regionale, ma anzi la sfidano generando situazioni di tensione. All’indomani del comunicato con cui l’Eritrea salutava con soddisfazione l’iniziativa saudita, il Qatar ha ritirato il contingente d’interposizione schierato sin dal 2010 lungo il confine tra Eritrea e Gibuti, innescando la pronta occupazione dei territori evacuati da parte dell’esercito di Asmara. La mossa dell’Eritrea ha immediatamente provocato la reazione di condanna di Gibuti: dopo aver minacciato il ricorso alle armi per riconquistare le posizioni perdute, l’ex colonia francese ha chiesto l’intervento dell’Unione Africana (UA) sotto forma di una nuova missione di interposizione. Le tensioni bilaterali hanno investito l’Etiopia, che ha mobilitato parte delle truppe schierate lungo il confine settentrionale spostandole in direzione di Gibuti per tutelarne il fianco sud-occidentale. Sebbene l’Eritrea abbia dichiarato di non voler aprire alcun fronte di guerra ma abbia anzi invocato il ritorno della missione del Qatar, la memoria degli scontri dell’estate 2016 tra Etiopia ed Eritrea è un monito di come le tensioni politiche tra capitali possano rapidamente tradursi in rovesci militari alla frontiera.
Come si sà al pari dell’Etiopia, anche la Somalia si era defilata l’anno scorso dall’offensiva diplomatica anti-qatariota, ma, contrariamente ad Addis Abeba, il diniego non è stato indolore nè limitato a comunicati di circostanza. Secondo alcune emittenti, Mogadiscio avrebbe rifiutato un’offerta saudita di aiuti per 80 milioni di dollari, corrispondenti a quasi l’80% del bilancio federale. Nei giorni successivi il governo somalo ha ulteriormente definito la propria posizione diplomatica, offrendo la disponibilità del proprio spazio aereo ai velivoli di Qatar Airways e consentendo così alla compagnia di aggirare la chiusura dei confini con i Paesi vicini.
La netta scelta di campo di Mogadiscio è in parte il risultato dei saldi rapporti tra governo federale somalo, Qatar e Turchia. Il governo turco ha potuto far valere i dividendi degli ingenti investimenti effettuati nella ricostruzione di Mogadiscio: in primis, l’ammodernamento del porto e dell’aeroporto, oggi gestiti da compagnie turche. Il rapporto privilegiato con le istituzioni federali è stato confermato dalla visita del presidente Mohamed Abhullahi Mohamed ad Ankara in Aprile e dall’annuncio dell’apertura di una base militare turca a Mogadiscio, dove un contingente di circa 300 soldati fornirà addestramento alle forze armate somale. Il medesimo discorso è valido per l’Emiro del Qatar, tra i principali finanziatori della campagna elettorale 2017 di Mohamed Abdullahi Mohamed. L’amicizia tra l’attuale governo somalo e Doha è stata ribadita a inizio giugno dell’anno passato con la nomina a capo dello staff presidenziale dell’ex giornalista di Al Jazeera Fahad Yasin, considerato molto vicino all’establishment qatariota.
A pesare in misura altrettanto decisiva sulla posizione ufficiale della Somalia sono stati i rapporti burrascosi tra il nuovo governo federale insediatosi all’inizio del 2017 e gli EAU. Le tensioni bilaterali sono state inizialmente alimentate dal sostegno di Abu Dhabi all’altro principale candidato allo scranno presidenziale, l’ex presidente Sheikh Mohamud, ma sono poi sfociate in crisi diplomatica e richiamo dell’ambasciatore a marzo 2017, in seguito all’annuncio dell’accordo tra Emirati e la repubblica separatista del Somaliland per la costruzione di una base militare e uno scalo merci a Berbera, la città portuale reclamata da Mogadiscio come parte integrante del proprio territorio nazionale.
La politica seguita dagli EAU e dalla compagnia parastatale DP World in Somalia negli ultimi mesi ha, di fatto, elevato Abu Dhabi a nemesi del progetto nazionalista della nuova presidenza federale. Se la politica di aiuti della Turchia si è concentrata principalmente su Mogadiscio, gli Emirati hanno invece privilegiato una direttrice d’azione diffusa, stringendo rapporti preferenziali con le varie amministrazioni regionali somale. Il caso del Somaliland è soltanto parte di un disegno strategico più ampio: nel Puntland, Abu Dhabi ha finanziato sin dal 2012 il bilancio del Puntland Intelligence Agency (PIA), un corpo armato alle dirette dipendenze della presidenza regionale. Negli ultimi due anni gli EAU hanno inoltre fornito equipaggiamento e addestramento tramite la compagnia militare privata Sterling Corporate Service di Erik Prince al Puntland Maritime Service (PMS), un corpo di guardia costiera di stanza a Bosaso.
Quest’ultima scelta non è stata casuale: la città portuale nella Somalia nord-orientale è stata poche settimane fa selezionata come sede di un futuro scalo merci di DP World, in seguito ad un accordo con l’amministrazione puntina che ha relegato a Mogadiscio al ruolo di spettatore.
Tanto nel caso del Somaliland che in quello del Puntland, è difficile tracciare una netta linea di separazione tra la dimensione politica di tali accordi e quella economica. Se, nel caso del Puntland, il sostegno inter-governativo al PIA e al PMS ha facilitato l’ottenimento della concessione di DP World su Bosaso, l’ipotesi d’affitto trentennale della base militare di Berbera non sarebbe stata realizzabile senza il parallelo impegno della compagnia di bandiera emiratina a costruire un nuovo porto e intraprendere un ambizioso programma di sviluppo infrastrutturale nell’area circostante. Queste conclusioni sono state confermate dallo stesso Ministro per gli Affari Esteri del Somaliland, Saad Ali Shire. Inizialmente tra i principali oppositori alla costruzione della base militare per timore delle ripercussioni diplomatiche sul rapporto con l’Etiopia, Shire ha recentemente motivato il suo cambio di rotta alla luce delle ricadute economiche dell’investimento di DP World su Berbera.
La strategia d’investimento di DP World segue direttrici che vanno oltre la mera logica del profitto, ma si inserisce all’interno di un disegno politico volto a influenzare i rapporti di forza tra centro e periferie all’interno dello Stato somalo. Non a caso, questo modus operandi è stato interpretato da Mogadiscio come un attentato alle prerogative del governo centrale in un momento cruciale quale quello attuale, mentre sono in corso negoziati tra istituzioni federali e regionali sulla distribuzione delle future forze armate e la ripartizione delle competenze in materia fiscale e di sfruttamento delle risorse del sottosuolo.
Le tensioni tra governo federale e amministrazioni regionali rispetto alla gestione dei flussi finanziari dagli EAU si sono manifestate chiaramente all’indomani della decisione di Mohamed Abdullahi Mohamed di respingere l’offerta saudita e sostenere il Qatar. La scelta di Mogadiscio, infatti, ha provocato accese reazioni tra le elite degli stati regionali che intrattengono relazioni preferenziali con Abu Dhabi. L’ex presidente del Puntland ed ex candidato alla presidenza federale, Abdirahman Farole, non ha esitato a intervenire pubblicamente per denunciare l’errore strategico della presidenza federale e chiedere la piena adesione alla causa saudita. La posizione di Farole è speculare a quella di un altro importante esponente della politica del Puntland, il senatore e capo del comitato Affari Esteri e Investimenti del Senato Abdirazaq Osman Hasan, detto “Jurile”. Secondo quest’ultimo, gli interessi della Somalia sarebbero inestricabilmente legati a quella di Riad e Abu Dhabi, dato il peso del mercato saudita per le esportazioni di bestiame e l’importanza degli aiuti degli EAU per l’economia nazionale. La posizione dei due parlamentari è stata ripresa da alcune emittenti web puntine che non hanno esitato a riportare, tra i titoli di testa, i sospetti legami tra Doha e i gruppi terroristi d’orientamento islamista operanti in Somalia.
Le politica di corteggiamento delle elite regionali somale da parte degli EAU ha conosciuto un’ulteriore accelerazione all’indomani del rifiuto del governo federale a rompere i rapporti con il Qatar. Il 12 giugno 2017, il presidente dello stato regionale di South West Hassan Sheikh Adan è stato segnalato in visita ufficiale ad Abu Dhabi, ufficialmente allo scopo di discutere con DP World sul progetto di costruzione di un altro scalo merci DP World nella cittadina costiera di Barawe, circa 200 chilometri a sud di Mogadiscio. Agli inizi di luglio 2017, una delegazione emiratina si è poi recata in Somaliland per mettere la firma definitiva sul progetto DP World-Berbera e la relativa base militare.
Anche per il porto di Brava valgono le osservazioni fatte in precedenza sul nesso causale tra investimenti diretti esteri di DP World e riconfigurazione dei rapporti centro-periferia all’interno dello spazio somalo. Pochi giorni dopo la visita di Hassan Sheikh Adan ad Abu Dhabi, un’altra compagnia di sicurezza privata guidata da Erik Prince – la Frontier Service Group – ha annunciato la firma di un accordo di collaborazione con lo stato di Sud-Ovest Somalia per la fornitura di servizi logistici e di sicurezza a protezione della futura Zona di Libero Scambio di Brava. Così come nel caso del Puntland, la leva degli EAU consentirà all’elite regionale del Sud-Ovest Somalia di avere accesso ad aiuti militari in maniera indipendente da Mogadiscio, sfidando la presunta supremazia del governo federale nella gestione dei rapporti con l’estero e nell’esercizio della forza armata all’interno dei confini nazionali.
Possibili conseguenze della crisi del Golfo sull’agenda politica del governo federale.
La perdurante dipendenza del bilancio del governo federale dagli aiuti finanziari esteri fa sì che l’agenda politica di Mogadiscio e la sua capacità di indirizzare il processo di pace in patria sia strettamente legata allo stato di salute dei rapporti diplomatici con i partner internazionali. Per questo motivo, i futuri sviluppi delle relazioni tra Somalia e Paesi del Golfo saranno dirimenti per il destino della presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed.
Nell’ambito degli aiuti non militari, le monarchie del Golfo occupano un posto importante ma non fondamentale: la gerarchia dei donatori continua, infatti, a essere guidata dai Paesi occidentali, con la Gran Bretagna che si posiziona al secondo posto dopo la Commissione Europea e prima degli Stati Uniti. Un eventuale peggioramento delle relazioni con EAU e Arabia Saudita non sarebbe tuttavia privo di conseguenze, visto che ad oggi Riad è uno dei principali donatori in termini di contributi diretti al bilancio corrente dello stato. Gli stessi EAU, secondo stime del Ministero Affari Esteri di Abu Dhabi non confermate dalla controparte somala, avrebbero fornito circa 45 milioni di dollari di aiuti non militari tramite canali pubblici e privati nel solo 2015. Un’eventuale stretta sugli aiuti di sauditi e Emirati potrebbe comunque essere colmata nel breve termine da Turchia e Qatar. Ankara è, insieme a Riad e alla Banca Mondiale, il primo partner per donazioni dirette al bilancio del governo federale. L’Emiro Al Thani, da parte sua, ha promesso di aumentare il sostegno finanziario alle istituzioni federali in occasione di un incontro a fine di maggio 2017 con il Presidente federale somalo. È, piuttosto, nel settore della sicurezza che la crisi del Golfo potrebbe avere ripercussioni concrete. A oggi, sebbene la quasi totalità della spesa pubblica sia assorbita dal mantenimento dell’esercito, il bilancio delle forze armate rimane in larga misura dipendente dall’assistenza finanziaria dei donatori internazionali, che integrano il salario dei militari attraverso un sistema di pagamento parallelo ai canali governativi. Se Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna provvedono ai salari di circa 13.000 soldati e 8.000 membri delle forze di polizia, gli EAU sostengono i costi dei circa 10.000 militari dislocati nelle regioni del Galmudug e Medio-Basso Scebeli. La riduzione dell’esposizione degli Emirati avrebbe ripercussioni immediate sull’unità delle forze armate e il loro grado di fedeltà agli ordini provenienti da Mogadiscio, soprattutto alla luce dell’assodata incapacità del governo federale di far fronte ai propri impegni finanziari: nel 2015, gli arretrati dovuti a funzionari pubblici e forze armate ammontavano ancora a 65 milioni di dollari, ovvero più del 50% del bilancio complessivo dello stato. I ripetuti casi di proteste e posti di blocco inscenati nelle strade della capitale nella prima metà del 2017 da singoli contingenti delle SNA che chiedevano la liquidazione degli stipendi dovuti, così come gli scontri del Giugno 2017 tra unità dell’esercito che si contendevano il diritto di pedaggio sugli aiuti umanitari nei pressi di Baidoa, sono una prova evidente della precarietà delle gerarchie di comando all’interno della SNA.
La via maestra individuata dalla nuova presidenza per ridurre la dipendenza del governo federale dagli aiuti internazionali è quella di aumentare la capacità di mobilitazione interna delle risorse. I dati degli ultimi anni, però, non sono confortanti: la spesa pubblica del governo federale è passata dai 35 milioni di dollari del 2012 ai 135 milioni del 2015, ma a fronte di entrate per soli 114 milioni di dollari. Le voci del bilancio somalo indicano inoltre l’estrema difficoltà a riscuotere tasse dalle attività produttive sul territorio. Nel 2015, le tariffe sull’import-export contavano per il 62% delle entrate totali, mentre i proventi derivanti dall’affitto del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio alle concessionarie turche coprivano un altro 28% del consuntivo. Gli importi da tasse sul reddito di persone fisiche e giuridiche, invece, ammontavano a un risibile 1,5%. In una situazione di pressochè totale dipendenza dal sistema economico internazionale, consolidare il controllo sugli snodi infrastrutturali che canalizzano gli scambi commerciali con l’estero è una delle priorità di politica economica del governo federale. Per questo motivo, la decisione degli EAU di incentivare Zone di Libero Scambio alternative a Mogadiscio, per di più attraverso accordi indipendenti con le singole amministrazioni regionali, non viene percepita solo come una sfida astratta alla sovranità del governo centrale, ma come un atto ostile nei confronti delle istituzioni federali e dei fautori del nazionalismo somalo.
Il consolidamento dell’asse di politica estera con il Qatar trova invece un suo riflesso di politica interna nel tentativo di riconciliazione nazionale portato avanti da Mohamed Abdullahi Mohamed nei confronti delle fazioni più nazionaliste dell’Al Shabaab. Doha ha intrattenuto stretti legami con l’opposizione islamista alle istituzioni transitorie sin dal 2006, anno dell’ascesa al potere delle Corti Islamiche. Tra i principali facilitatori dei negoziati per la formazione del cartello d’opposizione Alliance for Re-liberation of Somalia (ARS), il Qatar si spese attivamente per l’allargamento del governo transitorio a figure di spicco dell’insorgenza islamista come l’allora leader di Hizbul Islam Hassan Dahir Aweys, per poi consolidare gradualmente il rapporto con il nuovo presidente federale Sheikh Mohamud dopo il 2013.
I rapporti tra Doha e l’opposizione islamista si sposano con la politica di amnistia avanzata da Mohamed Abdullahi Mohamed nei confronti dei combattenti dell’Al Shabaab che decidano di deporre le armi: una strategia che, negli ultimi tempi, ha favorito la resa di alcuni alti ufficiali del movimenti islamista. Soprattutto, l’apertura all’opposizione sembrerebbe aver posto le basi per la fine della lotta armata da parte della fazione di Mukhtar Robow, ex portavoce del movimento poi entrato in collisione con l’allora leader Ahmed “Godane”. Robow è stato escluso dalla lista dei ricercati del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti il 23 Giugno dietro pressioni di Mogadiscio: una mossa che avrebbe allertato altre fazioni dell’Al Shabaab preoccupate dall’imminenza di una defezione, inducendo il comando delle forze armate somale nel Bay e Bakool a dispiegare un contingente delle SNA nelle vicinanze della roccaforte di Robow a Hudur per proteggerlo da eventuale “fuoco amico”.
La resa di Robow avrebbe un alto significato simbolico e militare per il Presidente Abdullahi Mohamed, poichè certificherebbe il successo della sua strategia di contro-insorgenza. Soprattutto, consentirebbe al governo federale di pacificare parte dell’entroterra nella Somalia centrale, dove Robow mantiene una forte aura di legittimità grazie al suo excursus politico e all’influenza esercitata per il tramite del suo clan.

Fonte Difesa.it

di © Abdullahi Elmi Shurie – Tutti i diritti riservati

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