Il possedimento di Saseno, il territorio più piccolo e più vicino

Saseno è una piccola isola che sorge all’imbocco della baia di Valona, distante tre miglia marine da Capo Linguetta, lunga circa 4,25 chilometri e larga 2,7. La sua superficie è di soli 5,70 kmq, cioè 12 volte la città del Vaticano. E’ totalmente montuosa e ricoperta da macchia mediterranea; ha coste e spiagge pittoresche e frastagliate e il clima è mite.
Sarebbe un piccolo paradiso se non fosse che manca totalmente d’acqua e, per tale ragione, è sempre rimasta disabitata e frequentata solo dai pescatori che nell’insenatura di San Nicolò trovavano un rifugio in caso di maltempo o un luogo tranquillo per compiere qualche lavoro alle imbarcazioni o alle reti.
Fu in passato veneziana e fra ‘800 e ‘900, dopo alterne vicende, nonostante la lontananza dalle altre isole jonie, fu rivendicata e occupata dalla Grecia che però ritirò il piccolo presidio cedendola all’Albania quando questa divenne indipendente.

Non diversamente dalle isole dell’Egeo, Saseno non era una colonia, ma un “possedimento” italiano e dipendeva dal Ministero degli Esteri. Era una dipendenza solo in astratto perché mancavano tutti gli elementi che a livello internazionale caratterizzano un qualsiasi territorio: niente popolazione, niente economia, niente governo, niente bilancio.
Vi sorgeva infatti, unicamente, una base della Regia Marina e il relativo Ministero provvedeva al personale che vi era destinato, alle installazioni ed alla logistica, ma non aveva alcuna delega politica per l’amministrazione civile, ammesso che vi fosse qualche necessità di questo tipo da affrontare al di fuori della gestione militare.
Qualche fonte afferma che l’isola facesse parte del lontano comune dell’isola di Lagosta della provincia di Zara che, dopo il 1941, passò all’effimera provincia di Spalato, ma questo non risulta da nessun documento ufficiale mentre per l’amministrazione postale era compreso nella Direzione provinciale di Lecce.
Potremmo dire con un pizzico di ironia che nessuno sapeva cosa fosse esattamente Saseno.
Si sapeva invece benissimo perché era diventata italiana e perché il nostro paese mantenesse su di essa la sovranità.
A fine 1914 l’Italia aveva occupato Saseno insieme alla zona di Valona lasciando sull’isola un presidio di 5 ufficiali, 18 sottufficiali e 153 marinai: anche se il nostro paese era ancora neutrale, il primo conflitto mondiale era già scoppiato e non si poteva ignorare l’importanza strategica che avrebbe avuto l’Albania al momento in cui saremmo entrati in guerra, prospettiva prevista e inevitabile.
I fatti ci diedero ragione.

Dopo il 1918, in base agli accordi con i paesi alleati presi fin dal 1915, l’Italia avrebbe dovuto avere la piena sovranità su tutta la zona di Valona: questo non avvenne sia per l’opposizione interna che per quella albanese, ma ci fu concesso di mantenere l’isola di Saseno che era considerata come l’irrinunciabile punto chiave per il controllo dell’Adriatico e dell’alto Jonio: distante dalla Puglia poco più di 40 miglia e visibile da questa ad occhio nudo, ci permetteva di avere una “sentinella” sull’opposta sponda del canale d’Otranto che all’occorrenza dava la possibilità di bloccarlo: Albania, Grecia e soprattutto Jugoslavia erano vicini inquieti che, come si dice oggi, andavano continuamente monitorati.
Venne costituito un Comando Marina Saseno retto da un Capitano di fregata e fu costruito un vero e proprio porto a San Nicolò con una banchina lunga 250 metri.
La vita scorreva piuttosto tranquilla per il presidio che consisteva in 2-300 uomini, scandita dagli arrivi e dalle partenze settimanali del traghetto per Brindisi e della nave cisterna della Marina che portava l’acqua; i marinai avevano un cinema e si svagavano anche con la caccia ai conigli inselvatichiti, numerosissimi, e la pesca che permettevano apprezzati miglioramenti del rancio. All’isola faceva scalo anche la linea di navigazione da Venezia all’Egeo.

Le funzioni più importanti di Saseno erano quelle di stazione radio per il controllo del traffico in Adriatico e di “spia” di quanto succedeva nei vicinissimi Balcani: dal punto di vista militare non aveva alcuna capacità offensiva e al massimo, fino agli anni ’20, vi stazionava a turno una torpediniera.
Come abbiamo già detto Saseno non aveva una popolazione civile in senso stretto, ma erano ammessi di familiari degli ufficiali e dei sottufficiali del presidio e, come avviene in tutte le località di questo tipo, l’amministrazione militare forniva loro tutto il necessario: alloggi e scuole nonché assistenza sanitaria e spirituale prestata dai medici e dai cappellani militari.

Funzionava anche un servizio postale e telegrafico e nel 1923 per l’isola furono emessi speciali francobolli. La tariffa era quella italiana.
Con l’occupazione dell’Albania nel 1939 e il successivo scoppio della seconda guerra mondiale il Comando Marina fu trasferito a Valona e l’isola fu fortificata: vennero installate batterie antiaeree, posti di osservazione e molte strade di collegamento, ma non fu coinvolta in nessun fatto bellico particolare.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il presidio, composto da 1200 uomini agli ordini del Capitano di corvetta Domenico Vigliotta, evacuò ordinatamente l’isola e a bordo di 19 piccole imbarcazioni raggiunse Brindisi indisturbato. Saseno fu immediatamente occupata dai tedeschi e nell’ottobre 1944 dai partigiani albanesi. E qui comincia la sua seconda vita.

L’Albania si appropriò di tutte le infrastrutture militari lasciate dagli italiani e Saseno accrebbe nel tempo la sua importanza strategica perché era la difesa avanzata di Pasha Liman, la località situata in fondo al golfo di Valona dove era stata realizzata la principale base della marina albanese, equipaggiata prima dai sovietici e poi dai cinesi, tanto che il presidio arrivò a consistere in oltre tremila uomini e il territorio fu disseminato di batterie e di migliaia di bunker in cemento armato. Per i militari e le loro famiglie venne costruita a sud di San Nicolò una cittadina composta dai massicci e disadorni edifici classici dell’architettura comunista. Se non erano belli almeno erano ampi e moderni e, unitamente a vari altri vantaggi, permettevano a chi vi era destinato di compensare l’isolamento con comodità e abbondanza di beni di consumo sconosciuti a chi viveva nel resto del paese.

Dopo la fine del comunismo le strutture furono abbandonate a un lento degrado, salvo un parziale ripristino quando, a partire dal 1998, vi fu insediata una base della Marina Militare italiana frequentata dalle navi del 28° Gruppo Navale e dalle motovedette della 5^ Squadriglia della Guardia Costiera nel quadro degli aiuti forniti all’Albania e, in questo caso, specificatamente per arginare l’emigrazione clandestina e la lotta al contrabbando e così l’isola rivide il tricolore e le divise italiane.
Cessato anche questo periodo di emergenza dal 2010 l’isola è diventata parte del Parco Nazionale di Karaburun-Saseno e la sua natura e le spiagge incontaminate stanno cominciando ad attirare i turisti anche se l’afflusso è piuttosto limitato e selezionato mancando attrezzature ricettive e insediamenti residenziali poiché si è rinunciato a realizzare certi faraonici progetti che prevedevano alberghi e casinò.
Almeno per ora.

di Guglielmo Evangelista

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