7 dicembre 1923 – Il Quadrumviro de Vecchi nuovo Governatore della Somalia italiana

Il Quadrumviro Cesare Maria de Vecchi fu nominato governatore della Somalia italiana nell’ottobre 1923, come successore del Commendatore Carlo Riveri. Partì per la Somalia il 14 Novembre 1923 da Torino e, passando per Roma, raggiunse Napoli dove si imbarcò sul piroscafo “Milano”.

Il testo dell’articolo è estratto dal libro “Dubat – Gli Arditi somali all’alba dell’Impero fascista” di Alberto Alpozzi, prefazione Mario Mori, Eclettica Ed.

«[…] la sera del 7 Dicembre, sotto il dayr, le piogge dell’ultimo Monsone, diede fondo alle ancore nella rada di Mogadiscio.
L’8 Dicembre 1923, sotto il sole africano, sbarcava a Mogadiscio il Quadrumviro Cesare Maria de Vecchi, settimo governatore della Somalia, la più remota e meno conosciuta colonia italiana. Primo governatore fascista. Vi rimarrà per 5 anni.
“A terra era ricevuto da tutto il corpo dei dipendenti dello Stato. In Dogana montò un cavallo grigio, sellato con la sua sella estratta dal bagaglio la sera prima, con la bardatura di gala all’antica con le Cifre Reali, filetto e martingala neri con fregi di bronzo dorato. Passò in rivista gli ascari del presidio, schierati su quello che allora si chiamava “Viale Cerrina” (poi “Vittorio Emanuele III” o “Viale del Re”), in onore del Governatore Giovanni Cerrina Feroni che fu in Somalia dal 1916 al 1919, che tagliava Mogadiscio dal mare alla duna ad est Scingani e i Rer Magno, ad ovest Amaruini, al centro, a cavallo di quel viale, il quartiere di governo”.

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Raggiunto il Palazzo radunò tutti i funzionari coloniali per un discorso che terminò con queste parole: “Da quando ho l’uso della ragione e più che mai da quando servo lo Stato, sono preso da una pena che non so vincere. Quella di constatare che la giornata è composta di sole ventiquattro ore. Ne ho sempre cercata una venticinquesima per poter lavorare anche in quella. Ritengo che lor signori concordino con me nella necessità della stessa ricerca anche in questi paesi, sempre quando apparisca necessaria alla comune fatica dopo di avervi dedicate le altre ventiquattro. Se qualcuno non ritenesse di convenirne potrebbe fin d’ora essere sicuro a sua volta di non convenire a me”.
Ancora in Italia aveva emesso il primo decreto che vietava nel territorio della Colonia le riunioni massoniche, seguito dal rimpatrio tempestivo di alcuni funzionari coloniali, che poco gradirono l’intrusione del Quadrumviro. “Ciò significò, nell’ambito delle cariche governative, un vero e proprio risanamento e rinovellamento di persone e più ancora di mentalità e di metodi”.
Seguì la sfilata nel cortile del Palazzo, per ordine di cabila, dei somali che resero omaggio al nuovo Governatore. Dal balcone, con un gesto, si guadagnò il soprannome ancora oggi ricordato a Mogadiscio di “Abu Sef”, il padre della spada. Sguainò la daga romana, quel dono dei fascisti di Torino, e la alzò al cielo. Il gesto venne interpretato come garanzia di forza e giustizia».

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Anthony Mockler ne “Il mito dell’Impero” (Rizzoli, Milano, 1977), a proposito dei cinque anni di governo del primo governatore fascista della Somalia scrivsse: «de Vecchi deve essere stato più intelligente e più abile di quanto si pensava poiché per la fine del suo mandato aveva raggiunto tutti i suoi obiettivi […] Quando il de Vecchi se ne andò, poco prima della firma del trattato di amicizia con l’Etiopia nel 1928, lasciò dietro di sé una colonia modello. Era stato particolarmente abile a ristrutturare le forze armate sia quelle regolari che quelle irregolari».

Oppure Aldo A. Mola in “Il Parlamento Italiano 1861-1988“: «Malgrado i limitatissimi mezzi bellici e finanziari messigli a disposizione da Roma- ove il quadrumviro contava sull’ostilità di numerosi ambienti, a cominciare da Pietro Badoglio e Ugo Cavallero- in colonia egli avviò altresì la realizzazione di un imponente piano di opere civili: bonifiche, strade, costruzione di scuole, erezione di opere pie, promuovendo lo sviluppo dell’agricoltura, di industrie conserviere e il commercio, non senza apprezzabili risultati. Del pari cercò di estirparvi definitivamente la schiavitù, ancora in uso».

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