Italiani schiavisti in Somalia? Ecco cosa dice realmente la relazione Serrazanetti

La “relazione Serrazanetti” sarebbe la prova che gli italiani, i fascisti più nel dettaglio, in Somalia sfruttarono, anzi schiavizzarono, la popolazione locale nelle concessioni agricole. Così almeno secondo quanto riportato da Del Boca in “Italiani, brava gente?” e poi ripreso, copiato, ricalcato da decine di altri autori.
Ma è davvero così? (A fondo articolo le conclusioni)

Mogadiscio, 1930. Comizio di Marcello Serrazanetti da Federale di Mogadiscio e Segretario del PNF

Cosa contiene realmente la relazione “Considerazioni sulla nostra attività coloniale in Somalia” (Tipografia La Rapida, Bologna, 1933) redatta e stampata da Marcello Serrazanetti, Ispettore agricolo, Segretario Federale e segretario del PNF della Somalia Italiana?
Innanzitutto è bene precisare che il Serrazanetti fotografò una situazione legata al suo “ricordo di tre anni di permanenza” (pag. 3), come lui stesso dichiara. Non è quindi esemplificativa di 19 anni di fascismo coloniale e di 59 anni di colonialismo italiano in Somalia (1882-1941). Giunse in colonia al seguito dell’amico Guido Corni, governatore della Somalia dal giugno 1928 al giugno 1931 al quale succedette nell’incarico Maurizio Rava. Questi furono i due governatori sotto i quali visse la sua esperienza africana. Il de Vecchi, primo governatore fascista della Somalia, non lo conobbe mai.
Rientrò in Italia nel 1934. Al contrario di come alcuni vogliono far credere non venne rimpatriato a causa dei contenuti della sua relazione. Il quadro ci viene confermato infatti da Francesco Fezzardi Ferrerio, famigliare del Serrazanetti e custode dell’archivio di famiglia: “In realtà penso che il rimpatrio fosse dovuto alla sua amicizia profonda con Arpinati che era stato espulso dal PNF nel 34”.
Il Federale fu anche concessionario agricolo. Aveva infatti una coltivazione privata di bachi da seta nel comprensorio agricolo di Genale.

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Frontespizio della relazione sulla Somalia di Serrazanetti

Il documento che redige (e stampa in proprio in poche copie) tratta esclusivamente del periodo che ha vissuto in prima persona. L’interesse dello scritto è lo sviluppo economico della Somalia e le risorse che l’Italia vi sta impegnando per la sua “rapida valorizzazione” (pag. 3).
Analizza l’ambiente e quindi gli obiettivi: “è certo che di fronte ad una popolazione arretrata di secoli nel progresso civile e in possesso di territori sproporzionatamente vasti, in cui sono latenti risorse, non è solo un diritto, per una Nazione civile a densità demografica compressa, ma bensì un dovere umano e civile assumerne il dominio espandendovi l’attività del suo popolo attraverso il commercio e la colonizzazione” (pag. 5).
I quegli anni però l’immigrazione di italiani in Somalia era scarsa. Era necessario “ricorrere alla utilizzazione degli indigeni” (pag. 5) e sottolinea come fosse “un dovere umano e sociale assumersi la tutela e l’educazione delle popolazioni indigene, facendole partecipi dei benefici della civiltà e del progresso, creando loro migliori e più sicure condizioni di vita. Sarebbe ingenuo considerare la colonizzazione come una espansione puramente filantropica” (pag. 5).
Quest’ultima frase, ripresa parzialmente su precedenti pubblicazioni, è stata strumentalizzata. Infatti è stata omessa la parte finale: “ma d’altra parte vi sono minimi di carità e di solidarietà umana da cui una Nazione civile e cristiana non può derogare” (pag. 5).
La frase intera, ora, è facilmente comprensibile e interpretabile considerando che la colonizzazione, se inizialmente (nell’Ottocento) era un mero sfruttamento materiale, in un secondo momento (nel Novecento) non poteva più concepirsi con il gretto spirito mercantilistico. Questo non significa – appunto come scriveva il Serrazanetti – che la colonizzazione si fosse trasformata in un’utopica opera di totale altruismo ad esclusivo favore delle popolazioni indigene, ma semplicemente che la “nuova” colonizzazione doveva svolgersi nell’interesse e nel profitto di tutta la società umana. Era il progresso teorizzato dal positivismo di Auguste Comte. Cioè la colonizzazione era entrata, almeno negli intenti, nella fase costruttiva indirizzata al raggiungimento del miglioramento materiale e morale di tutta la società umana.
Proseguono le considerazioni sociali: “la popolazione è scarsa e le sue abitudini ataviche la rendono riluttante ed incapace a dedicarsi ad un proficuo lavoro” (pag. 5). Definisce i somali “un popolo primitivo e vergine di civiltà” (pag. 6).

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Marcello Serrazanetti a Genale

La relazione del Serrazanetti è un lavoro approfondito e curato. Non tralascia dettagli storici, affinché il suo scritto fosse analizzabile anche da parte di chi non conosceva la Somalia e la sua storia: “uno dei primi atti di civiltà imposti dall’Italia nel nuovo dominio, fu l’abolizione della schiavitù […] paese dove da secoli tutto il lavoro di qualunque fatica era disimpegnato dagli schiavi” (pag. 6).
La piaga dello schiavismo è confermata dal dott. Mohamed Issa Trunji nel suo libro “Somalia – The untold history” (Looh Press, London, 2015): “uno dei più recalcitranti fra i capi tradizionali somali fu Sheikh Hassan Bersane, un religioso della tribù Galjel, che condannò l’ordine governativo e reclamò il diritto di opporsi all’abolizione della schiavitù” (pag. 19 dell’edizione italiana).
Trunji chiarisce: “Lo Sheikh sembrava più preoccupato per la perdita dei suoi schiavi che per altre considerazioni. Rivendicava il diritto di sfruttare e disumanizzare altri esseri umani nati liberi come lui” (pag. 20 dell’edizione italiana).
Torniamo al Serrazanetti: “la popolazione somala fino a soli quarant’anni addietro poteva dividersi in due categorie ben distinte: padroni e schiavi; i primi consideravano il lavoro come cosa vile ed umiliante e lo evitavano in modo assoluto, i secondi vi si sottomettevano coattivamente e forse per questo lo aborrivano altrettanto e anche di più” (pag. 6). Si riferisce chiaramente alla Compagnia Filonardi, nota per aver bandito la schiavitù nel paese sin dal 1893.
Il Serrazanetti non risparmia le sue considerazioni sulla società somala: “la mentalità fatalistica creata dalla religione musulmana che assopisce, nei popoli che la professano, ogni aspirazione a migliorare le condizioni sociali in cui vivono” e il motivo per il quale è “difficile far entrare ora nelle menti dei somali, ex padroni o ex schiavi, la convinzione che il lavoro è una necessità e un dovere umano” (pag. 7).
Riporta anche un interessante aneddoto, esplicativo di una certa mentalità: “Un funzionario coloniale dopo aver assegnato ad un gruppo di schiavi liberati una zona di terreno e consegnato utensili e sementi, illustrò loro la nuova condizione di uomini liberi raccomandando che provvedessero al più presto a costruirsi le capanne e a preparare le semine. Quando ebbe finito si sentì rispondere così: Non pensare, appena ci manderai gli schiavi faremo fare tutto” (pag. 7).

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Serrazanetti (a destra) al lavoro nella sua concessione agricola

Inoltre si spinge al di là del consentito con certe considerazioni: “di fronte all’urgenza di mettere in valore la Colonia, e nella impossibilità di provvedere con altra manodopera, non esito a considerare come una necessità iniziale, atta all’educazione dell’indigeno, ricorrere al lavoro forzato” (pag. 8). Quello stesso lavoro forzato che poco oltre denuncerà.
Precisa però che “sempre che questo non sia considerato altrimenti che un mezzo straordinario e temporaneo” solo al fine di “abituare gradualmente l’indigeno al lavoro” e soprattutto si “usi colla massima prudenza il più vigile controllo e si eserciti al doppio scopo di sviluppare nell’indigeno una mentalità nuova, con la persuasione che attraverso il lavoro egli potrà raggiungere migliori condizioni di vita, e di evitare che trattamenti arbitrari e soprusi, possano sviluppare e giustificare in lui una maggiore e più tenace avversione al lavoro” (pag. 8).
Il Serrazanetti dichiara che già in una sua precedente memoria aveva accennato alla questione del lavoro forzato in Somalia nella speranza che il Governatore Corni, suo amico, provvedesse “a regolare meglio il difficile problema” (pag. 8). Ma “a distanza di un anno la situazione non è affatto migliorata” (pag. 9) come confermato da una intervista al nuovo Governatore Maurizio Rava sul Messaggero del 1° marzo 1932.
Il Serrazanetti denuncia quindi come verità deformata (pag.10) la relazione ufficiale del 1930 del Corni. Mentre lui si trova ancora in Somalia a coltivare bachi da seta e l’alto funzionario è già rientrato in Italia.
Nella “Relazione sulla Somalia italiana per l’esercizio 1929-30” il Corni scrive che “gli individui sono liberamente ingaggiati” e “trattati con umanità” e che “il contratto bilaterale è effettivamente un’opera di giustizia illuminata ed abilmente combinata perché oltre a tutelare gli interessi si plasma sulle aspirazioni dell’indigeno stesso e va incontro quindi ai suoi bisogni”.

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Mogadiscio. Marcello Serrazanetti scherza con la moglie del Governatore Guido Corni

Precisa, sempre la relazione del Corni, ed elenca che “il contratto comprende 5 articoli ed è sottoscritto dai coloni, dai capi fideiussori, controfirmato dall’interprete e dai testimoni e si compie attraverso una cerimonia” (pag. 15).
Sulla base di questa relazione il Serrazanetti, che sostiene non veritiera, dichiara: “è anche logico che queste notizie abbiano lasciato tranquillo e sereno il grande animo del nostro Duce e la massa degli Italiani, ma la verità è ben diversa” (pag. 10). Scagiona cioè da eventuali colpe Mussolini, capo del Governo.
Al contrario di quanto invece riporta Angelo Del Boca in “Italiani, brava gente?” (Neri Pozza, 2009): “I rilievi e le accuse non riguardavano soltanto i governatori Corni e Rava, ma coinvolgevano anche i ministri delle Colonie e degli Esteri e, in ultima analisi, lo stesso capo del governo” (pag. 164). Singolare scrivere il contrario di quanto abbia dichiarato il Serrazanetti. Proprio il Del Boca che utilizza la relazione del Serrazanetti per segnalare i crimini fascisti.
Ed ecco che la relazione entra nel vivo, con quella che è la vera denuncia del Federale di Mogadiscio: “Il lavoro forzato che s’impone da alcuni anni ai nativi della Somalia, invano cinicamente mascherato nel 1929 (durante governatorato Guido Corni – nda) da un contratto di lavoro, è assai peggiore della vera schiavitù, poiché laggiù è stata tolta al lavoratore indigeno quella valida tutela dello schiavo che era costituita dal suo valore venale, tutela che gli assicurava almeno quel minimo di cure che l’ultimo carrettiere ha per il suo asino, nella preoccupazione di doverne comprare un altro se quello muore. Mentre in Somalia quando l’indigeno assegnato ad una concessione muore o diviene inabile al lavoro, se ne chiede senz’altro la sostituzione al competente ufficio governativo che vi provvede gratis” (pag. 10). Da segnalare che queste poche righe sono le uniche, dell’intera relazione di 26 pagine, riprese da Del Boca per dimostrare la tesi dello schiavismo in Somalia perpetrato dai fascisti.
Dichiarazioni che puntano il dito verso i concessionari del comprensorio agricolo di Genale. Ricordiamo che poche righe prima aveva sollevato il Governo di Roma da qualunque responsabilità poiché informati da una relazione, quella del Corni, da lui ritenuta deformata.

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Genale. I bachi da seta di Serrazanetti

Ma subito dopo ci mostra anche l’altro lato della gestione della manodopera. Il lato somalo: “ad ogni Cabila prescelta, viene richiesto un dato contingente di famiglie, lasciando ai capi l’incarico di sceglierle o comporle” (pag. 10) e “questo contributo umano, così per la scelta degli individui, essa cade sui più docili e derelitti e spesso serve a dar sfogo a vecchi rancori dei capi o delle loro clientele” (pag. 11).
Ed ecco che se i concessionari italiani non ne escono bene da questa denuncia, accusati di schiavismo, anche i somali non appaiono più solo come vittime, anzi. Il Serrazanetti porta in luce dei soprusi perpetrati da somali ai danni di altri somali.
La relazione prosegue con la descrizione di altri trattamenti non legali ai danni dei lavoratori che chiunque in autonomia potrà leggere alle pagine 12 e 13, che per brevità “non mi dilungo ad esporre” (pag. 14).
Segue la trascrizione della circolare n. 4019 del 12 settembre 1930 indirizzata ai concessionari a firma del Regio Commissionario della Regione del Centro Pietro Barile (autore di Colonizzazione fascista della Somalia meridionale, Soc. Italiana Arti Grafiche, Roma, 1935).
Nella circolare (occupa quattro pagine) riprodotta dal Serrazanetti si legge: “vi è qualche Concessionario che oltre a non dare la necessaria collaborazione viola apertamente le leggi e le disposizioni vigenti e non rispetta nemmeno quei principi di umanità che sono peculiari caratteristica del nostro popolo e vanto del Regime Fascista”. Portiamo l’attenzione sulle parole: “qualche Concessionario” e “viola apertamente le leggi”.
Prosegue il Barile: “L’azione arbitraria di taluni, per fortuna pochi, è deleteria perché ostacola il programma di valorizzazione […] danneggia il prestigio, il buon nome e l’opera veramente encomiabile della forte maggioranza dei concessionari” (pag. 15). Portiamo di nuovo l’attenzione sulle parole: “azione arbitraria di taluni” e “per fortuna pochi”.

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Marcello Serrazanetti a caccia

La circolare del Commissario porta alla luce una serie di illegalità riscontrate (pagg. 16 e 17) e conclude: “Mi riprometto di esercitare un’attiva sorveglianza sui coloni per reprimere energicamente qualsiasi atto di indisciplina e qualsiasi loro gesto meno che rispettoso nei riguardi dei Signori Concessionari, ma mi preme assicurare che sarò inflessibile tutore della legge degli ordinamenti e delle disposizioni vigenti” (pagg. 17 e 18).
Sembra di leggere la circolare del 14 Giugno 1926 del governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che già rilevava le medesime preoccupazioni: “Avviene assai spesso di sentir parlare di “proprio spettanza”, di “propria mano d’opera”, di “assegnazione ordinaria o straordinaria”, […] come se ciascun bianco che arriva qui dall’Italia, […] avesse pieno diritto di tenere per forza al suo servizio un certo numero di indigeni e di pagarlo o non pagarlo se e come crede, e di trattarlo… come purtroppo è avvenuto. Non mi fermo sulla questione del trattamento limitandomi a ricordare che in Somalia vige per legge il Codice penale italiano per bianchi e neri; […] Ma la precisa informazione che qui intendo dare perché tutti la conoscano, si è che non tarderanno molto tempo ad essere emanate altre chiare disposizioni di legge protettive del lavoro e quindi della mano d’opera anche agricola nella intera Colonia, e che la organizzazione e l’impiego dell’ascendente enorme del Governo e del Governatore sugli indigeni hanno lo scopo umanitario, disciplinare e fascista di un graduale avviamento al lavoro di queste popolazioni, e non mai di qualsiasi coazione che crei larvate schiavitù o servitù della gleba, e meno che mai a semplice uso od abuso e servizio di privati”.
Ecco quindi che già nel 1926 e poi nel 1930 due funzionari precisavano come lo Stato fosse presente, che non tollerava illegalità, che erano note e che sarebbero state punite e ci sarebbe stato un controllo.

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Serrazanetti gioca con un serpente

Nonché si evince come la questione non rappresentasse la normalità ma l’eccezione. Esattamente come oggi il lavoro nero o sommerso. A livello nazionale, l’Ufficio studi della CGIA ha stimato in circa 3.3 milioni di persone che quotidianamente per qualche ora o per l’intera giornata esercitano un’attività lavorativa irregolare: il tasso di irregolarità è al 12,8%.
Questo cosa significa? Che in Italia il lavoro nero è normato dallo Stato? No, come non lo era lo sfruttamento in Somalia. Ma in entrambi i casi si tratta di irregolarità che il governo cerca sempre di controllare e arginare. Dire che in Italia vige il lavoro nero come normalità, percentuali alla mano, è una menzogna, esattamente come dire che in Somalia vigesse il lavoro coatto o lo schiavismo.
Ma ecco che, in conclusione della sua denuncia, il Serrazanetti chiarisce come “queste condizioni di schiavitù sostanziale gravino direttamente sulla centesima parte della popolazione” eppure destino preoccupazione per “le Cabile così dette nobili, già proprietarie di schiavi che furono loro tolti e liberati dal Governo italiano” (pag. 19) perché temono che “forse un giorno obbligherà anche loro al lavoro” (pag. 20).
Ecco qui il vero scoop. Il contenuto della denuncia del Serrazanetti riguarda l’1% dei coinvolti. Il tasso di incidenza del lavoro irregolare su quello regolare in Italia, secondo dati Istat del 2019, supera in media il 15%, con punte del 60% nel lavoro domestico o del 17% nel commercio (Il Sole 24 ore).
Ecco il grande scandalo sollevato: vi sono uomini che non rispettano la legge e questo grava sull’1%. Che dire? Più onesti nella Somalia anni Trenta che nell’Italia di oggi a vedere le percentuali del lavoro nero, nel quale sono spesso coinvolti nei campi, uomini provenienti dall’Africa, in sistemi micidiali di caporalato e vero e proprio schiavismo.

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Serrazanetti a Genale

Dopo la denuncia il Serrazanetti si avvia alla conclusione e fornisce dei suggerimenti: “questo stato di cose, per ragioni di moralità, di prestigio e di intelligenza non può durare, è urgente orientarsi verso forme di lavoro in compartecipazione, controllate rigidamente e onestamente” (pag. 20).
Proprio quella tipologia di nuovo contratto che era stato studiato e applicato da Luigi di Savoia nel sua azienda presso il Villaggio Duca degli Abruzzi e che sin dal 1929 con D.G. n. 7475 era stato esteso a tutte le concessioni agricole della Somalia, Genale compreso, proprio dove il Serrazanetti aveva rilevato che alcuni concessionari (l’1%) sfruttavano i somali nell’illegalità.
Questi contratti, detti di colonia, rispettavano il principio della libertà del lavoro cui l’Italia aveva aderito per il territorio metropolitano e per tutte le proprie colonie ratificando, nel giugno 1934 la convenzione internazionale del 1930 (n.29)1 per l’abolizione del lavoro forzato.
Questo tipo di contratto fu ulteriormente perfezionato fino a renderlo un mezzo veramente efficace per attrarre e stabilizzare le popolazioni. Nel 1935 alla conferenza internazionale sul lavoro di Parigi esso fu definito “strumento apprezzabile di progresso civile sociale ed economico a beneficio dei lavoratori interessati”2.
Infatti scrive poche righe dopo: “avverrà così un’utile selezione che libererà da dannose influenze e ripercussioni quei concessionari veramente degni del nome di pionieri di cui è esempio e maestro S.A. il Duca degli Abruzzi, i quali considerando intelligentemente l’importanza e la delicatezza del problema della manodopera non disgiunsero mai il miraggio del loro interesse personale da alto senso di umanità e di dignità di cittadino italiano, adoperandosi onestamente per l’educazione dell’indigeno e rendendosi benemeriti del progresso della Colonia colla loro onesta e tenace attività” (pagg. 20 e 21).
La relazione si chiude con la critica al sistema burocratico e al numero delle cariche coloniali, alla loro gestione e stipendi ed infine con le ultime osservazioni sul popolo somalo: “un popolo primitivo composto in buona parte di ex schiavi che ricordano ancora le catene” al quale “sarebbe dannoso concedere troppa libertà e troppi diritti” e avverte che “non bisogna dimenticare che l’indigeno somalo, particolarmente quello detto di Cabila nobile, non desidera e difficilmente chiede di lavorare, non esiste per lui necessità di guadagno, i suoi limitatissimi bisogni, la terra che ha disposizione, il bestiame che possiede, la moglie o le mogli, quando ne ha, che lavorano per lui gli permettono di vivere libero con poca fatica” (pag. 24).

.

CONCLUSIONI:

  • La relazione del Serrazanetti non prova che lo Stato italiano schiavizzasse i somali. Denuncia che “queste condizioni di schiavitù sostanziale gravino direttamente sulla centesima parte della popolazione” (Relazione Serrazanetti, pag. 19).
  • La relazione dimostra altresì come attraverso leggi, interventi e controlli lo Stato italiano vigilasse, sin dai tempi del de Vecchi, affinché non vi fossero abusi e che le leggi emanate venissero applicate.
  • Nella relazione il Serrazanetti segnala soprusi perpetrati da somali ai danni di altri somali.
  • Il Serrazanetti non venne rimpatriato a causa della sua relazione.
  • Mussolini non era al corrente della questione (che riguardava in ogni caso l’1% della popolazione) denunciata dal Serrazanetti poiché si affidava alla relazione ufficiale del governatore Corni (definita “deformata” dal Serrazanetti): “è anche logico che queste notizie abbiano lasciato tranquillo e sereno il grande animo del nostro Duce e la massa degli Italiani” (Relazione Serrazanetti, pag. 10)
  • Del Boca in “Italiani, brava gente?” ha mentito (come già dimostrato qui) scrivendo “I rilievi e le accuse non riguardavano soltanto i governatori Corni e Rava, ma coinvolgevano anche i ministri delle Colonie e degli Esteri e, in ultima analisi, lo stesso capo del governo” (pag. 164). Singolare scrivere il contrario di quanto abbia dichiarato il Serrazanetti a pag. 10 della relazione che lo stesso Del Boca utilizza per accusare i “fascisti” di schiavismo e sfruttamento.

di Alberto Alpozzi

NOTE
1. La Convenzione n. 29 del 1930 sul lavoro forzato prevedeva l’abolizione di tale lavoro “in tutte le sue forme” e consentiva periodi di transizione solo nei casi in cui il lavoro forzato o obbligatorio venisse svolto per “scopi pubblici”.
2. Il problema del lavoro nelle aziende agricole in Somalia, Rivista di agricoltura subtropicale e tropicale, n. 10-12, Ottobre-Novembre 1954.
3. L’autore ringrazia Francesco Fezzardi Ferrerio, erede di Marcello Serrazanetti, per aver messo a disposizione l’archivio di famiglia (relazione e documentazione fotografica)

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2 thoughts on “Italiani schiavisti in Somalia? Ecco cosa dice realmente la relazione Serrazanetti

  1. Non dobbiamo fare articoli su deliggimare chi deliggima.. ma sono riportare i fatti e cosa fecero gli italiani.  Via lo schiavismo diritti leggi

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    • L’articolo è sui contenuti della relazione Serrazanetti. Utilizza precedentemente da altri per mistificare la realtà tagliuzzandone i contenuti. E’ necessario conoscer chi e come lo ha fatto dato che in molti ne hanno seguito le orme citandolo, portandolo ad esempio senza verificare la veridicità delle fonti e dei contenuti. Sono le bugie che delegittimano le persone

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