Quando il Regno d’Italia cercava una colonia nel sud-est asiatico

Da numerosi documenti storici emersi dagli archivi del Ministero degli Affari Esteri e nel fu Ministero della Marina, pare che lo Stato Italiano da poco unificato dai Savoia, si sarebbe interessato della Malesia e di quei regni lontani situati nell’attuale Indonesia.
Prese piede l’idea, in ambienti di governo e militari, di costituire una colonia penale all’estero dove di fatto deportare tutti quei soggetti reticenti, soldati irriducibili, briganti, personaggi sgraditi, politici sobillatori, oltre a criminali comuni di tutto il Regno d’Italia. L’idea ricalcava quella di una “Caienna”, ossia quella colonia penale francese omonima collocata nella Guyana. Il progetto, alquanto ambizioso per uno Stato di recente formazione, venne portato avanti per più di un decennio a partire dal 1862, anno in cui furono iniziati contatti diplomatici con potenze coloniali europee disposte a concedere territori da destinare a tale scopo. Inizialmente l’interesse italiano si rivolse prima al Portogallo, cercando, senza esito, uno spazio tra i suoi territori in Africa e poi fu presentata una richiesta simile nel 1868 alla Argentina per la Patagonia. Così le ricerche si spostarono verso Oriente.

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Carlo Alberto Racchia

A seguito di alcuni riscontri con la Gran Bretagna, furono pianificate e finanziate tra il 1868 e il 1871 due spedizioni, una privata, affidata all’esploratore Giovanni Emilio Cerruti e un’altra, della Regia Marina, affidata al capitano Carlo Alberto Racchia, posto al comando della corvetta Principessa Clotilde. L’obiettivo delle due spedizioni, ufficialmente in ricognizioni scientifiche, era comune e cioè di individuare un territorio idoneo alla creazione di un penitenziario presso terre remote d’Oriente, per concessione dell’autorità straniera o coloniale in cambio della quale lo Stato Italiano avrebbe versato una cospicua somma mensile.
La missione del capitano Racchia giunse dapprima in Borneo e subito trovò un territorio adatto e la disponibilità del sovrano di una parte di esso, il sultano del Brunei a concedere un appezzamento di territorio agli italiani:  l’isola di Gaya, situata non lontana dall’odierna Kota Kinabalu. Tuttavia, oltre al pagamento di una somma, esigeva l’approvazione degli inglesi, la cui presenza nell’aerea era stabilita da decenni e in particolare avevano il controllo di Labuan. Gli inglesi non erano ostili agli italiani, ma questi ultimi non dichiararono da principio le vere intenzioni di farne una coloniale penale; mentre gli inglesi erano aperti solo alla possibilità di stabilire in quei luoghi una colonia commerciale, anche per contrastare i francesi in Cocincina (attuale Vietnam-Laos-Cambogia).

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La missione del Cerruti fu giudicata negativa dal Ministero della Marina. Infatti il suo comportamento con gli olandesi destò molti sospetti, dal momento che si presentava come rappresentante ufficiale del governo italiano.
La possibilità più concreta fu quella del capitano Racchia che sembrava potesse ottenere dal sultano del Brunei l’isola di Gaya con la sua baia e buona parte della punta del Borneo settentrionale (oggi stato malese del Sabah).
Tuttavia la cosa si arenò nelle trame diplomatiche. Gli inglesi, che esercitavano una forte influenza sul territorio e sui capi locali, erano avversi a un’idea di uno stabilimento penale. Negli scambi di lettere ufficiali fu menzionato il fallimento di esperimenti analoghi inglesi e i malumori delle popolazioni inglese e di quei territori, dovuto anche alla comparsa di un articolo sul Times che rivelò al pubblico inglese il piano italiano, contribuendo ad aumentare le diffidenze nelle cancellerie di Spagna e Olanda. Poi nel 1873 venne effettuata una seconda missione, affidata al Racchia, con la pirocorvetta Governolo, visitando il nord del Borneo e il sultanato di “Sooloo” (Sulu, Filippine).
A causa della loro infruttuosità, e del fallimento dello stabilire un possedimento italiano in Borneo e Malesia, segnava la fine del sogno italiano di avere un possedimento nell’attuale Indonesia.

di Gabriele Zaffiri

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