Il colonialismo fu cosa buona e giusta. Lo sancisce la legge francese 158/2005

L’8 maggio 1945 nell’Algeria francese le popolazioni di Setif e Guelma manifestarono per il loro diritto all’indipendenza. L’esercito francese sparò sulla folla provocando l’ira degli algerini che si vendicarono sui coloni francesi. Vennero uccisi 109 francesi. Risultato: una repressione durata sei settimane ad opera dell’esercito, della legione francese e delle milizie dei coloni: 45.000 vittime1. La marina sparò dalla costa, l’aviazione bombardò e mitragliò i villaggi, numerose furono le esecuzioni sommarie.
Nel 1947 è la volta della ribellione contro i colonizzatori francesi in Madagascar. La repressione fu sistematica. Le vittime tra i malgasci sono oggi stimate tra le 80.000 e le 100.0002.
Le violenze delle guerre di conquista coloniale francese e successivamente i tentativi di repressione dei movimenti indipendentisti, non furono circoscritte solamente all’Algeria e al Madagascar. Possiamo ricordare anche la grande rivolta dei Bayas in Oubangui-Chari nel Maggio 1928, quella dei Loango in Africa equatoriale, dei Manja nell’Haut Chari o quella nell’Haut-Volta durante la Grande Guerra, l’insurrezione dei Baoulé in Costa d’Avorio nel 1908, la rivolta dei Bolovens nel sud del Laos nel 1937 e la rivolta di Yen Bay in Vietnam nel 1930.
Non va dimenticato anche che nei D.O.M. Départements d’outre-mer, gli indigeni poiché erano considerati sudditi francesi dovevano sottostare al codice dell’indigenato. Questo codice sottometteva gli autoctoni e i lavoratori immigrati ai lavori forzati, vietava loro di circolare di notte e prevedeva varie misure repressive, tra cui le requisizioni. Questo codice, integrato da numerosi divieti la cui trasgressione era punibile con il carcere o la deportazione, fu abolito nelle colonie francesi solo nel 1946, tranne che in Algeria dove rimase in vigore fino all’indipendenza nel 1962.
Nel 1967 a Gibuti3, l’ex Somalia francese, i francesi truccano il referendum per l’indipendenza. Dalle liste elettorali cancellano 6.000 somali e ne espellono 10.000, ammettendo al voto 8.000 cittadini residenti a Gibuti da meno di tre anni, la cui maggioranza è formata da militari dell’esercito e da legionari. Dalle urne esce il risultato voluto de Gaulle. Gibuti cade nel caos. I somali non riconoscono la legittimità del referendum e manifestano per le strade. La Francia schiera 7.000 uomini in assetto di guerra. La Legione Straniera con carri armati e autoblindo tiene sotto assedio la parte somala della città, circondandola con una tripla barriera di filo spinato e con l’ordine di sparare a vista. Dagli elicotteri piovono bombe a percussione e lacrimogeni. Repressa la protesta, sul terreno restano 17 morti, i leader indipendentisti finiscono in cella e 2.500 somali sono rinchiusi nel campo della Poudriere, alla periferia della città.

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Questi sono alcuni esempi di fatti storici riguardanti il colonialismo francese. Eppure ai francesi la storia coloniale è stata trasmessa attraverso l’elogio dell’opera compiuta spiegando che si fondava sul “buon senso”: ovvero sull’evidente differenza tra gli uomini bianchi, titolari dei diritti umani, e gli indigeni coloniali, selvaggi e gente di colore, che non beneficiavano di tali diritti4.
E se la “ragion di stato” non è sufficiente per veicolare un messaggio e per non correre il rischio, parafrasando Nicolas Sarkozy, di “doversi scusare di essere francesi”, interviene il parlamento.
Infatti il 23 febbraio 2005 l’Assemblea Nazionale francese ha approvato la legge5 n. 158 «portant reconnaissance de la nation et contribution nationale en faveur des Français rapatriés». Il testo della legge intende riconoscere, e riaffermare, il debito morale dello Stato francese nei confronti dei “Pieds-noirs”, cioè i francesi d’Algeria e specialmente degli “Harkis”, gli indigeni reclutati dall’esercito francese per le unità ausiliarie durante la guerra d’Algeria.
L’art. 1 afferma che «la Nazione esprime il suo riconoscimento alle donne e agli uomini che hanno partecipato all’opera della Francia negli ex territori francesi d’Algeria, in Marocco, in Tunisia, in Indocina, come nei territori posti in precedenza sotto sovranità francese». In poche parole si ribadisce il concetto Ottocentesco della missione civilizzatrice condotta nelle colonie oltre che la validità giuridica di colonizzare altri paesi.
L’art. 4 indica: «I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese oltremare, soprattutto in Africa del Nord, e attribuiscono alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francese, provenienti da questi territori, il ruolo eminente a cui hanno diritto».
Quindi la legge non si ferma solamente sul fatto che la Nazione deve porre l’accento sull’opera compiuta dalla Francia, sul ruolo positivo della presenza francese nelle colonie – cui dare risalto nei manuali scolastici – e sul riconoscimento del coraggio e dei sacrifici degli Harkis, dei Pieds-noirs e dei veterani militari ma di fatto istituzionalizza una “storia ufficiale” fornendo una visione di Stato.
La legge n. 158 del 23 febbraio 2005 era già stata presentata il 5 marzo 2003 con questa formulazione: «[…] la Repubblica ha portato sulla terra d’Algeria la sua competenza scientifica, tecnica e amministrativa, la sua cultura e la sua lingua, e molti uomini e donne, spesso di condizione modesta, venuti da tutta l’Europa, di tutte le confessioni, hanno fondato delle famiglie in queste terre che erano allora un dipartimento francese. Ė in gran parte grazie al loro coraggio e alla loro intraprendenza che il paese si è sviluppato. Per questa ragione […] ci sembra augurabile e giusto che la rappresentanza nazionale riconosca l’opera della maggioranza di questi uomini e donne, i quali grazie al loro lavoro e ai loro sforzi, e a volte a prezzo della loro vita, hanno rappresentato la Francia nell’altra parte del Mediterraneo per più di un secolo»6.

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Nel 2003 si trattava di un articolo unico, presentato da Jean Leonetti, deputato dell’UMP, che insieme agli altri firmatari proponevano la visione di una colonizzazione generosa e civilizzatrice: «L’opera positiva dell’insieme dei nostri concittadini che hanno vissuto in Algeria durante il periodo della presenza francese è pubblicamente riconosciuta».
Nella seduta del 10 febbraio 2005, alla seconda lettura della legge fu rifiutato un emendamento proposto dai deputati socialisti: «La Francia ammette le proprie responsabilità nei confronti dei francesi rimpatriati e nell’abbandono delle truppe ausiliarie. Riconosce l’ampiezza dei massacri commessi dopo gli accordi di Evian ai danni di civili francesi, militari e civili algerini impegnati al suo fianco, cosi come alle loro famiglie. La Francia riconosce anche le proprie responsabilità per quanto riguarda la storia degli Harkis e le loro difficili condizioni di vita, e si impegna a fare di tutto per onorare la loro azione. La nazione si impegna a far rispettare la memoria di questi dolorosi episodi della propria storia» 7.
Quindi con la legge del 23 febbraio, lo Stato, nonché il potere legislativo ha stabilito il “come” insegnare la storia coloniale e che i contenuti di tale insegnamento sono soggetti al controllo della politica che fornisce una versione istituzionale.
La storia coloniale è ancora una disciplina marginale negli ambienti accademici, del resto come in Italia, ma siccome l’argomento è considerato ed è utilizzato come fattore di destabilizzazione dell’unità nazionale e del corpo sociale (come in Italia da quasi 80 anni), le autorità francesi si sono imposte riconoscendo giuridicamente il ruolo positivo avuto dalla colonizzazione francese scegliendo una memoria che risulti più adeguata all’idea di una Francia “civilizzatrice” e generosa.
Quindi la domanda sorge spontanea: gli storici italiani (e politici loro accoliti) che idea dell’Italia desiderano? E perché?
Ma è accettabile che interessi nazionalistici possano influenzare lo studio della storia? Il quesito impone serie riflessioni guardando in casa nostra: è accettabile che interessi partigiani possano influenzare la politica e l’insegnamento della storia?
Spesso nel Bel Paese le nuove pubblicazioni e ricerche, anziché fornire inediti elementi di conoscenza e riflessione, si riducono a pure e semplici ripetizioni di cliché e condanne. L’unico approccio consentito allo studio del periodo coloniale italiano, per non essere tacciati di apologia del fascismo, è quello imposto da un certo pensiero unico, che ha voluto porre in luce solo ed esclusivamente gli aspetti negativi (che senz’altro ci furono) ignorando tutti quei valori e modelli positivi, che ci furono anch’essi.
Lo studio della storia non è un semplice esercizio intellettuale ma è la ricostruzione del passato utile per analizzare e comprendere quanto gli eventi passati abbiano influenza sul futuro e quanto questi rappresentino l’identità di una nazione. La storiografia non solo deve ricostruire il passato, ma deve anche ricercarne le motivazioni, calandosi sempre nel contesto. La ricostruzione del passato genera sempre interpretazioni che per loro stessa natura non possono essere univoche. La pluralità di interpretazioni ci permette di comprendere meglio il passato e formare una coscienza critica nelle persone. È la serietà stessa degli storici che dovrebbe metterci al riparo da mistificazioni e strumentalizzazioni del passato, non certo una legge parlamentare.

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Eppure a ben vedere, se guardiamo di nuovo in casa nostra, dove non vi è una legge emanata dal parlamento è evidente quanto sia stata imposta una visione unica del nostro passato coloniale. Come in Francia ma all’esatto opposto. Non sono gli storici che si devono allineare al volere della nazione, ma sono i politici (di tutti gli schieramenti) che si devono allineare ai punti di vista, unilaterali e spesso senza contraddittorio, di storici estremamente di parte che hanno fatto dell’anticolonialismo e dell’antifascismo la loro bandiera che garrisce sempre al vento del pentimento sistematico e della vergogna di essere italiani.
C’è solo una differenza: in Francia l’imposizione arriva dall’alto, dall’elitè, dalla classe dirigente, da chi ha studiato. Infatti nel paese della “Liberté, Égalité, Fraternité” presidenti, primi ministri, prefetti e ambasciatori, amministratori pubblici e privati sono tutti figli della stessa scuola: l’ENA “École Nationale d’Administration”. Mentre in Italia l’imposizione arriva dal basso: storici, professori, giornalisti e giornalai sono tutti figli della rivoluzione fallita del 68. Di università occupate, di esami di gruppo, di dozzine di esami sostenuti il medesimo giorno.
Chiaramente in Italia questa è un’imposizione politica, attraverso una legge non scritta, per mezzo della dittatura della minoranza, del piagnisteo e dell’indignazione facile. Dei moralismi e della presupposta superiorità ideologica.
Molte scelte politiche sono difficilmente separabili dalle valutazioni storiche e in Italia lo sappiamo bene dato che non finiscono mai le novità editoriali, che con un certo compiacimento, pubblicano solo ed esclusivamente gli errori compiuti nelle colonie. Autori che si citano a vicenda, che rimandano sempre agli stessi testi da decenni. Una sorta di bulimia anticoloniale. Un banchetto al quale si azzuffano in tanti pronti a vomitare i soliti luoghi comuni e bufale, senza mai aver verificato la veridicità delle fonti quando addirittura le fonti non sono proprio inesistenti.
Lo storico prima di tutto è un essere umano, con una propria educazione, cultura e punto di vista ma se svolge bene il suo mestiere, se rispetta la metodologia scientifica, le sue valutazioni dovranno sempre basarsi su documenti analizzati con onestà e soprattutto non sottacerne alcuni a vantaggio di altri per confermare una narrazione preconfezionata (e imposta).
Quindi l’atto del parlamento francese che ha imposto un obiettivo e una valutazione preventiva denota pregiudizio. Il medesimo pregiudizio – ma al contrario – insito nella maggior parte degli accademici in Italia e nei testi pubblicati sull’argomento.
Un parlamentare o uno storico possono esprimere la loro opinione su un fatto. Ma non è accettabile che un politico imponga un punto di vista per la redazione dei manuali di storia. Ed è ancora meno accettabile che uno storico imponga alla politica (e al sistema scolastico) la sua opinione impedendo di fatto, a chiunque non accusi in toto il colonialismo, di potersi esprimere, avere accesso alle scuole, alle tv e alla case editrici nazionali.
Quella del potere politico è una ingerenza grave nonché assurda e inutile perché la libertà di opinione non potrà mai essere normata. Molto più furbi siamo stati in Italia dove tale obiettivo – normare e uniformare le opinioni – e avvenuto attraverso una subdola egemonia culturale che si è imposta a tutti i livelli del potere, silenziosamente.

di Alberto Alpozzi

NOTE
1. B. Mekhaled, Chronique d’un massacre: 8 mai 1945, Setif, Guelma, Kherrata, Syros, Paris, 1995
2. J. Tronchon, L’insurrection malgache de 1947, Éditions Karthala, Paris, 1974
3. Per questi dettagli si ringrazia l’avv. Gianfranco Cenci
4. G. Manceron, Marianne et les colonies: une introduction à l’histoire coloniale de la France, La Découverte, Ligue des Droits de l’Homme, Paris, 2003
5. Presentata da un gruppo di deputati dell’UMP “Unione per un movimento popolare”
6. Testo completo qui http://www.assembleenationale.fr/12/propositions/pion0667.asp
7. Assemblea Nazionale, II seduta del 10 febbraio 2005: http://www.assembleenationale.fr/12/cra/2004-2005/146.asp

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