Giuseppina Bakhita, la schiava divenuta Santa, salvata dalle leggi antischiavismo italiane

La retorica è il peggior nemico della ragione perché porta gli individui esclusivamente all’anestesia critica, e l’anestesia critica è sovente acerrima nemica della verità, anche e sopratutto in ambito storico.
Un popolo senza memoria storica diventa un popolo senza passato, ma essendo questo necessario per lo sviluppo delle società e delle nazioni, non ci si può permettere di lasciarlo riscrivere a piacimento dei soliti noti e della solita ed ormai monotona narrativa imperante.

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La storia in questione è tra le più significative del passato nazionale, e possiamo assolutamente essere certi che sia abbastanza scomoda anche perché troppo documentata per essere smentita.
Una storia unica quella di Santa Giuseppina Bakhita, che inizia con la sua nascita presumibilmente nel 1869 in uno sconosciuto villaggio del Darfur, estrema regione del Sudan occidentale.
Le notizie riguardo il luogo preciso del villaggio sono ignote, perché la piccola Giuseppina all’età di soli sette anni fu rapita da due negrieri arabi, e per il trauma subito dimenticò non solo la locazione, ma anche il nome dei suoi genitori e pure il suo stesso nome.
Venne ribattezzata dai suoi rapitori “Bakhita” (che per ironia della sorte in arabo significa “fortunata”).
Dopo una serie di compravendite nei mercati di El Obeid e Kahrtum finì per essere acquistata da un ufficiale turco presso il quale subì una serie di soprusi ed umiliazioni, in maniera particolare anche sul suo corpo, sul quale vennero disegnati una serie di segni sul petto, il ventre ed il braccio destro, poi incisi con un rasoio e coperti di sale perché i segni restassero permanenti.
Quasi morente venne riportata al mercato degli schiavi di Kahrtum dove venne acquistata da Callisto Legnani, funzionario presso il consolato italiano, che già in passato acquisiva schiavi con l’intento di renderli alle famiglie d’origine, ma nel caso di Santa Giuseppina questo non fu possibile a causa del trauma subito.
Bakhita rimase presso la famiglia Legnani, che non la trattò come una schiava ma come una domestica tra gli altri domestici.
A Kahrtum Bakhita visse un periodo relativamente tranquillo e felice, ma nel 1884 l’intero corpo diplomatico italiano dovette fuggire dalla città a seguito delle rivolte e della successiva guerra Mahadista, che in quegli anni infiammò l’intera regione. La giovane Giuseppina supplicò il console di non lasciarla in città, ed è così che anche lei venne evacuata assieme ad Augusto Michieli (amico di Legnani).

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Assieme partirono alla volta del porto di Suakin, sul Mar Rosso, dove lì appresero della caduta di Kahrtum ed un mese dopo s’imbarcarono alla volta di Genova.
Una volta in Italia Michieli tenne con se Giuseppina, ed assieme a sua moglie, una signora russa, ne fecero la bambinaia della loro figlioletta Mimmina andando a vivere presso Zianigo (frazione di Mirano Veneto).
Dopo tre anni i signori Michieli si trasferirono nuovamente in Africa, a Suakin proprio da dove Augusto salpò con Giuseppina alla volta di Genova, per amministrare un albergo di loro proprietà, lasciando temporaneamente Mimmina e Giuseppina in affidamento a Venezia, presso l’Istituto dei Catecumeni gestito dalle monache Figlie della Carità, dove Giuseppina per la prima volta potè ricevere un istruzione religiosa.
Quando di ritorno dall’Africa la Signora Turina Michieli (pare fosse dichiaratamente atea) oltre la figlia pretese di essere seguita anche da Giuseppina, ebbene qualcosa cambiò, quest’ultima infatti, grazie all’istruzione ricevuta in Italia oltre che ad una maturata fede religiosa, coraggiosamente si oppose esprimendo la volontà di restare nel convento in Italia.
La signora Michieli andò su tutte le furie e si rivolse direttamente al Procuratore del Re per rivendicare i suoi presunti diritti su Giuseppina, pretendendo di poterne disporre come sua schiava e quindi come sua proprietà personale, e coinvolgendo nella questione anche Domenico Agostini, Patriarca di Venezia, i quali si limitarono ad informare la signora Michieli che trovandosi in Italia la questione poteva essere esclusivamente affrontata da un punto di vista legale italiano, ed il Regno d’Italia non riconosceva le leggi relative alla schiavitù, che mai era stata legale o legalizzata in tutti i territori del Regno, colonie comprese, e fu così che Giuseppina venne ufficialmente riconosciuta come donna libera il 29 novembre 1889.
Nel convento dove rimase, Giuseppina ricevette i sacramenti dell’iniziazione cristiana, e con i nomi di Giuseppina Margherita Fortunata il 7 dicembre 1893 fu novizia. Tre anni dopo, il giorno dell’Immacolata del 1896 divenne monaca.
Nel 1902 venne trasferita al convento di Schio in provincia di Vicenza, in dialetto veneto fu appellata con il nomignolo affettuoso di “Madre Moreta”, il dialetto era l’unico modo che Giuseppina conosceva per comunicare.
La storia di Giuseppina venne raccontata da Ida Zanolini nel libro “Storia Meravigliosa” stampato per la prima volta nel 1931, e venne letto in tutta Italia.

Arrivò la notorietà per Giuseppina, che non passava mai inosservata, ed a causa della sua timidezza parlava sempre poco e rigorosamente in dialetto veneto.
Addirittura comitive e scolaresche si recavano a conoscerla in convento a Schio, e nel 1933 assieme a suor Leopolda Benedetti (incaricata per apostolato in Cina) iniziò a girare l’Italia per propaganda missionaria.
L’11 dicembre del 1936 Giuseppina venne ricevuta a Roma a Palazzo Venezia da Benito Mussolini assieme ad un gruppo di suore missionarie in partenza per Addis Abeba.
Dal 1939 a causa dei problemi di salute che si aggravavano venne ritrasferita a Schio da dove non andrà più via e morì l’8 febbraio 1947.
La sua canonizzazione iniziò nel 1959, ed il 1° dicembre 1978 Giovanni Paolo II firmò il decreto dell’eroicità delle virtù della serva di Dio Giuseppina Bakhita, che fu beatificata il 17 maggio 1982 e canonizzata sempre da Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000.
Il miracolo che le venne attribuito agli atti della canonizzazione fu la miracolosa guarigione di Eva da Costa Onishi, affetta da “ulcerazioni infette agli arti inferiori causate da diabete ed ipertensione”.
Nel 1982, anno della beatificazione di Giuseppina Bakhita, partecipando il 27 maggio a una riunione delle “Donne Anziane” nella cattedrale di Santos, invocato l’aiuto della beata Giuseppina Bakhita, tornata nella sua abitazione, si accorse di essere miracolosamente guarita dalle piaghe che le arrivavano fino all’osso.
La storia di Santa Giuseppina Bakhita spinge ad una serie di riflessioni non solo teologiche o religiose, ma anche di carattere storico oltre che culturale e sociologico.
In un altra società ed in un altra nazione diverse da quella italiana, Santa Giuseppina avrebbe potuto legalmente e socialmente emanciparsi come donna libera dalla sua condizione di indigena africana acquistata al mercato degli schiavi?

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Tutte le potenze coloniali del tempo difficilmente avrebbero perso tempo con le pretese di un indigena andando a scontrarsi contro la piccola borghesia del tempo per una serie di motivi, dal clientelismo politico allo scandalo.
La libertà, nelle altre nazioni, era nominalmente una cosa centrale nella vita di tutti, e la complessa macchina coloniale non poteva essere messe a rischio da un episodio così singolare? Può darsi.
Va comunque ricordato che il Sudan (ad eccezione della parte della Cassala per un breve periodo di sei anni da parte italiana) era sotto il dominio britannico, e che da quelle parti la pratica della schiavitù è tutt’oggi una piaga. A differenza di tutte le altre aree del Corno d’Africa che un tempo erano italiane.
La retorica anti italiana ed anti coloniale oggi arriva alla assurda negazione della realtà, anche davanti ad eventi storici comprovati e facilmente dimostrabili ogni volta che serva, come la storia di Santa Giuseppina Bakhita.
Una piccola ma grande Santa coraggiosa che scelse il Regno d’Italia come casa sua, conscia del fatto che stare sotto le nostre leggi e nella nostra società fosse l’unica maniera di essere una donna libera per una giovane ex schiava africana come lei.
Non sanno cosa si perdono i “signori” del politicamente corretto a sostenere la causa del Regno d’Italia come Regno di libertà, anche perché a loro dire la verità, la storia e l’etica sarebbero cose importanti.

di Gianluca Cocco

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