Primo Levi, lo “spin doctor” di Francesco Crispi

Se è esistito nella storia d’Italia un innovatore della Pubblica Amministrazione, quello è senz’altro Francesco Crispi. Egli introdusse, tra le altre cose, l’uso di dotare i ministri di collaboratori fiduciari, esterni alla macchina burocratico-amministrativa, e d’estrazione prettamente politica. Crispi “inventò” in Italia quelli che oggi sono definiti uffici di staff.

Francesco Crispi nel 1887

Questo articolo si concentra proprio su uno dei collaboratori di Francesco Crispi al Ministero degli Affari Esteri, il giornalista e scrittore ferrarese Primo Levi, che rivestì la funzione di “spin doctor” dello statista siciliano e fu modernizzatore della comunicazione politico-istituzionale della Consulta, oltreché – e questo aspetto interessa particolarmente – esperto di questioni coloniali.Primo Levi nacque a Ferrara il 25 giugno 1853 dal commerciante di vestiti di religione ebraica Bonajuto e da Rosa Castelfranchi. Fin da ragazzo subordinò la sua origine israelitica all’appartenenza nazionale italiana sposando i valori politici e culturali del Risorgimento ed in particolare delle sue frange democratiche. A sedici anni Levi si trasferì a Milano e fu subito notato dal “padre” della scapigliatura ed ex deputato radicale Carlo Righetti, in arte Cletto Arrighi, che gli affidò la critica d’arte del suo settimanale “Cronaca Grigia”.

Primo Levi

La frequentazione dell’ambiente culturale e sociale degli scapigliati permise a Primo Levi di entrare in contatto con lo scrittore Giuseppe Rovani, con il pittore Tranquillo Cremona e con il conte Alberto Carlo Felice Pisani Dossi, stringendo amicizia in particolare con quest’ultimo che sarà un punto di riferimento fondamentale anche dal punto di vista politico per il giovane ferrarese.Nonostante le critiche al conformismo borghese ed alla cultura classicheggiante assorbissero gran parte delle discussioni del cenacolo scapigliato, anche la politica trovò ampio spazio: gli scapigliati si muovevano su posizioni sostanzialmente vicine alla democrazia radicale e quindi alla Estrema Sinistra Storica di Felice Cavallotti; giovani eredi della tradizione mazziniano-garibaldina, gli scapigliati – che erano nati tutti dopo i “tempi eroici” del Risorgimento e non avevano avuto occasione (eccezion fatta per Righetti che era stato sulle barricate milanesi nel 1848 ed aveva indossato l’uniforme dei corpi volontari nelle prime due guerre d’indipendenza) di imbracciare le armi per l’unità nazionale – vedevano nei governi della Destra Storica un tradimento delle idealità risorgimentali. La “rivoluzione nazionale” era rimasta incompiuta secondo gli scapigliati e chi tra loro aveva una più spiccata coscienza politica, come appunto Pisani Dossi e Levi, criticò aspramente anche il modo di condurre le relazioni internazionali da parte dei successori di Cavour. Nell’esponente della Sinistra pentarchica Francesco Crispi gli scapigliati “politici” identificarono il loro punto di riferimento, così mentre dal 1870 Pisani Dossi, segretario particolare del politico siciliano, fu assunto all’Ufficio cifra del Ministero degli Esteri, Primo Levi fu chiamato nel 1878 dallo stesso Crispi a Roma per assumere la direzione del quotidiano “La Riforma”.

La Riforma. Il quotidiano crispino divenne una delle grancasse dell’imperialismo italiano sotto la direzione di Levi

Segnalatosi come una delle firme di punta del giornalismo lombardo con gli pseudonimi Primo, Italicus e L’Italico (che è quello più noto), la direzione de “La Riforma” rappresentò il giusto apprezzamento da parte di Crispi per Levi. L’obiettivo dello statista siciliano, che aveva rilevato il quotidiano romano in crisi, era quello di avere un proprio giornale e dunque una propria “voce” nel dibattito politico nazionale. La “rivoluzione parlamentare” che aveva scalzato i liberal-conservatori dal potere ed aveva aperto le porte del governo a Depretis era stata infatti percepita come una accelerazione della vita politica italiana, come un cambio repentino degli equilibri ed occorreva, quindi, farsi trovare pronti. Crispi necessitava di contatti con gli ambienti politico-culturali milanesi ed aveva identificato nel “sodalizio spirituale” formato da Primo Levi, Alberto Pisani Dossi e Luigi Perelli la chiave di volta per entrare nei circoli della “capitale morale” d’Italia. I tre furono chiamati a “La Riforma” con compiti diversi: Perelli venne nominato responsabile finanziario del giornale e titolare dello Stabilimento Tipografico Italiano nel quale si stampava il foglio, a Pisani Dossi toccò la critica letteraria ed a Levi – che nel giro di un anno, entrato come redattore, divenne direttore – la cronaca politica. In particolare il compito di Levi fu quello di mettere su carta il pensiero geopolitico di Francesco Crispi. Benché inizialmente assestato su posizioni fermamente anti-coloniali, l’ex garibaldino siciliano credeva comunque che il giovane Regno d’Italia avesse compiti ben specifici all’estero, una sorta di “missione” mazziniana che doveva esplicarsi nell’egemonia politico-militare nel bacino del Mediterraneo.Gli anni passati come direttore de “La Riforma” permisero a Primo Levi di dare una forma ben definita al suo pensiero politico, in piena sintonia con il “crispismo” di cui rappresentò una delle “punte di lancia”. In particolare durante il primo governo Crispi (1887-1889) Levi identificò nella Francia il principale ostacolo all’espansione mediterranea dell’Italia considerando l’occupazione della Tunisia (1881) e la politica ambigua di Parigi in Tripolitania come un pericolo per la sicurezza e gli interessi nazionali di Roma. L’antifrancesismo virulento di Levi – dovuto anche all’appoggio nemmeno troppo velato che la Francia dava alla Santa Sede per le sue rivendicazioni “temporali” ed ultramontaniste – fu aspramente criticato dal suo vecchio mentore politico Felice Cavallotti il quale, in linea con la tradizione del radicalismo democratico, vedeva nel repubblicanesimo transalpino un riferimento ideale. La vicinanza al cardinale tedesco Gustav Adolf von Hohenlohe-Schillingsfürst (sostenitore di Bismarck e fratello del futuro cancelliere del Reich Chlodwig Karl Viktor), le opportunità che la Triplice Alleanza offrivano all’Italia dal punto di vista politico-militare e le conseguenze della “guerra doganale” tra Roma e Parigi non fecero che rafforzare la diffidenza di Levi nei confronti della Francia.Per quel che riguarda la politica coloniale, Levi sostenne fermamente la necessità d’estendere la presenza italiana in Africa. Critico nei confronti della “politica mediterranea” di Pasquale Stanislao Mancini – non troppo diversa secondo il direttore de “La Riforma” rispetto all’attendismo dei conservatori nonostante le premesse rivoluzionarie e le aspirazioni nazionalistiche di cui era ammantata – Levi vedeva nel Corno d’Africa la naturale area d’espansione ed influenza per l’Italia in quanto “porta” delle rotte commerciali da e per Suez. L’idea che fosse necessario rafforzare e stabilizzare la presenza italiana in Africa attraverso l’espansione militare e commerciale verso l’Impero d’Etiopia, avvicinò Primo Levi al “partito coloniale” della Consulta animato dal vecchio amico Alberto Pisani Dossi (divenuto capo di gabinetto di Crispi al Ministero degli Esteri) e dal deputato crispino, esploratore e diplomatico Pietro Antonelli.

Pietro Antonelli, deputato, esploratore e sottosegretario agli Esteri

Dopo il fallimento della “politica mediterranea” di Mancini era emersa in seno al milieu coloniale italiano l’idea che l’unico modo per Roma di influire sugli equilibri strategici del Mare Nostrum fosse quello di avere possedimenti lungo le sue vie d’accesso. In altre parole Crispi, Pisani Dossi ed Antonelli furono i primi teorici del “Mediterraneo allargato”. Primo Levi ebbe il compito di diffondere le tesi del “partito coloniale” tra l’opinione pubblica borghese attraverso le pagine de “La Riforma” che, nel frattempo, era stata interamente ristrutturata dal direttore ed arricchita dell’inserto “La Riforma Illustrata” nel quale erano ospitati ricordi, scritti e testimonianze di esponenti della democrazia risorgimentale. Alla base di questa scelta vi era soprattutto il tentativo di coniugare idealmente le battaglie dell’ala democratica del Risorgimento con l’espansionismo della Terza Italia nata proprio da quell’esperienza. Lambito dallo scandalo della Banca Romana a causa degli ingenti finanziamenti ricevuti per “La Riforma”, Primo Levi lasciò la direzione del giornale il 17 dicembre 1893 per approdare direttamente al Ministero degli Esteri quale collaboratore del ministro Alberto Blanc.

Alberto Blanc, ministro degli Esteri del governo Crispi

Il ritorno al potere di Crispi, che resterà presidente del Consiglio fino al 10 marzo 1896, consentì al “partito coloniale” di occupare stabilmente posti di rilievo alla Consulta e determinare alcune scelte fondamentali in materia di politica africana: Pisani Dossi fu confermato capo di gabinetto di Blanc, Antonelli fu nominato sottosegretario e Levi membro dell’ufficio di gabinetto con il compito di fungere da anello di collegamento tra la Consulta e la presidenza del Consiglio.Alla Consulta Levi svolgeva anche il difficile e delicato compito di curare i rapporti con la stampa nazionale ed estera. Egli controllava direttamente l’Agenzia Stefani ed influiva su “La Riforma”, “La Tribuna”, “L’Opinione”, “La Gazzetta del Popolo” ed “Il Popolo di Roma”, praticamente il gotha della stampa politica italiana schierata sia a destra che a sinistra. Il “crispismo” aveva scombussolato i tradizionali schieramenti politici del Paese che iniziarono ad orientarsi pro o contro le singole proposte del presidente del Consiglio, al di là della provenienza liberal-conservatrice o liberal-progressista. Per quel che concerne la politica estera e coloniale, per Crispi era fondamentale apparire come un capo apprezzato universalmente e quello che Levi fece fu “spiegare” a politici, giornalisti e cittadini gli obiettivi della politica di potenza crispina. Primo Levi fu un capo dell’ufficio stampa ante litteram del Ministero degli Esteri, in un’epoca in cui le strutture erano ancora troppo rigide ed ispirate a quella diplomazia pura, che più non era possibile, anche per il grande sviluppo preso dal giornalismo. A tal proposito occorre ricordare l’impulso dato da Levi alla pubblicazione delle raccolte di documenti diplomatici italiani (i famosi “libri verdi”) e ad altri documenti d’interesse politico generale provenienti dal Ministero.Considerato un esperto di questioni coloniali, dal 5 maggio 1895 al 14 marzo 1896 Levi fu posto a capo dell’Ufficio per la Colonia Eritrea e i protettorati dal quale avrebbe dovuto dirigere, su espresso desiderio di Crispi, la politica di Roma nel Corno d’Africa.

Battaglia di Adua

Nonostante la brevità del suo mandato, dovuto all’improvvisa ed inaspettata tragedia di Adua, Primo Levi ebbe modo di tracciare le linee fondamentali del programma politico crispino per il Corno d’Africa: a fronte di una avanzata in armi contro l’Impero d’Etiopia, fondamentale sarebbe stata anche l’opera di sviluppo economico dell’Eritrea. Garantiti i confini della Colonia Eritrea si doveva procedere alla sua trasformazione da “insediamento militare” a colonia commerciale rispondendo alle esigenze determinate dalla vicinanza con Suez e con i mercati delle rotte indo-pacifiche. Quelle erano le stesse idee che animavano l’intero gruppo degli “scapigliati prestati alla politica” con Pisani Dossi in testa (che nel 1890 aveva anche “suggerito” a Crispi il nome di “Eritrea” per i possedimenti africani dell’Italia) ma anche esponenti di lungo corso della carriera diplomatica nazionale come il già citato Antonelli ed Edmondo Mayor des Planches, già “corriere speciale” di Crispi agli Esteri nel 1887-1889.

Conte Alberto Carlo Felice Pisani Dossi (segretario particolare di Crispi e suo capo di gabinetto agli Esteri)

La sconfitta di Adua, la tempesta che si abbatté su Crispi e la caduta del suo quarto governo misero fine anche all’esperienza politica dei suoi collaboratori, manipolo geniale di scrittori e giornalisti con la passione per gli affari internazionali. Pisani Dossi fu quello che, tra i membri dello staff di Crispi, pagò il prezzo più alto venendo messo a riposo dal corpo diplomatico alla morte dello statista siciliano nel 1901. Levi, nonostante il suo Ufficio per la Colonia Eritrea fosse stato sciolto dal nuovo ministro degli Esteri Onorato Caetani di Sermoneta e lui collocato in disponibilità (che per un funzionario politico esterno all’amministrazione equivaleva al licenziamento), continuò a svolgere attività politica come giornalista per i fogli liberal-conservatori come “La Tribuna” (di cui ispirò i corsivi del direttore in senso filo-crispino), la “Rassegna contemporanea”, la “Rivista politica e letteraria” (di cui fu direttore con lo pseudonimo di Italicus), la “Rivista d’Italia” (di cui fu direttore) e, soprattutto, la “Nuova Antologia” per la quale firmò con lo pseudonimo di XXX dei magistrali pezzi di cronaca politica ancora oggi utilissimi per gli storici che vogliano approcciarsi con le vicende parlamentari e diplomatiche della “crisi di fine secolo”.Generalmente si tende a raccontare la storia dei grandi uomini politici “dimenticando” i loro sistemi di gestione del potere ed i loro collaboratori e consiglieri. Primo Levi fu senza ombra di dubbio protagonista, specie per la strategia di comunicazione estremamente moderna introdotta al Ministero degli Esteri e la politica coloniale, uno dei protagonisti del “crispismo” e della sua particolare interpretazione dell’imperialismo italiano.

di Filippo Del Monte

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • G. Monsagrati, Primo Levi, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, vol. 64, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2005
  • M. Cacioli, Un profilo: Primo Levi, in “L’amministrazione nella storia moderna”, Giuffè, Milano, 1985
  • F. Grassi (a cura di), La formazione della diplomazia nazionale (1861-1915): repertorio bio-bibliografico dei funzionari del Ministero degli affari esteri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1987
  • E. Piscitelli, Francesco Crispi, Primo Levi e “La Rassegna”, in “Rassegna storica del Risorgimento”, Roma, 1950
  • P.A. Lucchetti, Sinistra Storica e riforma dell’Amministrazione degli Affari Esteri sotto Crispi. Un modello antesignano di “comunicazione istituzionale”, in “Rassegna storica del Risorgimento”, Roma, 2000
  • E. Serra, Alberto Pisani Dossi diplomatico, Franco Angeli Editore, Milano, 1987
  • E. Serra, Pisani Dossi e la riforma del ministero degli Esteri sotto Crispi, in “Affari Esteri”, XIII, 1980

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