“La fine eroica che dovremo fare. Resistere o saper morire”. L’ultimo articolo del giornale “Enda Jesus”

Siamo in piena guerra d’Abissinia, la prima. Quella combattuta dal Regno d’Italia con l’Impero d’Etiopia tra il Dicembre del 1895 e l’Ottobre del 1896.
Una piccola guarnigione italiana al comando del maggiore Giuseppe Galliano presidia la piccola fortezza di Macallè. Le cose non vanno bene per gli italiani.
Enda Jesus_Giornale_Forte Macallè_1896In quei giorni duri all’interno del forte di Macallè, durante l’assedio durato dal 15 dicembre 1895 al 22 gennaio 1896, veniva stampato un giornale.
Pubblicato in sole quattro copie dal furiere della piccola guarnigione italiana, Socrate Davini, poi divenuto maggiore, prendeva il nome dall’amba che dà il nome alla regione dove si trova la piccola fortezza: “Enda Jesus”
L’ultimo articolo di Enda Jesus titolava: “La fine eroica che dovremo fare. Resistere o saper morire”. Il testo concludeva:
Noi sentiamo l’immenso orgoglio di sacrificarci così nobilmente per l’onore della patria e siamo piccoli di numero, grandi di carattere; proviamo la suprema voluttà di sentirci eroi; siamo gli attori di un sublime momento che resterà scritto a lettere d’oro nella storia d’Italia.
Nel suo diario Davini in quei giorni annotava:
Non c’è più acqua: per alimentare la salivazione teniamo una pallottola di piombo in bocca. Morale elevatissimo.
Ma la sera del 19 Gennaio 1896, giunse dal governo italiano l’ordine di resa dopo un accordo con il Negus Menelik II d’Etiopia.
Il maggiore Galliano, comandante de forte, ricevette un messaggio da Baratieri con il quale lo informava dell’avvenuto accordo: se gli italiani avessero ceduto il forte, il Negus avrebbe concesso un salvacondotto alla guarnigione per rientrare nelle linee italiane.
Dopo un consiglio di guerra, l’accordo venne accettato, il forte venne sgombrato e consegnato agli etiopi. La guarnigione italiana rientrò nelle linee italiane il 30 Gennaio ad Aibà; il maggiore Galliano e il suo stato maggiore vennero trattenuti come ostaggi a garanzia delle trattative, quattro giorni dopo vennero liberati.
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di Alberto Alpozzi

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