Il pensiero coloniale di Sidney Sonnino, tra questione sociale ed imperialismo (1876-1891)

Due insigni storici del colonialismo italiano come Luigi Goglia e Fabio Grassi hanno evidenziato nella prefazione all’opera “Il colonialismo italiano da Adua all’Impero” (1981) quanto fosse essenziale ricostruire a livello ideologico le tappe di maturazione della “coscienza imperialistica” e dunque analizzare approfonditamente anche le correnti d’opinione, le trasformazioni politiche, lo sviluppo d’una specifica ideologia coloniale nell’Italia di fine Ottocento come base da cui partire per rispondere a quello che, ancora oggi, resta un problema aperto per la storiografia: la questione se l’Italia – umbertina prima e giolittiana poi – sia stata una potenza imperialista.
Una delle figure politiche da approfondire da questo punto di vista è sicuramente quella dello statista toscano Sidney Sonnino sul quale mancano studi approfonditi in merito al “suo” pensiero coloniale. Eppure il pensiero coloniale di Sonnino, specie quello degli anni che vanno dal 1876 alla caduta del secondo governo Crispi nel 1891 che è oggetto di questo studio, risulta essere particolarmente originale ed interessante sia perché frutto di un meridionalismo “diverso” da quello cui si è abituati sia perché è nel complesso focalizzato sul Mediterraneo e quindi su un’area diversa rispetto a quella dell’africanismo italiano orientato al Mar Rosso.
Pasquale Villari

Pasquale Villari

I primi accenni al colonialismo di Sonnino si trovano nel libro-inchiesta “La Sicilia nel 1876” (1877) scritto assieme all’amico Leopoldo Franchetti. Sonnino e Franchetti erano entrambi liberal-conservatori, preoccupati dalla crisi che la destra stava vivendo ed ostili alla scalata al potere lanciata dalla sinistra; essi ritenevano che la destra dovesse interessarsi alla questione sociale che proprio in quegli anni era scoppiata in modo virulento in numerose regioni d’Italia. La genesi politica dell’inchiesta sulla condizione dei contadini in Sicilia risiede nell’interesse mostrato dai settori più avanzati del liberal-conservatorismo toscano per l’arretratezza “strutturale” delle masse rurali nel Mezzogiorno, interesse tanto forte da portare allo sviluppo, tra i banchi delle università di Firenze e Pisa, di una particolare corrente meridionalista raccolta attorno al napoletano Pasquale Villari, storico e professore di letteratura storica all’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Pur essendo autore di opere su Machiavelli e Savonarola, Villari era conosciuto in verità come un importante studioso della “questione meridionale” e chiedeva, da posizioni conservatrici, che il governo attuasse una serie di riforme per il miglioramento della qualità della vita e per il progresso sociale e civile delle masse contadine del sud, in particolare quelle siciliane al centro della cronaca parlamentare. Sensibili ai richiami del “meridionalismo conservatore” villariano, Sonnino e Franchetti partirono nel 1876 per la Sicilia intenzionati a descrivere approfonditamente le condizioni dei contadini dell’isola ed a trarne conclusioni utili per l’opinione pubblica ed il governo di Roma.

Nella loro inchiesta Sonnino e Franchetti denunciarono la corruzione delle amministrazioni locali, il problema dell’usura che rovinava la piccola proprietà contadina, la politica fiscale che colpiva le classi più povere, lo sfruttamento del lavoro minorile nelle zolfare ed il problema della leva militare legato allo spopolamento dei campi ed alla conseguente crisi economica delle famiglie contadine.
Leopoldo Franchetti

Leopoldo Franchetti

Soprattutto i due autori dipinsero uno spaccato interessante sulla “mafia dei notabili” radicata grazie ad una schiera di “manutengoli” ed evidenziandone la capacità d’infiltrazione negli ingranaggi della pubblica amministrazione e negli organi di governo periferici dei comuni e dei consigli provinciali. Per quel che riguarda la questione coloniale – che dell’inchiesta sulla Sicilia in questa sede è quella che ci interessa – Sonnino e Franchetti vi si approcciarono analizzando il fenomeno dell’emigrazione: secondo i dati da loro raccolti il 61% dei contadini siciliani emigranti avevano l’Africa mediterranea come meta, preferibilmente la Tunisia e l’Algeria. Per Sidney Sonnino fintanto che l’emigrazione fosse rimasta un fenomeno connesso alla miseria economica ed alla ricerca “disordinata” di una terra promessa non avrebbe apportato benefici alla grave situazione in cui versavano le masse rurali del Mezzogiorno, ma era anche vero che, con una politica attiva ed interventista da parte dello Stato in tal senso, l’emigrazione potesse diventare «un’arme efficace per migliorare le condizioni del lavoro, senza che si dovesse temere l’abbandono delle colture da parte dei proprietari». Consci del fatto che lo spopolamento dell’entroterra siciliano fosse uno dei frutti malsani della questione sociale, Sonnino e Franchetti puntarono a darvi una soluzione interamente liberale, predicando la necessità di avere uno Stato capace di incanalare nell’alveo dell’interesse nazionale l’emigrazione e, di pari passo, avviare una riforma agraria per l’ammodernamento dei sistemi di coltivazione ed il miglioramento della vita dei contadini.

Antonino di San Giuliano

Antonino di San Giuliano

Questo meridionalismo toscano non era un unicum nel panorama politico siciliano del periodo post-risorgimentale ed agli albori dell’epoca umbertina. Simili istanze erano infatti sostenute anche dall’allora assessore alla Pubblica Amministrazione del Comune di Catania, il marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano, una delle grandi speranze della sinistra liberal-democratica, e che saranno degnamente rappresentate anche da un gigante del romanzo italiano ottocentesco come Federico De Roberto con il personaggio del principe Consalvo Uzeda di Francalanza nella trilogia de “I Vicerè”. I proprietari terrieri siciliani più attenti agli sviluppi della questione bracciantile e contadina sostenevano la necessità non solo di darle una soluzione di tipo sociale ma anche uno sbocco coloniale proprio come sostenuto da Sonnino e Franchetti. Così mentre il tradizionale meridionalismo pretendeva da Roma una “sosta” in politica estera ed era avverso ad ogni avventura coloniale sottolineando come l’arretratezza del Mezzogiorno fosse d’ostacolo a qualunque teoria imperialista, Sonnino e Franchetti ritenevano che l’espansionismo fosse al pari tempo espressione e soluzione della questione sociale nel meridione.

Il meridionalismo “coloniale” di Sonnino e Franchetti – e d’una frazione sostanziosa del notabilato locale d’area radicale convertitasi poi al conservatorismo – professato nell’inchiesta del 1876 rispondeva al bisogno di trovare una soluzione non socialista e non anarchica al problema sociale. Quando Sonnino fonderà nel 1878 la rivista “La Rassegna settimanale”, cui collaboreranno oltre a Franchetti, Villari e lo scrittore Giovanni Verga (notoriamente vicino al milieu nazional-conservatore) anche due “pezzi da novanta” della “giovane destra” come il giurista pugliese Antonio Salandra e l’aristocratico fiorentino Francesco Guicciardini, l’obiettivo dichiarato sarà quello di raccogliere una vasta schiera di politici e pensatori liberal-conservatori attenti alle dinamiche sociali attorno ad un unico organo di stampa. “La Rassegna settimanale” fu un foglio autorevole del meridionalismo conservatore le cui basi, gettate con l’inchiesta sulla Sicilia, furono quelle da cui partire per costruire attorno a Sidney Sonnino – che sarà eletto deputato nel 1880 – una “nuova destra” più attenta alle spinte popolari (si veda il sostegno al suffragio universale maschile quale strumento d’emancipazione per le masse contadine) ma allo stesso tempo sostenitrice d’uno Stato forte capace di incanalare queste spinte nell’alveo dell’interesse nazionale. Da questo punto di vista alla tradizionale lettura dell’emigrazione quale “male endemico” i sonniniani opponevano l’idea dell’opportunità politica che essa offriva se solo si fosse riusciti a dare al fenomeno una qualche forma d’organizzazione. Così mentre la destra tradizionale era ostile – almeno in un primo tempo – a qualunque forma di spinta coloniale, il piccolo ma agguerrito gruppo de “La Rassegna settimanale” aveva aperto una riflessione sul tema che non tardò a passare da semplice speranza per una “nazionalizzazione dell’emigrazione” a strutturata richiesta di sviluppare un piano d’espansione coloniale nel Mediterraneo.
Sidney Sonnino

Sidney Sonnino

Il primo banco di prova per le teorie coloniali di Sidney Sonnino fu la questione tunisina ed il conseguente “schiaffo di Tunisi” subito dall’Italia per mano francese nel 1881. Già prima dell’unità la Tunisia era una meta di sbocco per l’emigrazione di italiani provenienti principalmente dal Regno delle Due Sicilie. Nel 1880 si contavano ben 25.000 italiani residenti a Tunisi che garantivano all’Italia il primato negli affari commerciali, bancari e navali. Da questa premessa risulta facile intuire quanta importanza rivestisse per Roma quella provincia ottomana in terra d’Africa ma allo stesso tempo quale fosse l’oggetto del contendere con la Francia: nel 1878 al Congresso di Berlino i francesi avevano ottenuto di fatto l’autorizzazione delle altre potenze europee ad occupare la Tunisia anche perché – e specialmente gli inglesi erano sensibili alla questione – sarebbe stato impensabile, con il canale di Suez ormai attivo, consentire ad una sola nazione di controllare entrambe le sponde del canale di Sicilia con la possibilità di attuare un blocco navale al centro del Mediterraneo strozzando i traffici commerciali in caso di crisi internazionale.

Quale compensazione all’Italia fu offerta la Tripolitania ma il ministro degli Esteri Benedetto Cairoli non volle in alcun modo impegnarsi in imprese militari che avrebbero per giunta accelerato il crollo dell’Impero Ottomano e la riapertura indesiderata della questione d’Oriente con l’Italia in posizione di debolezza. Durante il Congresso di Berlino Cairoli coniò per definire la sua politica l’espressione “mani nette” a simboleggiare una certa intransigenza ideologica ma anche uno strumento per rispondere a quanti in patria non avrebbero accettato una contropartita in Tripolitania a fronte dell’occupazione francese della Tunisia che avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale. La stampa conservatrice e della sinistra pentarchica ironizzarono sulla politica delle “mani nette” definendola delle “mani vuote” per i magri risultati ottenuti dall’Italia a Berlino, ma fu lasciato spazio anche a riflessioni più serie sui rischi dell’aspansionismo francese in Tunisia.
Un esponente di primo piano della destra dirudiniana come Luigi Luzzatti sul quotidiano romano d’ispirazione moderata “L’Opinione Liberale” scrisse che «[…] non si è sicuri se Biserta fosse nelle mani di una potenza militare qualunque. […] Se la Francia occupasse militarmente la Tunisia, l’Italia si sentirebbe soffocata. […] Tunisi in mano alla Francia […] sarebbe una diminuzione della nostra già scarsa potenza […]», esprimendo tutta la preoccupazione per eventuali azioni di forza della Francia a poche miglia marittime dalla Sicilia. Lo scopo ultimo della politica delle “mani nette” di Benedetto Cairoli – da ministro degli Esteri nel 1878 e da presidente del Consiglio nel 1881 – era, dietro la facciata della garanzia dell’Impero Ottomano, quello di ottenere Trento e Trieste dall’Austria-Ungheria riaprendo i termini del contenzioso adriatico e soffiando sul fuoco dell’irredentismo: Cairoli riteneva che Roma non poteva vantare diritti su territori africani posti sotto la sovranità ottomana proprio come Vienna non poteva reclamare il possesso dei territori italofoni. Come nella tradizione della sinistra moderata e democratica, Cairoli percepiva il contrasto tra gli ideali irredentisti e le aspirazioni coloniali giudicando le seconde come una pericolosa deviazione dal pensiero risorgimentale e dalla “missione storica” dell’Italia unita che mai avrebbe dovuto o potuto essere imperialista.
L’occupazione francese di Tunisi nel 1881 sancì il fallimento della politica delle “mani nette” e l’allontanamento dalla scena politica di Benedetto Cairoli e dei suoi sostenitori lasciando nuovamente spazio alla sinistra parlamentare di Agostino Depretis. La diplomazia ideologica del Cairoli, nata filofrancese ed antiaustriaca, con lo “schiaffo di Tunisi” finì per avvicinare l’Italia a Berlino e Vienna con le quali nel 1882 Roma firmò il trattato della Triplice Alleanza. La massiccia presenza di cittadini italiani in Tunisia fu una delle cause dello scontento generale che lo “schiaffo” francese provocò in Italia; un tema così sentito da provocare la caduta del governo Cairoli quando fino a quel momento, nemmeno nei momenti più gravi, gli esecutivi erano stati messi in minoranza o costretti alle dimissioni per questioni di politica estera.
La destra liberal-conservatrice italiana reagì al trattato franco-tunisino del Bardo ed all’occupazione di Biserta con una violenta campagna di stampa diretta contro il ministero Cairoli guidata dalla rivista cattolico-nazionale “Rassegna Nazionale” e che spinse perfino il moderato “Il Messaggero” a prendere una posizione palesemente anti-governativa mentre anche Giuseppe Garibaldi – punto di riferimento delle sinistre costituzionale e repubblicana – tuonava in Parlamento contro lo “schiaffo di Tunisi” sullo stesso tono di quanto facevano il liberale Giuseppe Massari ed il conservatore Antonio Starabba di Rudinì. Il gruppo raccolto attorno a Sidney Sonnino si segnalò in modo particolare per la virulenza ed allo stesso tempo la correttezza delle tesi espresse: l’appena eletto deputato Sonnino il 6 dicembre 1881 alla Camera dichiarò che re Umberto I in quei giorni in visita a Berlino avrebbe dovuto rinunciare «ad ogni concetto di alleanza con la Francia», potenza che con la propria politica metteva a repentaglio la sicurezza nazionale italiana. Con una netta cesura rispetto alla tradizionale politica della destra che vedeva nell’amicizia con Parigi uno dei postulati della diplomazia italiana, Sonnino considerava necessaria un’alleanza con i due imperi centrali tedesco ed austro-ungarico per controbilanciare nel Mediterraneo i due imperialismi rivali di Gran Bretagna e Francia. Lo sbarco a Larnaca del generale britannico Garnet Wolseley del 22 luglio 1878 che aveva posto Cipro sotto il dominio inglese in base ai protocolli segreti di Costantinopoli ed il trattato del Bardo franco-tunisino del 12 maggio 1881 con il quale la Tunisia aveva rinunciato al diritto di legazione attiva rappresentavano per Sidney Sonnino la prova tangibile delle politiche anti-italiane perseguite da Londra e Parigi e di come sarebbe stato difficile per Roma salvaguardare i propri interessi senza inserirsi nel blocco austro-tedesco.
Rispondente al bisogno percepito anche nelle alte cerchie della diplomazia italiana di evitare l’isolamento, la teoria sonniniana trovò pronto riscontro nel 1882 con la stipulazione del trattato della Triplice Alleanza tra Italia, Germania ed Austria-Ungheria. Per supportare le teorie tripliciste Sonnino trasformò la “Rassegna settimanale” in quotidiano con il nome di “La Rassegna: giornale quotidiano” diretto dal giornalista lucano ed ex garibaldino Michele Torraca (vicino agli ambienti della sinistra parlamentare) e che tra i suoi collaboratori vantava anche la famosa giornalista e scrittrice napoletana Matilde Serao. Fu dalle pagine de “La Rassegna” che Sonnino denunciò il rischio che la Triplice Alleanza potesse trasformarsi, prima ancora di essere stipulata, in un trattato non alla pari e che non garantisse gli interessi italiani nel Mediterraneo. Il deputato toscano scrisse nell’articolo “Le due politiche” (“La Rassegna”, 6 aprile 1882) che con il sostegno di Germania ed Austria-Ungheria l’Italia avrebbe dovuto ottenere le mani libere nel Mare Nostrum in netta contrapposizione alla politica delle “mani nette” di Cairoli; il rischio percepito però era che «una politica malaccorta» anziché stipulare un trattato «con condizioni di qualche vantaggio reciproco» finisse per assicurare il supporto delle armi italiane agli alleati senza ricevere in cambio alcuna garanzia. Basti pensare che fino al 1900 non esisterà una covenzione navale tra Roma, Berlino e Vienna relativa al Mediterraneo e che invece per gli italiani sarebbe stata di fondamentale importanza vista l’aggressività francese inaugurata proprio nel 1881 con il Trattato del Bardo e confermata nel 1883 con le convenzioni della Marsa che posero definitivamente la Tunisia sotto il controllo amministrativo di Parigi e la dichiarazione da parte del presidente Jules Grévy sull’importanza di avere le “mani libere” anche in Tripolitania.
Tuttavia il vero nodo della Triplice Alleanza dal punto di vista politico restava proprio il rapporto contrastante tra colonialismo ed irredentismo, questione che verrà risolta solo nel 1911 al momento della Guerra italo-turca quando i due propugnatori dell’imperial-irredentismo Ruggero Fauro Timeus e Gualtiero Castellini propugneranno scientemente la necessità per gli irredentisti d’aderire alla mitologia imperialista del nazionalismo corradiniano. Nel 1882 Pasquale Stanislao Mancini disse: «Perché a motivo del fatto che alcuni territori austriaci sono italiani noi dovremmo prenderli? Noi dovremmo allora avanzare simili proposte alla Francia e all’Inghilterra a cui appartengono Nizza, la Corsica e Malta». Una simile dichiarazione da parte di un esponente di spicco della sinistra parlamentare come Mancini non solo incrinò gravemente i rapporti più o meno formali tra irredentisti e governo italiano, ma sancì la sconfitta politica dell’irredentismo post-risorgimentale. Anche il “Giurista del Risorgimento”, acceso sostenitore del diritto delle nazionalità oppresse alla fine aveva dovuto, per ragioni di realpolitik, cedere alle richieste austro-tedesche.
Se praticamente tutta la sinistra ed una sostanziosa frazione della destra vissero come un trauma l’abbandono al loro destino degli irredentisti, il gruppo liberal-conservatore di Sonnino vi individuò un’opportunità per dedicarsi finalmente alla politica coloniale mediterranea a discapito della “ristretta” politica adriatica. Per Sonnino esisteva una antinomia tra irredentismo e colonialismo e lo “schiaffo di Tunisi” non aveva fatto altro che confermare ai suoi occhi la bontà di questa tesi. Per quanto vergognoso potesse sembrare ai più accesi sostenitori dell’irredentismo allearsi con Vienna e Berlino, tale scelta permise all’Italia di avere – pur con tutti gli svantaggi del caso – le “spalle coperte” mentre si giocava la partita coloniale contro la Francia. E quanto fosse sentita da Sonnino la necessità d’espansione coloniale fu evidente nel 1883 quando nella seduta del 10 marzo alla Camera, attaccando violentemente il governo Depretis sulla politica coloniale, dichiarò: «L’Italia non può e non vuole disinteressarsi delle condizioni politiche del Mediterraneo, non può avere le stesse mire, la stessa politica, sia che le si chiudano o no gli sbocchi ai suoi commerci, e le si restringa o no il campo all’emigrazione dei suoi lavoranti e alla concorrenza dei suoi industriali, e le si tolga ogni speranza di un grandioso avvenire coloniale».
Il 1883 aveva visto la comparsa sulla scena politica italiana di un più strutturato “partito coloniale”, invero un gruppo d’opinione, che aveva tra i suoi promotori alcuni aderenti alle società geografiche e commerciali, militari d’alto rango ed i parlamentari Antonio Oliva, Francesco De Renzis e, appunto, Sonnino. Questo gruppo, abbastanza composito ma legato all’ambiente della destra liberal-conservatrice, in sostanza propugnava pubblicamente la necessità di una penetrazione coloniale italiana anche politica e militare rinunciando o mettendo in secondo piano l’opzione economico-commerciale. Il “partito coloniale” italiano guardava con favore alle amministrazioni coloniali britannica e francese ma la sua originalità stava in un elemento prettamente “nazionale” che era il suo legame con la questione sociale. Ancora una volta era Sonnino ad influenzare con il suo pensiero la “dottrina coloniale” italiana in formazione. Il 7 maggio 1883 Sonnino tenne uno dei suoi discorsi più importanti alla Camera incentrato sull’emigrazione e sul legame inscindibile tra espansione coloniale e pace sociale: «[…] Io mi rallegro pel nostro paese, per l’avvenire della schiatta e del nome italiano che la nostra popolazione abbia in sé questa forza d’espansione […] Io ravviso nella nostra emigrazione un poderoso strumento di colonizzazione […] si deve considerare come una vera valvola di sicurezza per la pace sociale». Vero che in quei mesi in Sicilia aveva fatto la sua comparsa il movimento dei “Fasci siciliani” e che la questione sociale era tornata drammaticamente d’attualità, ma la scelta consapevole di Sonnino di fare riferimento nel suo discorso all’emigrazione “organizzata” in un dibattito dedicato al tema coloniale era in continuità con quanto da lui scritto nell’inchiesta del 1876 più che frutto degli eventi contingenti. L’occupazione francese della Tunisia aveva strozzato l’emigrazione italiana nella regione e non si può escludere apriori che i discorsi di Sonnino del 10 marzo e del 7 maggio 1883 fossero in qualche modo uniti dallo stesso filo rosso che collegava il tema politico della francofobia coloniale a quello sociale dell’emigrazione contadina.
Lo “schiaffo di Tunisi” del 1881 ed i suoi strascichi politici nel biennio successivo sono una tappa fondamentale per le dinamiche della formazione del pensiero coloniale dello statista toscano perché se da una parte mostrano l’ostilità di Sonnino nei confronti dell’irredentismo – che si trascinerà dietro anche quando, da ministro degli Esteri, avrà un peso determinante nel condurre l’Italia in guerra contro l’Austria-Ungheria nel 1915 – e la convizione che esso fosse a tutti gli effetti un freno all’espansionismo mediterraneo, dall’altra mostrano come egli si muovesse sulla scena politica da precursore del nazionalismo sociale di Enrico Corradini sia per l’interesse mostrato verso forme d’organizzazione degli emigranti, sia per lo “sbocco imperialista” che intendeva dare alla questione sociale.
Crispi ed i suoi ministri al Quirinale (1888)

Crispi ed i suoi ministri al Quirinale (1888)

Se l’occupazione di Massaua era stata favorevolmente accolta da Sonnino, la sconfitta di Dogali coincise con un periodo di difficoltà politiche per il deputato toscano che lo tennero lontano dalle grandi discussioni pubbliche che animarono il periodo: alla Camera Sonnino s’era trovato isolato a causa della sua ferrea opposizione alla politica finanziaria di Depretis mentre sulla scena editoriale s’era separato dalla “Rassegna” a causa dei contrasti con il direttore, il filogovernativo Michele Torraca, senza riuscire a trovare appoggi nel gruppo legato al quotidiano “L’Opinione Liberale”. Per riemergere dalle secche dell’isolamento politico Sonnino dovette attendere la morte di Depretis e la fase di transizione che portò alla ribalta il più forte degli esponenti della vecchia sinistra pentarchica, il siciliano Francesco Crispi. Le oscillazioni tipiche degli schieramenti politici dell’Italia trasformista portarono ad una trasformazione degli equilibri interni alle forze di maggioranza che spinse nuovamente Sonnino al centro della scena come personalità capace di influenzare Crispi anche in materia di politica coloniale: se l’ex garibaldino siciliano era stato un fermo oppositore prima della “politica mediterranea” di Mancini e poi dell’occupazione di Massaua, vista come foriera di guai e priva di prospettive, da presidente del Consiglio si convertì all’africanismo anche grazie alla campagna politica filo-coloniale portata avanti alla Camera e sulla stampa dal gruppo di Sonnino tra il 1889 ed il 1890.

Nel 1889 su incarico del Parlamento si recarono ad Asmara per studiare le potenzialità di quei territori appena occupati i deputati Sidney Sonnino, Rocco de Zerbi ed Achille Plebano. Tutti e tre di destra, avevano però opinioni profondamente diverse sulla scelta coloniale: se de Zerbi – che alla Camera sedeva tra gli scranni del “centro conservatore” – si era sempre dichiarato possibilista sulla presenza italiana in Africa, il liberista Achille Plebano era totalmente contrario a qualunque ipotesi coloniale mentre Sonnino si dimostrò particolarmente entusiasta. De Zerbi notò quanto fosse difficile acquistare terreni districandosi tra le complesse e spesso contraddittorie leggi locali (R. De Zerbi, L’inchiesta sulla colonia eritrea, Stabilimento tipografico dell’Opinione, 1891) mentre Plebano negò che vi fosse la pur minima prospettiva per fare di quella che sarebbe diventata l’anno dopo la Colonia Eritrea una meta per gli emigranti (A. Plebano, I possedimenti italiani in Africa. Impressioni e note di viaggio, Roma, 1889). Sonnino invece rappresentò ai colleghi deputati una situazione del tutto diversa mettendo in evidenza il fatto che in Eritrea vi fossero terra facilmente coltivabile, clima mite, atmosfera di sicurezza per gli immigrati ed ottime possibilità di stabilire traffici commerciali sia verso l’entroterra che con i paesi rivieraschi. Quando nel gennaio 1890 l’Italia proclamò la nascita della Colonia Eritrea Francesco Crispi riprese pubblicamente le tesi espresse da Sonnino parlando dell’Africa come una valida alternativa per gli emigranti che prendevano la via delle Americhe (S. Sonnino, L’Africa italiana. Appunti di viaggio, in “Nuova Antologia”, 01/02/1890).
I due grandi gruppi di pressione che puntavano su una politica coloniale espansionistica dell’Italia erano il gruppo siderurgico-cantieristico e quello dei proprietari terrieri meridionali. Mentre il primo era espressione della grande industria ed aveva i propri punti di riferimento nel sovrano, nei militari e nella destra monarchico-conservatrice, il secondo era un blocco composito espressione sia della sinistra costituzionale più vicina a Crispi che a quei settori della destra sensibili alla questione sociale. L’emigrazione coloniale come soluzione della questione meridionale teorizzata da Sonnino andava ad inserirsi all’interno di una più ampia aspirazione imperialista dell’élite politico-sociale del Mezzogiorno attenta ai flussi migratori diretti verso i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Punte avanzate di questa corrente erano a destra Antonio Salandra e Giuseppe Pavoncelli ed a sinistra Antonino Paternò Castello di San Giuliano. Seppur provenienti da esperienze politiche differenti i tre videro in Sonnino un punto di riferimento per portare avanti il programma del “meridionalismo coloniale”; anche un giornale come “Il Mattino” di Napoli si trasformò proprio nel biennio 1889-1890 in una cassa di risonanza della destra sonniniana ricordando come il deputato toscano avesse sostenuto alla Camera fin dal 1878, con l’autorevolezza dell’africanista e la fama di studioso della questione sociale, le ragioni dell’ala agrario-meridionale del colonialismo. Così mentre nell’ultimo trentennio la gran parte della classe dirigente nazionale s’era segnalata per una pericolosa disorganizzazione in materia di politica coloniale procedendo a tentoni o trovandosi di fronte ad umiliziani come quella subita a Tunisi, Sonnino era stato uno dei pochi coerenti sostenitori di una “emigrazione su larga scala” da dirottare verso i territori d’interesse per la politica estera di Roma.
Gli anni 1889-1890 furono anche quelli nei quali il “meridionalismo coloniale” di Sonnino assunse forti connotazioni anti-socialiste in risposta all’esplosione delle violenze di classe dei “Fasci siciliani” egemonizzati nei propri quadri dagli uomini del PSI. Per Sonnino e di San Giuliano la lotta di classe era un fattore artatamente costruito dai socialisti e che non poteva essere, per il suo carattere d’astrattezza rispetto ai reali bisogni dei contadini, la soluzione alla questione sociale. L’unico provvedimento costruttivo in tal senso poteva essere solo quello di riversare le energie del bracciantato emigrante in un più ampio progetto di politica estera che fosse capace di coniugare le le necessità politico-diplomatiche del giovane Regno d’Italia con il mantenimento della pace sociale.
La caduta del governo Crispi il 6 febbraio 1891 determinata da una questione di bilancio statale in realtà era stata anche causata anche dalla montante campagna di stampa sui giornali franco-britannici relativa alla denuncia da parte del negus d’Etiopia Menelik II del Trattato di Uccialli del quale veniva contestata l’interpretazione italiana data all’articolo 17. La vicenda è cosa nota ma induce ad aprire una parentesi su Sonnino. Al momento del violento scontro parlamentare nel quale il successore di Crispi, il marchese di Rudinì, a causa della scelta tra votare una riforma fiscale “lacrime e sangue” a danno delle classi meno abbienti o ridurre le spese militari Sonnino – nel frattempo diventato punto di riferimento del centro conservatore – disse pubblicamente alla Camera che egli avrebbe appoggiato la riduzione delle spese a patto che però l’esecutivo prendesse l’impegno di mantenere una presenza militare in Africa senza quindi dare spazio alle richieste degli anti-africanisti più radicali che sostenevano la maggioranza.
Una presa di posizione del genere allontanò il centro-destra sonniniano dal blocco imperialista agrario-meridionale e fu la conseguenza più logica – anche se probabilmente la meno utile politicamente – della svolta filo-governativa del deputato toscano. Sonnino non contribuì a salvare il governo costretto a dimettersi e, contemporaneamente la sua scelta tagliò di fatto i ponti con tutto il bagaglio “sociale” del suo africanismo nonostante, in teoria, egli restò esponente di punta dell’imperialismo sociale fino alla comparsa sulla scena dei nazionalisti.
Quella sarebbe stata la linea tutta particolare del colonialismo di Sonnino, quella a cui terrà fede anche da ministro delle Finanze del governo Crispi e che lo porterà a scontrarsi duramente con il presidente del Consiglio a pochi giorni dalla battaglia di Adua. Successivamente, per ragioni politiche, Sonnino si avvicinerà al blocco siderurgico-cantieristico e delle sue ragioni si farà sostenitore con il “Giornale d’Italia” nel periodo precedente la guerra italo-turca e durante il conflitto ma di fatto l’elaborazione originale del suo pensiero coloniale terminò molto prima della fatidica giornata di Abba Garima.
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di Filippo Del Monte
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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– R. A. Webster, L’imperialismo industriale italiano, Einaudi, Torino, 1975
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