Egeo. Operazione “Abstention”. Il disastro di Castelrosso

Dopo la sconfitta in Africa settentrionale ed il disastro della 10^ Armata, sommato al catastrofico intervento in Grecia, la “Mediterranean Fleet” inglese sembrava aver preso il controllo del Mediterraneo a dispetto delle forze navali italiane della Regia Marina.
L’Italia, tuttavia, era ben lontana dal crollo che l’avrebbe investita negli ultimi anni del conflitto e aspettava solo l’occasione buona per tornare alla carica.
Dopo l’intervento tedesco in Grecia la situazione per gli alleati si era capovolta; il territorio Ellenico sul continente era stato occupato, Creta era sotto attacco dei paracadutisti tedeschi e gli italiani organizzavano sbarchi ed aviolanci su tutte le isole minori. Questo aveva spinto i britannici a reagire per ripristinare un minimo di equilibrio avviando la progettazione della poi ingloriosa “Operazione Abstention”… Gli italiani possedevano le isole del Dodecanneso che fungevano da importantissima base logistica e militare per la Regia Marina che stava riprendendo il controllo dell’Egeo; oltre al fatto che, se questa operazione fosse andata per il meglio, la Turchia, molto probabilmente, sarebbe entrata in guerra a favore degli alleati (obbiettivo insito nell’operazione stessa).
rossocorriereIl 21 novembre 1940 l’ammiraglio Andrew Cunningham, comandante in capo del Mediterraneo, scrisse all’ammiraglio Dudley Pound, preposto alle attività marittime nella camera dei Lord, dicendo, tra le varie cose, che il Dodecanneso sarebbe stato una facile conquista.
Cunningham suggerì a Pound che delle unità di commandos potevano probabilmente essere usate per operazioni in Dodecanneso in piccola scala.
Fu così, che Castelrosso fu identificata come conquista iniziale per la successiva conquista di tutto il resto del Dodecanneso.
Churchill, tuttavia, pensava che attacchi militari ad isole minori, come Castelrosso, fossero da evitare almeno prima che fosse lanciato un attacco massiccio su tutto il fronte, poiché questo avrebbe probabilmente scatenato delle antipatie tra Grecia e Turchia.
Churchill avrebbe piuttosto optato a sferrare un attacco sull’isola di Pantelleria, con una miglior posizione strategica tra Tunisia e Sicilia.
Cunningham invece non fu assolutamente d’accordo e insistette fortemente per effettuare delle azioni combinate nel Dodecanneso agli inizi del 1941.
Alla fine, prevalse la posizione di Cunningham che persuase lo stato maggiore di Londra a deliberare incursioni in piccola scala nelle isole più esterne del Dodecanneso, purché queste operazioni fossero il preludio per una più imponente invasione dell’isola di Rodi, già programmata per l’aprile del 1941.
Inizialmente, Cunningham pensava di organizzare l’insediamento di batterie costiere a Caso, consentendo così di dominare l’accesso al campo di atterraggio aereo di Scarpanto per poi piazzarle ad entrambi i lati dello stretto di Caso.
La sera del 16 gennaio 1941, venne tentato un primo infruttuoso tentativo di sbarcare le batterie costiere a Caso, che fallì quando i commandos britannici si trovarono di fronte all’opposizione italiana.
Successivamente, Cunningham mise gli occhi su Castelrosso che fino a quel momento era sempre rimasta al di fuori di qualsiasi attività bellica e che contava una difesa di soli 50 soldati.
Poiché Castelrosso si trova ad una considerevole distanza da Rodi, Cunningham credeva, erroneamente, come si è scoperto dopo, che gli Italiani non sarebbero stati in grado di lanciare un contrattacco e che quindi l’isola sarebbe stata conquistata con facilità.
Inoltre, Cunningham credeva, correttamente in questo caso, che l’isola sarebbe stata utile come base per le motosiluranti di supporto alle prossime operazioni in Dodecanneso.
Infine, l’isola sarebbe stata occupata sperando che nel frattempo anche la Turchia sarebbe scesa in guerra al fianco dell’Inghilterra, in quanto contemporaneamente al momento programmato per l’invasione, Anthony Eden, segretario agli affari esteri, e il generale John Dill sarebbero stati in missione ad Ankara per persuadere la Turchia a tal scopo.
In quella circostanza, nessuno poteva minimamente immaginare che l’incursione su Castelrosso si sarebbe conclusa con un clamoroso fallimento per delle casualità in entrambi gli schieramenti che portarono poi ad un’interrogazione governativa ad alto livello, ordinata dallo stesso Churchill.
Il piano d’assalto (nome in codice “Abstention”, astensione, o “Pitch”, lancio) fu infine approvato lunedì 24 febbraio 1941.
L’operazione fu così congegnata: una forza di attacco composta da 200 commandos sarebbe dovuta sbarcare dagli incrociatori “Decoy”e “Hereward” poco prima dell’alba del 25 febbraio 1941, presso Punta Nifti.
La forza d’attacco doveva immediatamente occupare il porto e certi punti strategici come il palazzo della Dogana e della Delegazione del Governo e la stazione radio, con l’assistenza di un’imbarcazione armata appositamente programmata per arrivare immediatamente dopo l’avvenuto sbarco.
I commandos dovevano avere con sé viveri sufficienti per le prime 48 ore di occupazione e quindi sarebbero stati rilevati dopo 24 ore da una guarnigione d’occupazione permanente composta dal corpo degli “Sherwood Foresters”, al momento di stanza a Cipro.
Poiché non ci sarebbe stato alcun supporto aereo a sostenere l’incursione, fu convenuto che la RAF avrebbe bombardato gli aeroporti tedeschi e italiani a Rodi, come azione diversiva, nelle notti del 25/26 e del 26/27 febbraio, quando l’invasione sarebbe stata al suo apice.
Tuttavia, le informazioni sulla difesa militare dell’isola erano particolarmente scarse.
La maggior parte delle informazioni a disposizione erano state per lo più raccolte da fonti francesi del periodo in cui l’Air France utilizzava il porto di Castelrosso, circa a metà degli anni ’30, come base per i suoi idrovolanti da carico.
In aggiunta, gli Inglesi possedevano una carta nautica e qualche cartolina illustrata italiana e altre scarse informazioni ottenute dall’Ammiragliato e queste erano le uniche informazioni disponibili per organizzare l’attacco.
Per questo motivo, l’ufficiale in carica per questa operazione, il contrammiraglio E. de F. Renouf, decise che lo sbarco dovesse avvenire di notte.
L’attacco fu affidato agli uomini del 50^ Middle East Commando, una forza speciale che si era addestrata in Egitto e che faceva base a Creta, per le incursioni nel Dodecanneso.
Nel complesso, i commandos avevano un armamento leggero portando con sé per questa specifica operazione, soltanto tre Bren, 70 fucili, 18 “Tommy” mentre il restante armamento consisteva di 45 pistole Mauser e vari coltelli.
La sera del 23 febbraio, i commandos, che erano di stanza a Candia (Iraklion) si imbarcarono sugli incrociatori “Decoy” e “Hereward” che alle ore 01.00 di lunedì 24 febbraio partirono in direzione di Castelrosso.
Era stata tracciata una rotta che passava attorno alla parte occidentale di Creta, anziché dalla parte orientale che dà verso lo stretto di Caso, allungando così il percorso di 160 miglia e rendendo perciò necessario mantenere una maggior velocità.
In seguito, questa fu una concausa per la quale gli incrociatori rimasero a corto di carburante, proprio in un momento critico.
Tutto il giorno 24 febbraio era stato impiegato dagli incrociatori per raggiungere Castelrosso, mentre i commandos si preparavano a bordo per l’incursione notturna.
La mattina presto del 25 Febbraio gli incrociatori vennero guidati verso Punta Nifti seguendo le luci del sommergibile “Parthian”.
Iniziò, così, lo sbarco dei commandos.
Poiché la consistenza delle difese italiane e l’esistenza di eventuali batterie costiere e riflettori di ricerca non era conosciuta con precisione dagli attaccanti, c’era molta tensione e perciò le navi fermarono le macchine ed iniziarono ad ammainare le lance a circa 200 metri dalla linea costiera attorno a Punta Nifti.
Per trasportare i soldati a terra c’erano a disposizione 10 baleniere (tipo di lance a remi, lunghe e maneggevoli normalmente usate in Atlantico per la caccia alle balene).
Tuttavia, nel buio più fitto, le dieci baleniere si sparpagliarono e la maggioranza di loro sorpassò il punto fissato per lo sbarco remando fino all’interno della bocca di porto.
Un ufficiale che partecipò alla prima ondata di sbarchi, ricorda quanto segue:
” E’ importante notare che il timoniere che ci conduceva verso il punto convenuto di sbarco era un regatante della squadra di canottaggio della marina.
Io mi trovavo con lui nella prima barca mentre tutti gli altri ci seguivano con cieca fede nella navigazione decisa da un così qualificato esponente della marina.
Proseguimmo lentamente fino a quando intravvedemmo delle sagome scure di alcune costruzioni che si materializzavano gradualmente ad entrambi i lati e qualcuno esclamò: ” Ma dove diavolo siamo finiti? Ci avevano detto che la zona di Punta Nifti doveva essere completamente disabitata! “
Quasi immediatamente sentimmo un’intimazione in italiano seguita da una raffica di proiettili provenienti da armi portatili leggere, tutto intorno a noi.
Il nostro timoniere della squadra di canottaggio della marina, con un singolare aplomb che gli derivava dal suo lungo stato di servizio come marinaio, gridò: ” Remate più a fondo con quelle pagaie, bastardi! “.
Remando a tutta forza ci guidò indietro alcune distanze oltre l’incrociatore “Decoy. “
L’ufficiale al comando della seconda baleniera, ricorda invece questo evento nei seguenti termini:
“Entrammo nel porto più silenziosamente possibile e ammainammo le barche dai blocchi ben lubrificati.
La remata procedeva con coordinazione e le baleniere che erano state prima ben preparate in ogni dettaglio per raggiungere terra, andavano avanti silenziosamente ciascuna carica di truppe da sbarco e da due o tre marinai per riportarle alla nave per la successiva ondata di sbarchi.
Al primo sbarco, la prima imbarcazione in testa alle altre procedeva troppo lentamente e perciò le barche successive urtavano tutte una contro l’altra, accumulandosi attorno alla nostra.
Segnalai all’ufficiale della prima barca di procedere più velocemente.
Sfortunatamente, accelerò troppo in fretta e l’abbrivo le impedì di ridurre nuovamente la velocità e così mi ritrovai col dilemma se continuare a seguirla a vista o se rimanere indietro con i ritardatari.
Cercando di fare il mio meglio per entrambe le situazioni, mi ritrovai in pratica a non aver fatto né l’una, né l’altra cosa, perdendo di vista sia le imbarcazioni dietro di noi che quella di fronte.
Riuscii comunque a raggiungere il punto fissato per lo sbarco dove vidi le nostre truppe, ma le altre imbarcazioni si persero per strada, furono viste dal nemico e bersagliate, sebbene anche loro riuscirono, infine, a sbarcare i loro uomini in altri punti lungo la costa. “
La confusione creatasi nello sbarco della prima ondata di commandos, creò la situazione per cui solo le prime due barche raggiunsero correttamente il punto prefissato per lo sbarco, sbarcando lì i loro cinquanta uomini, ma otto delle restanti baleniere si persero nel buio.
Queste otto imbarcazioni oltrepassarono Punta Nifti ed entrarono direttamente in porto dove furono scoperte e bersagliate.
Anche i commandos sbarcati dalle prime due barche, furono oggetto di uno scontro a fuoco mentre si avvicinavano alla città lungo il sentiero che la congiunge a Punta Nifti.
Qui, due militari italiani furono uccisi immediatamente e uno ferito gravemente.
I tre marinai erano stati inviati in avanscoperta dalla stazione di vedetta di Monte Vigla, dopo aver avvertito gli spari in zona portuale.
Passando in prossimità della casa del segretario del Delegato situata nella zona costiera del Mandracchio, i marinai in perlustrazione avevano allertato la sua famiglia di restare in casa perché qualcosa stava per succedere.
Sfortunatamente per loro, da lì a pochi minuti avrebbero incontrato sulla strada gli Inglesi che si avvicinavano, scontrandosi con loro.
Uno dei due marinai caduti era il sottocapo Eligio Troiano.
Il ferito era il marinaio Boscolo oggetto dell’atto coraggioso della maestra Anastasia Arnaoutoglou che, passando da quelle parti ed avendo visto la scena, si interpose agli Inglesi proprio mentre questi stavano per finire il marinaio ferito, salvandogli così la vita(gli inglesi preferirono non rischiare di uccidere una cittadina locale per evitare contrattacchi anche dalla popolazione greca dell’isola) e per questo fu in seguito decorata con la medaglia di argento al valor militare.
Alle ore 04.15 si sentirono dei colpi di fucile provenienti dalla zona del porto e alle 05.00 le otto baleniere dell’operazione originaria rientrarono alle navi senza aver sbarcato nemmeno un uomo.
Alle 05.15 l’ufficiale in comando inviò ulteriori quattro baleniere per cercare di rintracciare la posizione del solo gruppo che era riuscito a sbarcare con l’intenzione di reimbarcarli, visto che ormai il fattore sorpresa della missione non era riuscito.
Rimasto a quel punto senza alternative, l’ufficiale in comando decise di continuare l’operazione ordinando di sbarcare l’intera forza.
Poiché c’era già la luce diurna, gli Italiani erano ormai a conoscenza dell’operazione e il tempo era l’essenza di questa missione ormai compromessa.
Alle 06.20 tre barche sbarcarono a terra un ulteriore squadra di commandos che proseguirono a supporto del primo gruppo.
Gli sbarchi continuarono per un’altra ora.
Alle 06.40 fu sparato dal castello un faro di color verde dal primo gruppo, ad indicare che avevano conquistato il controllo di quel punto.
L’intera guarnigione italiana, composta da soldati, marinai, pochi carabinieri e finanzieri, appena saputo dello sbarco inglese, si asserragliò prima a Monte Vigla e quindi a Paleocastro dove riuscirono ad inviare un segnale di aiuto al comando di Rodi (“Qui guarnigione italiana Castelrosso-STOP- Siamo attaccati-STOP-Truppe inglesi sbarcano sull’isola-STOP-Richiesta immediato intervento-STOP-”), preparandosi ad una strenua difesa.
Il diario personale con le preziose testimonianze del capoposto della stazione di vedetta di Monte Vigla, il Secondo Capo Fresu, di origine sarda, è andato purtroppo smarrito, costringendoci così a riportare solo quanto da lui stesso riferito sull’argomento a fine guerra nella sua testimonianza.
Nel suo diario, il capoposto descriveva con quanta tenacia è stato respinto dagli Italiani l’attacco inglese, sfatando le dicerie comuni tra i combattenti Inglesi secondo le quali gli Italiani sarebbero codardi e poco inclini al dovere militare.
Poco armati per la difesa, gli Italiani coraggiosamente raccoglievano prima dell’esplosione le bombe a mano lanciate oltre la barricata dagli Inglesi, per rilanciarle contro gli assedianti.
Talvolta accadeva però che le bombe esplodessero nelle stesse mani di chi le aveva raccolte, con conseguenze agghiaccianti.
Le perdite umane della piccola guarnigione italiana furono tremende.
Nella sua testimonianza, il narratore smentisce anche la circostanza, teorizzata successivamente da altre fonti italiane, secondo la quale i preziosi codici cifrati per le telecomunicazioni di guerra sarebbero stati presi dagli Inglesi in quell’occasione.
Fresu afferma invece che i codici segreti siano stati bruciati per tempo poco prima dell’assedio inglese e tale testimonianza è anche suffragata da altre successive testimonianze dei combattenti nemici, venuti a rilevare gli italiani della guarnigione ormai costretti alla resa.
La stazione radio fu infine occupata dagli Inglesi come pure il palazzo della Delegazione del Governo all’entrata del porto, il palazzo della Dogana e le piccole baracche dove all’epoca erano ubicati gli uffici dell’Air France in zona portuale.
Gli attaccanti scoprirono infine che, fortunatamente per loro, non vi era alcuna batteria costiera in difesa dell’isola.
L’incrociatore “Decoy” che nel piano originario avrebbe dovuto rimanere più a lungo in rada durante la missione a Castelrosso in assistenza dei commandos, si trovò a corto di carburante a causa del maggior percorso effettuato all’arrivo per aver transitato ad Ovest di Creta, anziché ad Est, e decise pertanto di dirigere anticipatamente verso Alessandria d’Egitto per il rifornimento e per imbarcare il contingente dei “Sherwood Foresters” che avrebbero dovuto in seguito sostituire i commandos.
Verso le ore 06.15 circa, la cannoniera “Ladybird” arrivò a Castelrosso come da programma per assistere i commandos nella conquista di Paleocastro.
Nonostante fosse stata oggetto di colpi da parte di un piccolo gruppo di Italiani rimasti isolati a Santo Stefano, la nave “Ladybird” iniziò presto a far fuoco su Paleocastro dove si era asserragliato il grosso della guarnigione italiana.
Mentre una compagnia di commandos conquistava il forte, un’altra compagnia occupava altri importanti edifici della città, mentre la restante altra metà della compagnia si arrampicava sulle vette di fianco di Paleocastro per prevenire ogni via di fuga degli Italiani sulle altre colline al centro dell’isola.
Prima delle 10.00, dopo un’accanita difesa, gli Italiani si arresero e furono subito fatti prigionieri dagli Inglesi.
Da un primo frettoloso controllo fatto al momento, risultava che sei Italiani erano caduti in combattimento, sette erano rimasti feriti e 35 fatti prigionieri.
I commandos poterono anche sequestrare dagli Italiani molte armi, munizioni, viveri e benzina.
Alle 10.00 in punto la bandiera Britannica fu issata sul palazzo del Governatorato situato all’entrata del porto.
Poco dopo, anche il battello postale italiano proveniente da Rodi fu immediatamente catturato e la posta venne confiscata assieme ad ogni altra proprietà.
Non era compito dei commandos riorganizzare la difesa dell’isola in caso di un eventuale contrattacco.
Questo compito era reso ancora più difficile dal fatto che, appena lo sbarco fu completato, apparve sul porto un aereo italiano.
Approssimativamente verso le 09.50, dei caccia CR42 seguiti da dei bombardieri SM 81 attaccarono l’isola concentrandosi sul versante che conduce verso Paleocastro e attaccando la “Ladybird” che nel frattempo si era ormeggiata in porto.
La “Ladybird” fu subito colpita verso poppa e alcuni membri dell’equipaggio rimasero feriti seriamente.
Poiché la permanenza della nave in porto sarebbe stata troppo pericolosa, essa salpò in tutta fretta verso Cipro lasciando così soli i commandos e totalmente sguarnita la protezione dell’isola via mare.
Tra le 11.00 e le 13.00 continuarono i bombardamenti.
Gli obiettivi erano Paleocastro e il versante nord del porto.
Secondo alcune fonti le mitragliatrici catturate agli Italiani a Paleocastro aiutarono i commandos ad abbattere due bombardieri italiani, uno al largo della costa occidentale dell’isola e l’altro approssimativamente ad un miglio a nord di Punta Nifti (tutti gli equipaggi italiani sarebbero sopravvissuti), ma secondo molte altre fonti questa parte di storia parrebbe molto poco credibile in quanto non vi sono prove di tali eventi.
Fu colpito anche uno dei caccia CR42 che fu visto ripartire dall’isola non in perfetto controllo.
I bombardamenti e i colpi di mitraglia seguirono per tutto il giorno fino alle 16.30 del pomeriggio senza alcun danno per le truppe britanniche o per i civili.
In prima serata, i commandos si ritenevano ormai abbastanza soddisfatti dei risultati del giorno avendo realizzato il completamento dell’invasione dell’isola e per essersi impossessati dei libri con cifrari diplomatici dalla cassaforte del Governatore che venne fatto prigioniero assieme ad altri 12 civili.
Dopo una giornata di successi, i commandos si organizzarono per il riposo notturno e alle ore 20.00 la maggioranza degli uomini si accamparono a Punta Nifti, mentre ufficiali e sentinelle prendevano posizione al Governatorato e nella casa del Governatore che era situata dalla parte opposta della baia.
Torpediniera_Lupo_maggio_1941Tuttavia, alle 21.00 due motosiluranti italiane accompagnate da altre due imbarcazioni armate( Una di queste era la torpediniera “Lupo”) entrarono in porto con dei riflettori di ricerca accesi e iniziarono a sparare sugli edifici che supponevano fossero occupati dai commandos.
La banchina del porto era quasi tutta coperta di proiettili perforanti.
Le forze britanniche non avevano previsto un contrattacco di tale portata poiché immaginavano che la loro marina avrebbe protetto l’isola da qualsiasi intervento italiano.
In questa azione, morirono tre commandos britannici e sette rimasero feriti.
Il maggiore Rose, comandante in seconda dei commandos, ricorda quanto segue:
” Lo stato maggiore dei commandos intendeva dormire negli uffici della Dogana mettendo di guardia un servizio di sentinelle.
Tutti erano piuttosto stanchi e iniziarono a dormire dalle ore 20.30.
Improvvisamente alle ore 21.00 si accese una luce abbagliante nell’intero edificio e nell’area esterna del porto circostante.
Si pensava che il nemico avesse lanciato dei fari a paracadute e che facessero dei bombardamenti di precisione.
Queste luci molto forti dovevano invece senza dubbio provenire da una nave da guerra che stava entrando ora in porto.
Dal momento che ci è servito per scoprire da dove proveniva la luce a quello dell’inizio del fuoco passarono pochissimi secondi.
I comandanti fecero appena in tempo ad uscire fuori mentre il soffitto e le pareti crollavano.
Seguirono molte sparatorie.
Prima di raggiungere una posizione sicura, corsi lungo qualche strada laterale e inavvertitamente finii nel raggio di luce dei riflettori di ricerca.
Ritornammo rapidamente sui nostri passi e ci dividemmo in diverse direzioni.
Ci furono delle difficoltà a riunire lo stato maggiore al buio lungo le strette stradine.
Da lì potemmo vedere la sagoma scura della nave attaccante ad una distanza di appena 150 metri circa con le luci di ricerca che si muovevano tutt’attorno come delle lunghe dita di luce che cercavano di localizzare le nostre truppe.
Il rumore e l’effetto esplosivo devastante è stato estremamente spaventoso. “
A quel punto, fu abbastanza chiaro ai Britannici, che qualcuno dei locali castelrossini doveva aver consigliato agli Italiani dove sferrare con precisione il contrattacco e i sospetti caddero ovviamente sull’ex podestà Lakerdis che, seppur di origine greca, sperava nella reimpostazione del controllo italiano sull’isola, sapendo bene che, in caso di vittoria alleata, l’isola sarebbe finita nelle mani turche come compenso da parte britannica in cambio dell’entrata in guerra della Turchia al fianco degli alleati.
All’inizio, gli Italiani avevano pianificato un attacco dalla parte meridionale dell’isola.
Gli Italiani cambiarono obiettivo soltanto dopo aver ricevuto l’avviso di Lakerdis che l’assalto avrebbe dovuto preferibilmente essere reindirizzato verso l’area del porto e dopo che lo stesso Lakerdis vide svolgersi le operazioni dal ponte di una nave dando istruzioni al comandante italiano.
In conseguenza dell’assalto italiano, il corpo principale dei commandos fu forzato a ritirarsi verso la località del cimitero mentre un’altra compagnia rimase tagliata fuori dall’altra parte del porto, nel retro della residenza del Governatore (nelle vicinanze del sito ove è stato costruito l’attuale albergo).
La sera del 25 febbraio faceva molto freddo, pioveva e ciò peggiorò le cose per gli invasori britannici.
Lo scopo del breve contrattacco italiano era quello di sbarcare un plotone di marinai armati di fucili e mitra automatici.
L’operazione riuscì ed essi entrarono nel Governatorato sventrato e si precipitarono a bussare alle case sul lungomare del porto.
I residenti di origine italiana ed anche tutti i civili di origine greca che avessero voluto seguire gli italiani, uscirono dai nascondigli e furono portati a bordo della nave, al sicuro dai combattimenti, utilizzando le numerose barchette ormeggiate in porto.
Gli italiani volevano anche recuperare i libri con i codici segreti che erano stati prima sequestrati al Governatore dai Britannici e demolire la loro stazione radio.
Riuscirono a realizzare il secondo obiettivo, ma non riuscirono ad ottenere i libri dei codici perché la cassaforte dove erano rimasti custoditi nella residenza del Governatore non si apriva più poichè era rimasta danneggiata durante la sparatoria italiana ed era troppo pesante per portarla tutt’intera su una barca.
Il piccolo gruppo di incursione italiano ripartì alle ore 02.00, la mattina del 26 Febbraio.
Dopo la partenza degli Italiani, le truppe occupanti ritornarono alle loro precedenti posizioni.
I bombardamenti continuarono per tutta la giornata successiva, ma meno intensamente.
Le forze che avrebbero dovuto venire a rilevare i commandos la mattina dopo come da accordi iniziali, non arrivarono.
Quel giorno fu indubbiamente un momento importante per tutti gli abitanti di Castelrosso.
In questa fase iniziale della guerra essi furono il primo nucleo del Dodecaneso ad uscire dal controllo italiano.
La notte del 26/27 febbraio trascorse quieta e senza incidenti.
Tutti i commandos dormirono a Punta Nifti tranne le sentinelle e le pattuglie di sorveglianza.
Allora, per i commandos iniziavano a scarseggiare i viveri ed erano piuttosto arrabbiati per il mancato arrivo delle forze che dovevano venire a rilevarli.
Vi era la reale possibilità di un contrattacco italiano proveniente dal mare e i commandos erano ormai demoralizzati.
Per il cibo, essi contavano su qualche sacchetto di gallette biscottate italiane che avevano sequestrato a Paleocastro.
La mattina del 27 alle ore 09.00, in prossimità della costa turca furono avvistati due incrociatori italiani diretti verso l’isola.
gli-italiani-riconquistano CastelrossoIn quel momento delle pattuglie di commandos erano state dislocate in giro per l’isola per controllare le spiagge e segnalare l’avvicinamento delle forze tanto attese che dovevano venire a rilevare il contingente.
L’arrivo in porto degli incrociatori italiani causò il panico tra i commandos inglesi e ben presto truppe italiane presero terra infiltrandosi lungo le calli e le viuzze che collegano il centro del porto a Paleocastro e verso il cimitero.
Iniziò anche un bombardamento aereo che rese ancora più difficoltosa la posizione delle truppe britanniche.
A mezzogiorno, alle due compagnie inglesi rimaste isolate, una al cimitero e una al posto di sbarco, non rimase altra scelta se non quella di ritirarsi scalando la cima dello strapiombo che domina Punta Nifti, conosciuto localmente con il nome di Avlonia.
L’armamento dei commandos era leggero e non avevano abbastanza armi e forza numerica per mantenere il controllo della piccola zona costiera dove si erano accampati e per evitare il rischio di essere poi dimenticati dai loro stessi amici nel caso si fossero dispersi sui tanti strapiombi, decisero di ritirarsi tutti assieme sulla cima più alta.
Gli aerei e le navi da guerra italiane circondarono l’isola bersagliando qualsiasi militare britannico che scorgevano a breve raggio.
In tutto, furono sbarcati 250 soldati italiani tra truppe da sbarco e Alpini riprendendo il controllo della maggior parte dell’isola, esclusa la piccola area dell’altipiano alle spalle del monte Avlonia dove si erano ritirati i Britannici.
I britannici si sentivano sicuri sulla cima, ma non sapevano che gli alpini italiani si stavano arrampicando silenziosamente sul costone di roccia in attesa di sferrare un violento attacco. Appena fatta notte i commandos, stremati, si addormentarono in breve tempo, ma ebbero presto un brusco risveglio. Gli Alpini, esattamente come lupi su un gregge di pecore, si erano lanciati all’attacco dai loro nascondigli tempestando di fuoco gli inglesi.
La situazione sembrava quasi disperata, ma i commandos decisero di resistere confidando che prima o poi la Royal Navy sarebbe infine arrivata per aiutarli.
La compagnia di “Sherwood Foresters” che avrebbe dovuto rilevare i commandos, partì finalmente da Alessandria d’Egitto alle ore 08.00 del 27 a bordo dell’incrociatore “Decoy”, arrivando al largo dell’isola poco prima di mezzanotte.
I commandos riuscirono a farsi vedere dalle forze che avrebbero dovuto venire a rilevarli, accendendo dei fiammiferi e delle torce elettriche.
Data la situazione creatasi sull’isola, a bordo del “Decoy” si decise che non era prudente sbarcare gli Sherwood Foresters, ma era meglio, piuttosto, evacuare i commandos.
Infine fu deciso di attuare questo piano, sebbene qualcuna delle pattuglie rimaste in giro per l’isola non fosse ancora stata rintracciata nell’oscurità.
Qualcuno fu ucciso mentre tentava di raggiungere le navi alleate, qualcuno fu catturato il giorno dopo dagli Italiani, mentre qualcun altro tentò di raggiungere a nuoto la terraferma in Turchia, ma le correnti erano insolitamente forti…furono dati per dispersi e di quei soldati non si seppe più nulla.
Il pomeriggio del 1° Marzo 1941 i commandos recuperati, rientrarono a Creta.
Il fallimento dell’operazione Abstention ebbe delle pesanti ripercussioni ad ogni livello.
Senza dubbio, il fallimento dell’operazione non fu certo d’aiuto nella campagna di persuasione della Turchia ad entrare in guerra contro le potenze dell’Asse. Era ovvio che qualcosa fosse andato storto proprio nella prima importante offensiva nel Mediterraneo orientale, sminuendo le aspettative di successo nei piani futuri della Gran Bretagna nel Mediterraneo.
Cunningham, l’artefice di questa operazione, chiarì nel comunicato datato 28 febbraio 1941 che l’incursione era da considerarsi solo come un tentativo isolato.
Lo stesso giorno, Churchill fu informato circa il comunicato di Cunningham sull’esito dell’operazione e trasmise immediatamente un telegramma ad Anthony Eden, Segretario agli Esteri al Cairo, dicendo:
“Sono piuttosto perplesso per qualcosa che ancora non sono riuscito ad accertare su quanto accaduto a Castelrosso.
Il rapporto su Castelrosso non spiega esattamente quanti uomini siano effettivamente sbarcati; dove sono sbarcati; quanto hanno percorso; cos’hanno fatto; che prigionieri hanno fatto; quante perdite hanno subito; come sia stato possibile che il nemico abbia potuto rafforzare la sua presenza dal mare nel momento in cui si supponeva che noi avessimo la supremazia marittima; quali sono state le forze navali e militari che hanno rafforzato il nemico; quando e da dove sono arrivati; com’è stato possibile che quando era già stata annunciata la conquista dell’isola, si sia scoperto solo allora che una grande nave da guerra nemica fosse entrata in porto; se abbiamo mai conquistato il porto e le difese attorno ad esso.
E’ cresciuta anche l’ansietà a causa dei numerosi attacchi aerei.
Questo era prevedibile?
Da dov’è provenuto?
Dagli Italiani o dai Tedeschi?
Prego accertare questi dettagli.
Per queste ragioni è di vitale importanza capire l’intera sequenza di questo piano per Lei e i nostri militari. “
Non è reperibile la risposta data da Eden a Churchill.
Il Comandante in Capo in Medio Oriente rispose in data 7 marzo 1941 dando maggiori informazioni sull’operazione, ma dando maggior risalto ai risultati sperati, anziché dire chiaramente che l’attacco nemico dal mare e lo sbarco di una forza molto superiore lo aveva costretto a ritirarsi dall’isola.
Ovviamente Churchill rimase molto perplesso dalle scarne informazioni ricevute e indirizzò quest’ulteriore lettera al Capo di Stato Maggiore Generale Ismay:
“Mi sono state riferite solamente delle mistificazioni circa questa operazione ed è compito dello Stato Maggiore far maggior chiarezza.
Voglio sapere come sia stato possibile che la marina abbia consentito lo sbarco di così tanti rinforzi, quando in un affare del genere tutto dipende esclusivamente dalla capacità della marina di interdire l’accesso a tutta l’isola.
E’ necessario chiarire questo punto per impedire che questo possa ripetersi in occasione di operazioni più importanti.
Nessuno dovrebbe far preoccupare la nostra nazione che ci sostiene in qualsiasi maniera ed è pertanto indispensabile che simili situazioni non abbiano a ripetersi mai più. “
Le precedenti interrogazioni di Churchill obbligarono Cunningham a dare ulteriori spiegazioni sull’operazione e i motivi per cui la marina non riuscì a bloccare le vie di accesso all’isola e a rilevare i commandos.
Emersero così tutte le divisioni che esistevano tra esercito e marina e fu chiaro come ognuno si incolpasse a vicenda per questo insuccesso.
L’esercito puntualizzò che la vicinanza delle basi aeree nemiche a Rodi non permettevano una difesa dell’isola in grande scala.
Dall’altra parte, la marina replicava che la condotta dei commandos in questa operazione, aveva molto da desiderare.
Nella sua autobiografia, Cunningham riporta una lettera che in seguito avrebbe scritto al Primo Lord del Mare:
” La presa e l’abbandono di Castelrosso è un’operazione fallita che non dà credito a nessuno.
Gli Italiani sono stati incredibilmente intraprendenti e non solo bombardarono l’isola, ma colpirono con precisione gli obiettivi e sbarcarono loro truppe dagli incrociatori.”
Come già visto, ci furono indagini ad alto livello in Inghilterra per accertare perché l’operazione sia stata una tale disfatta e la Turchia, rimasta delusa da un tale disastro, si fosse rifiutata di scendere a patti con gli inglesi, ma mai si arrivò ad una conclusione soddisfacente.
Per concludere: Un’operazione ideata con superficialità e con noncuranza di particolari che basava la sua riuscita solo sulla credenza che voleva gli italiani dei combattenti vigliacchi e privi di valor militare ebbe la fine che meritava e dimostrò al mondo che gli italiani erano soldati tutt’altro che vigliacchi e che sarebbero potuti intervenire massicciamente ed efficacemente anche in condizioni non ottimali riuscendo a coordinare azioni militari aeree, terrestri e marittime.
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di Leonardo Sunseri
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FONTI

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