L’Italia ed il blocco navale del Venezuela nel 1902-3

Come già detto in un mio precedente articolo, la storia militare della nostra nazione è talmente vasta che spesso ci si dimentica di qualche pezzo, o peggio, non lo si vuole ricordare. Ad ogni modo questo parrebbe il primo caso.
Pochi sanno infatti che durante la crisi del Venezuela del 1902-3 anche il Regno d’Italia e la sua Regia Marina vi presero parte! Ma una domanda a questo punto sorge spontanea: che cosa ci andammo a fare in Venezuela nel 1902-3 e perché? Per rispondere a questa domanda è necessaria una piccola introduzione degli antefatti che portarono alla crisi in Venezuela.
Cipriano_CastroTra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo il Venezuela conobbe un stagione di grave instabilità politica e sociale che portò a numerosi colpi di stato. Uno degli ultimi  (ma quello di maggior interesse per noi) fu quello avviato nell’ottobre del 1899 che prese il nome di Revolución Liberal Restauradora (Rivoluzione liberale restauratrice), essa ebbe come conseguenza l’arrivo al potere come presidente e comandante militare supremo il Generale Cipriano Castro, sotto la cui presidenza iniziò un periodo di saccheggi e disordini politici che coinvolsero cittadini e aziende straniere.
Il governo di Castro venne ulteriormente segnato da ribellioni, assassini e l’invio in esilio di oppositori. Ciò non passò inosservato agli Americani, che da subito nella figura del Segretario di Stato Elihu Root, si discostarono dalle politiche del Generale definendolo (e citando testuali parole del suddetto Segretario) “Un brutale pazzo”, mentre lo storico Edwin Lieuwen lo definì presto come “Probabilmente il peggiore dei molti dittatori del Venezuela”.
Ciò premesso, si osserva quanto segue: il Venezuela aveva un fortissimo debito estero, che era prevalentemente in mani Anglo-Tedesche e nonostante vi fosse stata una rivisitazione più docile degli accordi di pagamento nel 1896, i pagamenti stessi cominciarono dal 1897 a divenire sempre più irregolari fino ad arrivare nel 1901 quando cessarono del tutto.
Ciò inviperì non poco le alte sfere di Londra (poiché si sa… mai colpire gli inglesi nel portafogli) che detenevano oltre la metà del debito pubblico Venezuelano (nel 1881 ammontava a 15 milioni di dollari, una cifra a dir poco enorme se si considera il potere d’acquisto dell’epoca), ed anche le alte sfere di Berlino non reagirono per nulla bene dato che la Germania, oltre a possedere una gran quota di debito, aveva avviato un fitto programma di investimenti nel territorio venezuelano che ora si vedeva ostaggio di continue ruberie e saccheggi alle ditte tedesche impiantate in loco.
La prima a muoversi fu la Germania stessa che esortò in termini ancora amichevoli a perseguire la richiesta di arbitrato internazionale attraverso la Corte permanente di arbitrato de l’Aia, ma senza ottenere risposta alcuna.
A questo punto fu la Gran Bretagna a muoversi inviando, tramite il suo ambasciatore nel periodo tra febbraio e giugno 1902, ben 17 verbali al Generale Castro illustrando tutte le preoccupazioni del caso che si agitavano nel governo britannico, ma anche in questo caso il Generale non si degnò di rispondere a nemmeno uno dei suddetti verbali. Probabilmente il generale intraprese questa politica di totale indifferenza per una errata valutazione del testo della Dottrina Monroe, egli infatti ritenne che gli stati Uniti avrebbero impedito qualsiasi intervento militare europeo nelle zone “americane”, ma il neo eletto presidente Theodore Roosevelt in realtà riteneva che la Dottrina si riferisse solo all’occupazione militare del suolo del paese e quindi di per sé non vietava interventi militari di nazioni europee per proteggere i loro cittadini e le loro proprietà. Infatti di lì a pochissimo tempo arrivò un proclama dello stesso presidente che avrebbe dovuto gettare un minimo di timore nel Generale Castro… il presidente americano affermò pubblicamente: “Se un paese del Sud America si comporta male verso un qualsiasi paese europeo, bisogna lasciare che il paese europeo lo sculacci.”
Il Generale Castro, persistendo nella sua errata interpretazione della Dottrina Monroe, commise un atto molto grave! Nel Giugno del 1902 infatti, egli ordinò il sequestro del mercantile britannico “The Queen” con l’accusa di portare aiuti ai ribelli impegnati in una nuova fase della guerra civile. Questo, assieme al fallimento della promessa di Castro di impegnarsi per via diplomatica col governo britannico, fu la goccia che fece traboccare il vaso! Dopo l’episodio le relazioni ed i rapporti tra Inghilterra e Germania si fecero molto intensi sia dal punto di vista diplomatico che militare; si stavano eseguendo preparativi ed esercitazioni serrate in previsione di un intervento militare coordinato!
incisione_di_Willy_Stower_raffigurante_il_blocco_navaleIl 7 dicembre 1902, infatti, venne inviato un ultimatum anglo-tedesco a Caracas, la quale però lo respinse seduta stante. Ecco che qualche giorno dopo (l’11) arrivò un ultimatum anche da Roma! Ma anche questo venne respinto immediatamente e così il 16 dicembre del 1902 cominciò il blocco navale da parte di navi britanniche, tedesche ed italiane.
Ed ecco che ora possiamo rispondere alla domanda fatta all’inizio di questo articolo!
A dire la verità l’Italia non sembrava avere molti interessi in Venezuela ed in gran parte era così. Infatti il censimento del 1891 registrò solo 3.030 migranti italiani, circa il 6% degli stranieri, la maggior parte dei quali giunti a seguito di un accordo tra Roma e Caracas in base al quale agli emigranti sarebbero state pagate le spese di viaggio e concesse terre incolte. Dunque, per quanto possa essere lodevole (ed in parte anche ben utilizzata), la ragione della protezione dei connazionali non avrebbe risposto in maniera sufficiente alle spese che si sarebbero dovute affrontare per creare il corpo di spedizione navale da inviare in Venezuela, infatti in realtà l’Italia stava astutamente cavalcando la situazione poiché tutti i vari preparativi anglo-tedeschi non erano passati inosservati al SIM, il Servizio Informazioni Militari italiano, e l’Italia non voleva perdere l’occasione di sfruttare la situazione per evitare poi non essere mai più minimamente consultata nell’ambito di un qualsiasi futuro intervento da parte di nazioni europee in zone esterne al continente. Questo fu certamente un motivo (politico), ma non era il solo… infatti se è vero che l’Italia non aveva grandi interessi e/o investimenti nella zona, è anche vero che ne aveva uno solo, ma molto importante: il principale interesse industriale fu la concessione ottenuta nel 1898 dalla ditta Lanzoni, Martini & Co., con sede in Livorno! Ma che aveva di speciale questa ditta? Molto semplice: possedeva la gestione venticinquennale di tre miniere di carbone nello stato di Bermúdezy e della ferrovia Guanta-Barcelona. Obiettivo dell’azienda era la vendita del carbone estratto alla Regia Marina Italiana. Ecco dunque il punto importante! Infatti spesso il governo italiano, per non essere dipendente dai più grandi importatori di materie prime e per fugare sospetti che sarebbero potuti sorgere ad eventuali spie ed agenzie d’informazione esterne, si rivolgeva a ditte private (o con sola parvenza privata) che compravano concessioni in zone ricche di risorse spesso con fondi pubblici, ed in cambio, una volta arrivata in patria la merce, la ditta la rivendeva immediatamente al governo!
Quindi in questo caso addirittura la merce sarebbe servita per scopi militari fra l’altro per una branca militare in crescita esponenziale che per il paese era di importanza fondamentale, dunque quei rifornimenti non dovevano essere interrotti per nessun motivo!
Tuttavia serviva un pretesto… e come detto la difesa dei cittadini emigrati tornò alla ribalta, infatti coinvolta dalle violenze che sconvolgevano il paese, la comunità italiana sollecitò la diplomazia italiana per ottenere risarcimenti per i danni e le violenze subite, lamentando 123 incidenti, nella maggior parte dei casi inerenti a violenze contro singoli emigranti, senza ottenere soddisfazione.
blocco-venezuela-1902_immagine_satiricaLa stampa italiana cominciò presto quindi a bombardare la nazione con titoli che spingevano per un intervento (o quantomeno lo giustificavano) in Venezuela in concerto con le altre nazioni per richiedere “Giuste compensazioni”. Per fare alcuni esempi ecco alcuni titoli: La Tribuna lodò la durezza del Prinetti, e affermò che la presa di posizione del Ministro degli Esteri «tende a rassicurare, con la colonia del Venezuela, tutte le nostre colonie, quasi sempre lasciate in colpevole abbandono». E così La Stampa del 18 dicembre titolò: «La rottura delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e il Venezuela. L’Italia si unisce all’Inghilterra e alla Germania». E più sotto precisò che Roma aveva ricevuto la benedizione di Washington: «L’attitudine dell’Italia è cordialmente approvata dal dipartimento di Stato».
In tutto questo tuttavia vi fu un intoppo. Gli inglesi non erano molto contenti (che gran novità!) che gli italiani si mettessero in mezzo e quindi cominciarono presto a mettere paletti e blocchi. Ma qui si dimostrò la destrezza e la bravura dei nostri politici (quando erano ancora degni di questo nome) che seppero astutamente mettere sul piatto un profittevole accordo… infatti gli inglesi erano ancora ben imbrogliati con il Mad Mullah e la rivolta dei suoi Dervisci, quindi dato che presto sarebbero diventati un problema anche per i possedimenti italiani in Somalia perché non approfittarne? Infatti l’Italia propose all’Inghilterra un aiuto contro il Mad Mullah in cambio del loro assenso all’ingresso dell’Italia nella questione Venezuelana. I Britannici accettarono di buon grado l’accordo senza minimamente pensare di aver fatto un doppio favore agli italiani che, senza di esso, avrebbero dovuto gestire la possibile rivolta (poi accaduta) nei loro possedimenti in Somalia completamente da soli e con risorse limitate.
Subito dopo la ratifica dell’accordo la stampa italiana avviò l’escalation: “L’Italia chiede 3 milioni di Lire al governo del Venezuela!” Così scrisse il quotidiano La Stampa nel 1902. Seguì l’ultimatum già descritto più sopra. Una volta non ottenuta risposta ed ormai messa d’accordo l’opinione pubblica italiana sulla necessità di intervenire per “Tutelare la sicurezza dei nostri cittadini d’oltre oceano” (Ministro degli Esteri Prinetti), finalmente il Ministero della Guerra diede ordine al Comando di Stato Maggiore della Marina di mettere in pronto intervento un numero di navi congruo da inviare assieme alle altre flotte già in fase di partenza per il Venezuela. E così possiamo arrivare finalmente a parlare del Blocco!
0435C_RN_Giovanni_Bausan_1883_ariete_torpediniere_alla_Spezia_1904Il blocco navale venne esteso a tutti i principali porti del Venezuela, e la forza era così composta: otto navi britanniche, quattro navi tedesche e tre unità italiane ed agli italiani fu affidato il compito di bloccare il porto di Vela de Coro (Estado de Falcón). La prima unità navale nazionale che arrivò in zona operativa fu l’Ariete Torpediniere* Giovanni Bausan al comando del Capitano di Vascello Martini (nominato poi comandante del gruppo navale italiano), seguito dall’Incrociatore Protetto Elba, comandato dal Capitano di Fregata Raffaele Borea Ricci D’Olmo. Era previsto l’invio anche dell’Ariete Torpediniere Agordat che però non poté giungere in tempo dato che al sorgere della crisi si trovava ancora ai lavori.
Non appena giunti in teatro operativo vi fu un piccolo scontro con un paio di piccole unità (probabilmente esploratori costieri) venezuelane, ma fu uno scontro invero rapidissimo e senza alcun danno o ferito dato che bastarono due semplici colpi delle batterie principali del Bausan sparati nelle acque prospicienti le due piccole unità “nemiche” per fa sì che queste interrompessero immediatamente il minaccioso avvicinamento intrapreso e si consegnassero immediatamente alle unità della Regia Marina.
Ciò si ripeté anche negli altri settori sottoposti a controllo Anglo-Tedesco ed in un paio di giorni tutte le poche e piccole unità della marina venezuelana vennero catturate annientando completamente il potenziale offensivo marittimo dello stato sud-americano.
Seguirono gli sbarchi dei relativi contingenti militari ed il bombardamento di alcuni fortificazioni costiere che, per quanto vetuste, potevano ancora rappresentare una Incrociatore_protetto_SMSVineta_1904minaccia. Uno dei massimi momenti di scontro vi fu quando i venezuelani riuscirono ad abbordare un mercantile britannico ed a sequestrarne (anche se per breve tempo prima di liberarlo) l’equipaggio; per tutta risposta i britannici intimarono scuse ufficiali, ma non essendo queste mai arrivate decisero di passare all’azione andando a bombardare il forte di Puerto Cabello. In questa azione partecipò anche l’Incrociatore Protetto tedesco SMS “Vineta”.
L’Italia nel frattempo si stava dando il suo bel da fare nel proteggere le rotte di rifornimento Anglo-Italo-Tedesche, poiché se è vero che nessuna nave italiana partecipò ai bombardamenti costieri è altrettanto vero che svolse un ruolo fondamentale proteggendo le navi alleate dalle imbarcazioni di pirati o corsari assoldati da Castro, con quei pochi soldi che rimanevano, proprio per creare danni alle retrovie. Il comportamento dei nostri marinai venne elogiato sia da Inghilterra che dalla Germania poiché nessuna nave venne mai messa in pericolo durante la protezione italiana.
Finalmente la svolta arrivò tra il 17 ed il 21 dicembre 1903, quando navi tedesche andarono a bombardare la più grande nonché ultima fortezza di difesa costiera Cannoniera_SMS_Panther_(1901)Venezuelana a San Carlos. Inizialmente i tedeschi si videro a mal partito in quanto la Cannoniera “Phanter” inviata per ricognizione e per tiri di precisione, si trovò subito oggetto di salve piuttosto precise della fortezza che la danneggiarono costringendola alla ritirata. I tedeschi, infuriati, inviarono tutte le unità disponibili, specialmente il “Vineta” (che con le sue pesanti batterie era in grado di colpire il forte da distanza di sicurezza) e rasero letteralmente al suolo la fortezza. Perso qualsiasi potenziale offensivo/difensivo, con gli effetti del blocco che cominciavano a dare i loro frutti in quanto l’economia venezuelana era letteralmente disastrata e non poteva reggere ancora a lungo, il presidente Castro decise di ricorrere al presidente Roosevelt perché facesse da tramite e chiedesse un cessate il fuoco. Il presidente americano accettò di buon grado questa proposta poiché se è vero che gli Stati Uniti avevano mantenuto una più benevola neutralità verso gli europei, l’opinione pubblica americana cominciava a vedere sempre più di malocchio le operazioni europee nella zona (si temeva un nuovo insediamento europeo in Sud America che potesse fare concorrenza agli Stati Uniti) e pretendeva un intervento.
Copertina_petit_parisien_sul_bombardamento_Fuerte_San_Carlos_1902Dopo aver accettato l’arbitrato di Washington, il 13 febbraio Gran Bretagna, Germania e Italia raggiunsero un accordo col Venezuela, riportato nel Protocollo di Washington. I debiti del Venezuela erano molto superiori al reddito del paese, nello specifico 120 milioni di Bolívar con 46 milioni di interesse; ad essi si sommavano i 186 milioni chiesti come risarcimento per danni di guerra per un totale di 352 milioni, a fronte di un reddito annuo di 30 milioni. L’accordo ridusse il debito complessivo da pagare a 150 milioni e creò un piano per il pagamento che teneva conto del reddito del paese. Il Venezuela accettò in principio di versare alle nazioni creditrici il 30% delle entrate dovute ai dazi doganali dei suoi due maggiori porti, La Guaira e Puerto Cabello. Ognuna delle nazioni europee coinvolte ricevette inizialmente 27.500 dollari, in aggiunta alla Germania furono promessi altri 340.000 dollari entro tre mesi. Al Regno d’Italia, invece, venne riconosciuta una prima indennità di 5.500 dollari, da pagare entro 60 giorni dalla firma dell’accordo, più 2.810.265 di Lire motivati come danni di guerra. Con questa loro azione militare, Roma, Berlino e Londra avevano fatto però anche un favore alle imprese e ai cittadini degli Stati Uniti e di tutte le altre nazioni aventi interessi in Venezuela, poiché Castro, piegandosi ad accettare di pagare i reclami anglo-tedesco-italiani, aveva dovuto dare il suo assenso affinché anche tutti gli altri reclamanti stranieri godessero dello stesso trattamento.
Il blocco venne finalmente definitivamente rimosso il 19 febbraio 1903 subito dopo la firma degli accordi, ma mentre le altre navi si ritirarono immediatamente, il Regno d’Italia mantenne una politica più lungimirante e furba, lasciando il Bausan a protezione dei cittadini italiani che stavano rientrando nel paese e come assicurazione affinché il pagamento venisse effettivamente attuato. Infatti Castro, sebbene violentemente sconfitto, continuò nella sua opera di provocazione e lieve danneggiamento di interessi e proprietà inglesi, tedesche ed italiane aggiungendoci però anche proprietà francesi, olandesi ed americane. Ma non si rese conto che il suo periodo di reggenza era prossimo alla fine! Infatti proprio gli Olandesi che fino a quel momento avevano tramato nell’ombra colsero l’occasione della visita di Castro in Germania (ove si era recato per curarsi) e, mettendo in atto un nuovo blocco che prese di sorpresa tutti, fecero scoppiare un colpo di stato che lo rovesciò, ponendo definitivamente fine alla crisi!
Passando alla conclusione ed analizzando le politiche impiegate dall’Italia si può dire che la partecipazione italiana al blocco, pur condotta in maniera meno aggressiva rispetto alle altre marine, in quanto le navi italiane di fatto, come detto, non parteciparono ai bombardamenti costieri e il comandante in mare italiano si impegnò a proteggere dal sequestro da parte degli anglo tedeschi di navi neutrali olandesi e statunitensi, fu comunque utile all’Italia. Non solo i crediti italiani furono riconosciuti in ampia misura ma furono anche privilegiati dato che l’Italia come le altre due nazioni europee autrici del blocco ottenne un trattamento preferenziale ai suoi crediti, cosa che era respinta dal Venezuela e osteggiata dagli Stati Uniti. Il 7 maggio 1903 un totale di dieci nazioni, compresi gli Stati Uniti, sporsero rimostranze contro il Venezuela e sul fatto che vi fossero trattamenti preferenziali, rivolgendosi alla Corte permanente di arbitrato dell’Aia. La Corte si pronunciò il 22 febbraio 1904, dichiarando che le tre nazioni autrici del blocco avevano diritto a un trattamento preferenziale nel pagamento dei loro crediti. Gli Stati Uniti non furono affatto felici di questa decisione e ciò fu la conseguenza del così detto “Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe”, descritto da Theodor Roosevelt in un messaggio al Congresso del 1904, recante testuali parole: “All’interno dell’emisfero occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla dottrina Monroe li può forzare, ancorché con reticenza, all’esercizio di un potere di polizia internazionale in caso flagrante di disordine cronico o di crisi di potere”.
In pratica, il corollario stabiliva il diritto degli Stati Uniti a intervenire con la forza per stabilizzare gli affari economici e politici dei piccoli Stati dei Caraibi e dell’America Centrale nel caso questi non fossero stati in grado di far fronte al debito estero o di garantire la sicurezza dei residenti stranieri e dei loro beni, in modo da scongiurare futuri interventi europei.
Ciò detto, e per concludere definitivamente, questa storia mette in luce ancora una volta come l’Italia seppe attuare una intelligente e proficua politica estera ottenendo vantaggi molto importanti, proteggendo gli interessi nazionali, e sedendosi al tavolo delle trattative da una posizione di forza assieme alle più importanti potenze europee. Ricordatelo a tutti coloro che vorrebbero le nostre navi bloccati nei porti ed i nostri militari senza fucili perché “E’ uno spreco inutile di soldi!”. Ricordate loro che se possono parlare liberamente, avere servizi efficienti e tanto altro, e proprio grazie ai nostri militari che da sempre, in qualsiasi tempo, condizione o luogo, si battono per noi! Anche se, troppo spesso, molti di noi non se ne accorgono…
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di Leonardo Sunseri
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FONTI
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LIBRI
1) “L’Italia e l’ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale (1896-1909). Diplomazia e dibattito pubblico, emigrazione durante le amministrazioni di William McKinley e Theodore Roosevelt”, di Gian Paolo Ferraioli, Seconda Università degli studi di Napoli, Facoltà di studi Politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea. 2013.
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NOTE
* Per la definizione di Ariete Torpediniere si osservi la nota all’articolo “Kunfida, la Battaglia Dimenticata” ().
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